C’era una volta la comunità che si prendeva cura. Oggi quella promessa va riscritta

C’era una volta la comunità che si prendeva cura. Oggi quella promessa va riscritta

C’era una volta la comunità che si prendeva cura. Oggi quella promessa va riscritta

Il medico che non si sottraeva, la solidarietà che non voltava lo sguardo. Oggi difendere il Ssn significa custodire un'idea di società: che nessuno, quando vacilla, venga lasciato solo. Un diritto smette di esistere quando smettiamo di difenderlo.

Il primo maggio va festeggiato con un auspicio: la tutela dei deboli, dei soli. La riforma della medicina territoriale convenzionata è cosa buona e giusta!

 C’era una volta la comunità, quella in cui le persone si salutavano anche senza conoscersi.

C’era una volta la solidarietà, che impediva di passare oltre ignorando i bisogni degli altri.

Allora era impensabile schernire chi chiedeva aiuto, o scavalcare chi era a terra senza neppure provare a fermarsi.

C’era anche il medico: quello che ti chiedeva come stavi, che si accorgeva dei tuoi pallori, che si rendeva disponibile anche di notte. Un professionista che non si sottraeva, capace di accompagnare il paziente fino all’ultimo respiro. Oggi tutto questo sembra un film in bianco e nero, qualcosa che non solo è lontano, ma che molti non riescono neppure più a immaginare. Si pensa alla propria salute, restando indifferenti a quella degli altri.

Alla comunità si dedicano, al massimo, opere da esibire.

Eppure, quando un’istituzione pubblica decide di costruire un ospedale, non costruisce soltanto muri, reparti e sale operatorie. Costruisce una promessa.

La promessa che, quando qualcuno si ammalerà, non sarà lasciato solo.

La promessa che la cura non dipenderà dalla ricchezza o dalla fortuna, ma dal semplice fatto di appartenere alla stessa comunità.

Molti discutono di come organizzare il sistema sanitario: riforme, bilanci, tecnologie, modelli organizzativi.

Sono questioni importanti. Ma al centro resta una domanda più semplice e più radicale: che cosa siamo disposti a fare gli uni per gli altri quando la fragilità entra nelle nostre vite?

Il Servizio sanitario regionale nasce da questa domanda. È, in fondo, la risposta civile che una comunità offre a sé stessa: non lasciare nessuno nella solitudine e nell’abbandono.

Ma ogni promessa, per restare viva, deve essere custodita e mantenuta. Non bastano le leggi, talvolta più fantasiose che efficaci. Non bastano le strutture, spesso pensate per costruire carriere più che per garantire assistenza. Non bastano neppure le organizzazioni, a volte disegnate con logiche lontane dai bisogni reali.

Se viene meno il senso profondo del prendersi cura, tutto il resto diventa insufficiente.

Perché nessuna riforma potrà mai sostituire lo sguardo di chi riconosce nell’altro una persona, prima ancora che un paziente.

Una comunità si misura davvero non quando è forte, ma quando qualcuno vacilla. È lì che si riconosce la sua civiltà: nella capacità di fermarsi, di tendere una mano, di farsi carico di una fragilità che, prima o poi, riguarda tutti. E di farlo senza ricorrere a narrazioni promozionali.

Forse non torneranno i tempi in cui ci si salutava senza conoscersi, né quelli in cui il medico era una presenza costante in ogni casa.

Ma ciò che non deve andare perduto è lo spirito che animava quei gesti: la consapevolezza che la vita degli altri ci riguarda.

Difendere il sistema sanitario pubblico non significa soltanto migliorarne l’efficienza o aggiornarne le tecnologie. Significa custodire un’idea di società. Significa scegliere, ogni giorno, di non voltarsi dall’altra parte.

Perché una comunità esiste davvero solo quando, davanti alla malattia, alla paura e al bisogno, qualcuno può ancora dire — senza esitazione — che non sarà lasciato solo.

 Da un po’ di tempo amo chiarire a me stesso i fenomeni della vita con favole civili. Quelle che stimolano a pensare. Eccone una. 

 Un giorno, nella sala d’attesa di uno dei tanti nuovi ospedali, una persona rimase seduta più a lungo degli altri. Non protestava. Non alzava la voce.

Chiese soltanto: “Quando è che abbiamo deciso che non valevamo tutti allo stesso modo?”

Nessuno seppe rispondere. Non perché non capissero la domanda, ma perché la risposta era scomoda:

non era stata una decisione improvvisa. Era accaduto poco alla volta, ogni volta che qualcuno aveva scelto di non vedere, di non fermarsi, di non dire nulla.

Da quel giorno, in quella città, iniziò a circolare un’altra frase. Non era scritta sui muri, né nei programmi politici.

Si diceva sottovoce: “Un diritto smette di esistere non quando viene cancellato, ma quando smettiamo di difenderlo.” E così, lentamente, qualcuno ricominciò a fermarsi. Non abbastanza per aggiustare tutto. Ma abbastanza per non poter più dire che non riguardava nessuno.

Ettore Jorio

30 Aprile 2026

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