Carceri e Hiv. Trattato oltre l’80% dei detenuti sieropositivi 

Carceri e Hiv. Trattato oltre l’80% dei detenuti sieropositivi 

Carceri e Hiv. Trattato oltre l’80% dei detenuti sieropositivi 
Il dato è emerso durante la prima giornata del XVI Congresso Nazionale SIMSPe-Onlus/L'Agorà Penitenziaria 2015. Tuttavia oggi c’è ancora una elevata percentuale di persone che muore di overdose nelle prime settimane successive all’uscita dal carcere, oltre a persone che nel primo anno rientrano in carcere perché compiono nuovamente dei reati.

Più dell’80% della popolazione detenuta Hiv positiva è sotto trattamento antivirale con una buona efficacia. Oltre il 73% dei detenuti trattati infatti dimostra una massima efficacia antivirale: considerato l’ambiente, è un ottimo risultato, specie se lo confrontiamo ad esempio con quello della popolazione americana, in cui la percentuale dei pazienti con virus negativo nel sangue è inferiore al 45%, livelli che in Italia si registravano all'inizio degli anni Duemila.

Se n'è parlato a Cagliari durante la prima giornata del XVI Congresso Nazionale SIMSPe-Onlus/L'Agorà Penitenziaria 2015: "Se il Paziente è anche Detenuto". L'appuntamento, che prevede la presenza di 250 specialisti, italiani ed europei, e che proseguirà sino a venerdì 5 giugno, è organizzato e presieduto da Sergio Babudieri, Professore di Malattie Infettive all’Università di Sassari nonché Presidente della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria (SIMSPe). Molti gli argomenti previsti: si parlerà di emergenze cardiologiche e di "Sex Offender", tra punizione e risocializzazione, nonché di rischio clinico e responsabilità degli operatori sanitari penitenziari, di gestione dello stress e del malessere organizzativo in carcere.
 
"Un recente studio fatto con la SIMIT, Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali – spiega Roberto Monarca, Presidente SIMSPe-onlus – dimostra che i pazienti affetti da infezioni da HIV sono trattati abbastanza bene all’interno delle carceri: c’è una elevata accessibilità ai trattamenti, c’è una buona capacità di monitoraggio di questi pazienti perché in quasi tutti gli istituti praticamente è possibile eseguire sia una carica virale che il monitoraggio delle funzioni immunitarie".

"Numerosi studi, sia americani che europei, dimostrano che le persone che vengono prese in carico dalle strutture esterne – aggiunge Monarca – una volta rilasciate dal carcere hanno una minore recidività, sia dal punto di vista clinico che da quello delinquenziale; in altri termini, in questi casi più difficilmente rientrano in carcere. Quindi per interrompere quello che in gergo è definito come il ciclo di carcerazione-uscita-reincarcerazione, bisogna intervenire proprio garantendo la continuità terapeutica per il detenuto tornato in libertà".

Oggi c’è ancora una elevata percentuale di persone che muore di overdose nelle prime settimane successive all’uscita dal carcere, oltre a persone che nel primo anno rientrano in carcere perché compiono nuovamente dei reati. "Lasciare a se stessi questi pazienti – chiosa Monarca – espone loro stessi a elevati rischi per la loro salute e la società stessa per la recidività dei reati. Studi americani confermano che nei primi 5 anni dalla liberazione, circa il 75% rientra in carcere; il 43% solo nel primo anno. In Italia non abbiamo percentuali così elevate, ma nel primo anno siamo comunque intorno al 30%. Questi sono dati che vengono dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, dove esiste una capacità di monitoraggio di queste situazioni molto precisa".
 

04 Giugno 2015

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