Covid. Il problema (a breve) non sarà più la carenza di vaccini, ma la capacità di gestirli

Covid. Il problema (a breve) non sarà più la carenza di vaccini, ma la capacità di gestirli

Covid. Il problema (a breve) non sarà più la carenza di vaccini, ma la capacità di gestirli
Secondo i dati del ministero della Salute, entro marzo sono infatti attesi altri 10,2 milioni di dosi. In un solo mese, questo mese, avremo quindi circa il doppio delle dosi avute fine dicembre a oggi. Ma non basta. Nel prossimo trimestre in Italia si attende l’arrivo di oltre 55 milioni di dosi, con una media di oltre 18 milioni di consegne al mese, oltre il triplo di quelle gestite tra fine dicembre e fine febbraio. A questo punto il problema non sarà la carenza di vaccini ma il piano per utilizzarli al meglio e in fretta

“La campagna vaccinale va a rilento perché non abbiamo abbastanza dosi”. “Dobbiamo battere i pugni in Europa contro le aziende farmaceutiche”. “È necessario acquistare il vaccino russo Sputnik senza attendere l’Ema”…E così via. Questi alcuni dei refrain ripetuti ossessivamente nelle ultime settimane da più parti (politica nazionale e locale, scienziati, opinionisti…).
 
Un fronte compatto che si è inchiodato su un unico aspetto di una campagna vaccinale che stenta decollare: quello della disponibilità del vaccino con conseguenti responsabilità di aziende da un lato e di chi non ha gestito a dovere gli acquisti dall'altro. Ma la questione, se vogliamo essere onesti, è più complessa.
 
Prima di tutto la  discussione sulla carenza di dosi, che indubbiamente ha caratterizzato i primi due mesi dell’anno, rischia di incastrarci in un'ottica retrospettiva. Eppure la pandemia avrebbe dovuto insegnarci a guardare avanti, a prevedere. Sui vaccini non avviene. La mancanza di dosi non è infatti più il problema principale già da qualche giorno e lo sarà sempre meno nei prossimi.
 
Secondo i dati del ministero della Salute, a marzo sono attesi altri 10,2 milioni di dosi. In un solo mese, questo mese, avremo quindi circa il doppio delle dosi avute da fine dicembre a oggi. Ma non basta. Ieri (1° marzo) marzo AstraZeneca ha confermato non solo i 5 milioni di dosi attesi in Italia entro la fine del primo trimestre (niente tagli), ma anche la consegna di altri 20 milioni di dosi entro a aprile-giugno (il doppio rispetto ai 10 milioni previsti).
 
Questo significa che nel prossimo trimestre in Italia si attende l’arrivo di oltre 55 milioni di dosi (considerando anche la probabile approvazione del vaccino Johnson & Johnson del quale attendiamo 7,3 milioni di dosi singole entro il secondo trimestre), con una media di oltre 18 milioni di consegne al mese, oltre il triplo di quelle gestite – solo in parte – tra fine dicembre e fine febbraio.
 
Tenendo l’attuale ritmo di circa 120 mila vaccinazioni al giorno, ci vorrebbe più di un anno solo per smaltire le dosi del secondo trimestre. Per smaltire i 10 milioni di dosi (a cui si aggiungono 2 milioni ora disponibili), bisogna infatti arrivare almeno a 300 mila somministrazioni al giorno: il 250% in più rispetto al livello attuale.  
 

Ma siamo in grado di farlo? Per farsi un’idea dell’attuale situazione basta esaminare alcuni numeri sull’utilizzo dei vari tipi di vaccino consegnati nelle diverse regioni. A oggi, sui 6,3 milioni di dosi consegnate dei tre vaccini autorizzati – Pfizer, Moderna e AstraZeneca – risultano 4,3 milioni di vaccinazioni effettuate, con 2 milioni di dosi inutilizzate (quasi 1 su 3). Le percentuali di inutilizzo, non variano solo da regione a regione, ma anche da vaccino a vaccino. Prendiamo i due a mRna approvati per i più anziani. Il più utilizzato è quello di Pfizer, con una percentuale media a livello nazionale dell’85% circa. Anche in questo caso, però, con performance ben diverse sul territorio: dal 73% della Calabria al 102% della Valle d’Aosta (considerando le iniziali “seste dosi” extra). Di contro, solo una dose su due di Moderna è stata utilizzata (54%) con differenze ancora più marcate: dall’1% del Molise al 91% della Valle d’Aosta. 
 
Persino peggiore è la performance per il vaccino di AstraZeneca. Quest’ultimo, dopo la revisione da parte di Aifa e del Ministero della Salute dello scorso 23 febbraio, può essere offerto fino ai 65 anni. Il via libera con questo limite di età, che prima era ulteriormente più basso (55 anni), ha scompaginato l’organizzazione della campagna costringendo a un’anticipazione della fase di vaccinazione di massa. Ma il paese e le regioni si sono fatte trovare impreparati e la vaccinazione è stata finora tutto fuorché “di massa”.
 
A livello nazionale, si è riusciti a utilizzare solo il 20% circa delle dosi consegnate (1 su 5). In ben 20 regioni si viaggia su percentuali molto inferiori al 50%, con 3 regioni che fanno registrare tassi prossimi allo zero. Le cause sono diverse, dalla carenza di personale a quella di una ritardata pianificazione di spazi adeguati sul territorio. Il risultato però è sempre lo stesso: non riusciamo a somministrare abbastanza in fretta le dosi che ci vengono consegnate. Ed è davvero paradossale, dato che il governo e la Commissione europea stanno combattendo una battaglia con AstraZeneca per aver rivisto al ribasso le forniture.
 
Qusti i numeri e questi i problemi con cui fare i conti per dare una vera svolta alla campagna vaccinale, con i quali si dovranno confrontare il neo Capo dipartimento della Protezione civile Francesco Curcio e il neo Commissario Covid Francesco Paolo Figliuolo appena nominati da Draghi.
 
Giovanni Rodriquez

Giovanni Rodriquez

02 Marzo 2021

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