Fondi integrativi. Labate: “Ministero Salute sembra disinteressato a governare il sistema”

Fondi integrativi. Labate: “Ministero Salute sembra disinteressato a governare il sistema”

Fondi integrativi. Labate: “Ministero Salute sembra disinteressato a governare il sistema”
Grazia Labate fa il punto sul Welfare Day che ieri ha riunito a Roma oltre 400 persone. Ribadito il ruolo dei fondi sanitari integrativi: “Non vogliono sostituirsi al Ssn, ma sostenerlo e salvarlo”. Per questo urge "una regolamentazione e una governance del sistema per evitare che ognuno faccia da solo".

Si è svolta ieri a Roma la seconda edizione del Welfare Day, focalizzata sul tema dell'assistenza sanitaria di secondo pilastro con l'obiettivo di fare il punto sull'attuale ruolo dei Fondi Sanitari nell'ambito del nostro sistema di welfare. Un evento a cui hanno partecipato docenti universitari, esperti del settore, federazioni di categoria, fondi, enti e rappresentanti di alcune parti sociali (Confindustria, Confcommercio, Confartigianato, Ania, Abi, Cgil, Cisl e Uil) che hanno promosso la costituzione di Fondi categoriali.
Si è svolta ieri a Roma la seconda edizione del Welfare Day, focalizzata sul tema dell'assistenza sanitaria di secondo pilastro con l'obiettivo di fare il punto sull'attuale ruolo dei Fondi Sanitari nell'ambito del nostro sistema di welfare. Un evento a cui hanno partecipato docenti universitari, esperti del settore, federazioni di categoria, fondi, enti e rappresentanti di alcune parti sociali (Confindustria, Confcommercio, Confartigianato, Ania, Abi, Cgil, Cisl e Uil) che hanno promosso la costituzione di Fondi categoriali.
 
In questa intervista Grazia Labate, ricercatrice in Economia sanitaria all'Università inglese di York ed ex sottosegretario alla Sanità nel governo Amato, che nel corso del suo intervento al Welfare Day ha presentato un'analisi comparativa Europa-Usa sui fondi integrativi (scarica le slide dell'intervento), spiega al nostro giornale le riflessioni scaturite dalla lunga e ricca giornata di lavoro.

Dottoressa Labate, qual è il principale elemento scaturito dal confronto al Welfare Day?
Il coro unanime è stato di procedere alla regolamentazione che ancora manca e a una governance del sistema per evitare che ognuno faccia da solo. L’importanza della giornata di ieri sta nel fatto che questo messaggio è arrivato da tutti i soggetti che ruotano intorno al sistema welfare e fondi integrativi. È mancata, purtroppo, la presenza delle istituzioni, in particolare del ministero della Salute, che ha reso evidente una disattenzione del ministero nei confronti di questo settore.
È invece stata l'occasione per illustrare una realtà molto interessante e ancora poco conosciuta, quella di Welfare Italia, che in poco tempo ha sviluppato una rete di 14 poliambulatori medici che hanno sede in Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte, Toscana ma anche Sicilia, e offrono prestazioni di qualità a prezzi contenuti. Prestazioni che vanno dalla medicina generale alle 10 maggiori specialità, cardiologia, ortopedia, odontoiatria e così via. Un'attività basata sul principio, enunciato ieri dal presidente Johnny Dotti, di sanità “non low cost, ma equo cost”.

Quali sono le carenze del ministero della Salute in questo ambito?
Al ministero, attraverso il decreto ministeriale del 27 ottobre 2009, è stata affidata l’Anagrafe dei fondi e il loro monitoraggio, allo scopo di conoscere e capire cosa si sta sviluppando per indirizzare il sistema verso una regolamentazione. Il problema è che il monitoraggio del ministero non mi sembra sufficiente a dimostrare la realtà concreta dei fondi. Basti pensare che l’analisi del Censis, presentata ieri, ha analizzato solo 14 Fondi sanitari integrativi derivanti dalla contrattazione nazionale per un totale di oltre 2 milioni di iscritti. Il ministero che ne ha monitorati 293 parla di 3 milioni di iscritti e ne stima circa 5 milioni, ma non sono conteggiati 92 fondi di cui pare non conoscano il numero degli iscritti, a cui si aggiungono gli altri rinnovi contrattuali 2010-2011-2012.

