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Niente lockdown, siamo svedesi

di Marco Landucci

La Svezia ribadisce la linea strategica della prima ondata nella lotta al Coronavirus, puntando sul senso di responsabilità dei cittadini, nonostante il forte aumento dei casi nelle ultime due settimane. Strenuo difensore di questa politica di sanità pubblica è l’epidemiologo Anders Tegnaell: “È così che lavoriamo in Svezia. Siamo responsabili e sappiamo rispettare autonomamente le regole” Ma non mancano le critiche interne. 27 scienziati svedesi lanciano l’allarme con una lettera aperta: se continua questo trend, rischio per le terapie intensive

16 NOV - Niente chiusure, niente lockdown. E niente obbligo di mascherine. La strategia svedese contro il Coronavirus rimane quella della prima ondata: affidarsi al senso di responsabilità dei 10 milioni di cittadini del Paese scandinavo.
 
E tutto questo nonostante venerdì 13 novembre sia stato registrato il numero di casi più alto dall’inizio della pandemia, 5.990, con 42 decessi.
Paladino della “linea morbida” è l’epidemiologo Anders Tegnaell. “È così che lavoriamo in Svezia”, ha detto in un’intervista alla Reuters. “Siamo responsabili e sappiamo rispettare autonomamente le regole”
 
All’inizio della pandemia le autorità svedesi hanno proposto – e non imposto – ai cittadini misure che altrove sono state adottate con atti governativi, come il rispetto del distanziamento sociale, l’igiene delle mani, lavorare, se possibile, da casa, evitare i trasporti pubblici e le attività in luoghi chiusi troppo affollati.
 
La “linea Tegnaell” ha fatto breccia nella popolazione, anche in virtù delle frequenti apparizioni televisive dell’epidemiologo, e ha suscitato elogi e critiche nella comunità scientifica.

 
Se è vero che la mortalità pro capite della Svezia è inferiore a quello di paesi come Spagna e Gran Bretagna, è altrettanto vero che, rimanendo all’interno della penisola scandinava, è dieci volte superiore a quella della Norvegia e circa cinque a quella della Danimarca.
 
Nelle ultime due settimane la Svezia ha registrato 485 casi ogni 100.000 persone, più o meno come la Gran Bretagna.
In una lettera aperta - pubblicata venerdì 13 novembre dal quotidiano Aftonbladet - 27 tra scienziati e clinici svedesi hanno sottolineato il rischio che il Paese possa presto conoscere un’impennata dei ricoveri in terapia intensiva come inprimavera e hanno invitato il Governo a introdurre misure più severe, anche in assenza di pronunciamenti delle autorità sanitarie.
 
Tegnell ha minimizzato le critiche sottolineando come molti Paesi stiano, in un certo senso, seguendo la strada tracciata dalla Svezia durante la prima ondata della pandemia. “Quasi nessuno, oggi, prevede di chiudere e scuole”, ha detto Tegnell, “Anche noi, comunque, abbiamo imparato qualcosa dagli altri Paesi, come, per esempio, fare raccomandazioni specifiche per aree territoriali”.
 
Le critiche non hanno fatto cambiare idea a Tegnell sull’uso obbligatorio delle mascherine al di fuori degli ospedali e delle strutture di assistenza, nonostante questa misura sia raccomandata anche dall’European Centre for Disease Control, l’equivalente continentale dei CDC statunitensi.
 
L’epidemiologo svedese risponde addirittura ironico: "È affascinante constatare come siano pochi gli studi su questo aspetto. E se guardiamo ai Paesi che hanno introdotto regole rigide per fare indossare le mascherine, è difficile ammettere che se la siano cavata bene".
 
Marco Landucci

16 novembre 2020
© Riproduzione riservata


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