C’erano una volta i buoni esempi sanità

C’erano una volta i buoni esempi sanità

C’erano una volta i buoni esempi sanità

C’era una volta l’Emilia-Romagna a dare il buon esempio con una sanità dignitosa, una solidarietà che non aveva uguali verso i più deboli di ovunque fossero e con il costante rispetto delle regole…

C’era una volta l’Emilia-Romagna a dare il buon esempio con una sanità dignitosa, una solidarietà che non aveva uguali verso i più deboli di ovunque fossero e con il costante rispetto delle regole. Una Regione ove era, soprattutto, naturale pensare che quando c’è la norma essa va rispettata. Il tutto con la consapevolezza, che non farlo, meglio fare il contrario costituiva violazione, illegittimità, reato e danno erariale.

Oggi si arriva addirittura ivi a fare anche di peggio di come si è fatto in 25 anni con le AOU, consentendo nel Paese una operatività di fatto (ad oggi) a 28 sedicenti aziende ospedaliero-universitarie su 30. Si lasciano attive sul suo territorio, ritenendole legittimamente attive, le sue tre sedicenti AOU di Ferrara, Parma e Modena, tanto da non essersi mai occupati di richiedere il Dpcm costitutivo.

Si sta andando anche oltre, emulando quanto si è fatto nel 2016 in FVG con la “magistrale” regia della allora presidente Serracchiani che fece insediare nella legge di stabilità (nr. 208/2015, comma 546) una norma che consentì di fare l’impensabile: trasformare una azienda sanitaria territoriale in azienda universitaria. Il tutto in barba al d.lgs. 517/1999, divenuto il provvedimento avente forza legislativa più maltrattato in assoluto, tanto da richiedere, dopo continue evidenziazioni dottrinali, la costituzione del gruppo di lavoro “Miscusi” istituito dalla ministra Bernini nell’agosto scorso per risolvere l’enorme problema dell’attuazione della corretta collaborazione tra SSN e Università.

Il tutto in un momento nel quale il sistema universitario non se la passa affatto bene, con il 50% dei bilanci in stato segnatamente comatoso, quasi prefallimentare, e con una regolazione in discussione in Parlamento (Ddl S 1518) che mina la sua autonomia funzionale, riconosciutagli dalla Costituzione (si veda qui 2 novembre).

Di recente, l’Emilia-Romagna ha fatto di peggio in tema di esercizio della libera scelta di cura dell’utente, di unitarietà del SSN e di uniformità delle prestazioni da rendere comunque esigibili agli individui tutti, soprattutto a quelli altrove impediti. Il riferimento è l’accordo bilaterale triennale (2025-2027) tra Regione Emilia-Romagna e Regione Calabria per il governo (dicunt) della mobilità sanitaria e delle correlate risorse finanziarie del periodo, convenuto ai sensi dell’art. 1, comma 320, della legge n. 207/2024. Nessuno si aspettava che la Regione emiliano-romagnola alzasse muri trumpiani alla mobilità passiva proveniente dalla regione più disperata del Paese e della Nazione regionale senza diritti: la Calabria. (si veda qui, 12 novembre scorso)

In questi giorni si è altresì constatato altro, tanto da fare supporre che l’Emilia-Romagna non ha oramai limiti nella violazione delle leggi. L’Ausl di Piacenza si accorsa di sette professori universitari da destinare a Ortopedia, Pediatria, Otorinolaringoiatria, Microbiologia, Igiene generale applicata, Reumatologia e Medicina Interna. Il tutto strumentale a concretizzare una collaborazione a regime con l’Università di Parma in tema di assistenza, formazione e ricerca clinica applicata.

Ettore Jorio

28 Novembre 2025

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