Perché si dovrebbe puntare sui fondi integrativi?
Perché la sanità non è più sostenibile solo fiscalmente con il reddito dei lavoratori dipendenti e dei pensionati, data l'alta evasione fiscale nel nostro Paese. I numeri vanno letti bene e proprio ieri sono usciti quelli della Corte dei Conti, dove è vero si dice che l’incidenza della spesa sul Pil è scesa al 7,1%, ma continuando a leggere la relazione ci si rende conto che esistono una serie di criticità e che queste si stanno acuendo. Le Regioni che avevano dei sistemi solidi corrono il rischio di non riuscire a garantire le prestazioni, quelle in Piano di rientro sono ancora lontane dal recupero dei deficit. Dalle singole voci emerge che gli introiti dei ticket sono praticamente zero e che la libera professione intramuraria non garantisce più gli introiti che realizzava in passato. Il Ssn, intanto, non riesce a rispondere ai bisogni dei cittadini. Questi dati vanno letti insieme. E se letti insieme, restituiscono una realtà molto preoccupante di divario tra domanda e offerta della sanità italiana.
Chi ha la responsabilità del sistema dovrebbe allora cercare di individuare possibili soluzioni. Si tenga peraltro conto che la polizza privata di malattia, in Italia, non gode di benefici fiscali dallo Stato, è quindi evidente che la stipula solo una piccolissima quota di popolazione che può permettersela. Ma cosa accade agli altri 55 milioni di cittadini?

I rinnovi contrattuali comprendono accordi di sanità integrativa?
Questo accade sempre più spesso. Ieri al Welfare Day era presente anche il senatore Tiziano Treu, vicepresidente della Commissione Lavoro e relatore della riforma del mercato del lavoro, che ha ricordato come la recente approvazione della riforma del mercato del lavoro abbia rafforzato il ruolo della bilateralità che è, di fatto, la relazione sindacato-impresa che consente di istituire sia i fondi sanitari integrativi che la previdenza complementare. Un elemento introdotto proprio grazie all'intervento di Treu che, come ha spiegato ieri, si è preoccupato di esplicitare nella riforma, con un emendamento, il ruolo degli enti bilaterali perché questo, ha affermato, da qui a 10 anni sarà l'unico strumento di garanzia effettiva per i lavoratori.
Ormai, a detta di tutti, il Welfare aziendale è diventata la forma con cui i lavoratori e le imprese mettono insieme risorse per far fronte alle carenze del settore pubblico, dai nidi alle prestazioni sanitarie, dagli screening oncologici alla odontoiatria. Questo va anche a vantaggio della produttività dell’azienda. Però anche in questo caso la quota di popolazione coperta è solo parziale. Per questo il sistema va ampliato, per offrire una risposta a tutti gli italiani.

E il Servizio sanitario nazionale?
Sia chiaro: i fondi integrativi non vogliono sostituirsi al Servizio sanitario nazionale, ed è stato ribadito anche ieri. Ma dobbiamo chiederci come salvarlo, considerato che non è più aumentabile la pressione fiscale e che la crescita del Paese è a livello zero e deve recuperare almeno 15 anni di ritardo. Intanto la spesa sanitaria privata aumenta e il Ssn viene razionato e i propri operatori sono in una difficile fase di frustrazione per il loro lavoro.
In questo contesto, i fondi integrativi possono rappresentare una risposta. Quello che non si capisce è come mai nel nostro Paese non sia possibile mettersi intorno a un tavolo per comprendere come tutto quello che già esiste possa concorrere a realizzare una sanità migliore.

Iniziative singole, quindi, ci sono. Quel che manca è la realizzazione di un sistema regolamentato.
È quello che ieri chiedevano tutti i partecipanti al Welfare Day. Dopo il ministero di Livia Turco e il decreto del ministro Sacconi, nulla si è mosso. E sono passati 4 anni. Non si comprende perché manchi la volontà di andare avanti con la defizione di un Regolamento e degli strumenti di controllo, nonostante si sia in presenza di una caratteristica espansiva e di copertura dei copayments, si assista a tornate di rinnovi contrattuali che sempre più comprendono accordi di sanità integrativa e vadano avanti esperienze territoriali significative sul territorio con la costruzione di veri e propri centri salute a prezzi calmierati per la specialistica e l'assistenza domiciliare.
Mi domando se il ministero abbia intenzione di occuparsene. Perché allora mi preoccupa l'idea che il Ssn possa andare al macero, perché i numeri parlano chiaro e le prospettive, se non si interviene subito, sono queste. Il mercato privato non può essere una risposta, perché è fatto di profitto e si rivolge solo alla quota di popolazione più agiata. La vera risposta è: Servizio sanitario nazionale, federalismo, mercato sociale. Solo così si potrà garantire una sanità per tutti.

 

06 Giugno 2012

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