La sanità pugliese sta vivendo un periodo di verità e di preoccupazioni. Accuse e difese si alternano quotidianamente. Tanti i personaggi della politica impegnati nella disputa: dal potente sottosegretario Gemmato, forte delle sue conoscenze nel mondo della sanità, al presidente Decaro. Il tema è il buco spaventoso del conto economico 2025, superiore ai 350 milioni di euro, e il saldo del primo trimestre 2026 che presenta già un disavanzo di 90 milioni. Sul banco degli “imputati” vi è la gestione Emiliano.
L’equivoco che ha ridotto l’universalità e la uniformità il SSN
Su tutto questo ci si confronta e si propone sulla base di un grande equivoco riguardante il finanziamento del SSN, da alcuni vantato per entità e da altri posto sul banco degli imputati per insufficienza.
In mezzo vi è un deficit monstre, del quale solo oggi ci si accorge, nonostante rappresenti da tempo una costante tale da incidere negativamente sulle tasche dei pugliesi, chiamati ciclicamente a coprire gli squilibri prodotti da errori politici e gestionali stratificatisi nel tempo.
Proprio per questo il dibattito apertosi attorno al disavanzo della sanità pugliese rischia di essere, ancora una volta, fuorviante. Da una parte si sostiene che il deficit sia figlio del sottofinanziamento statale; dall’altra si replica che le risorse sono aumentate — almeno in termini nominali, sebbene diminuite in rapporto al PIL — e che il problema risieda esclusivamente negli sprechi, nelle inefficienze e nella cattiva gestione regionale. Entrambe le letture colgono aspetti reali, ma entrambe restano parziali.
È la politica, tutta, che mente finanche a se stessa
La verità è più profonda e riguarda l’impianto stesso del finanziamento sanitario italiano.
È indubbio che negli anni la sanità pugliese abbia conosciuto criticità gestionali, rigidità organizzative, utilizzi impropri delle risorse e, talvolta, pratiche discutibili che hanno inciso sugli equilibri di bilancio. Sarebbe inutile negarlo. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare che il sistema continui a fondarsi su un errore originario mai davvero corretto secundum legem: il riparto del Fondo sanitario nazionale ancora fondato su logiche prevalentemente politiche e storiche, e non già su criteri tecnico-oggettivi. Il numero degli abitanti, corretto solo in quota capitaria sulla base dell’età dei residenti, resta una formula tenuta in piedi dall’inerzia del legislatore e da tutti i governi succedutisi dal 2009 in poi.
Ed è qui il nodo centrale.
La riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 e la successiva legge n. 42 del 2009 sul federalismo fiscale avrebbero dovuto realizzare un sistema profondamente diverso: determinare le risorse necessarie ai territori sulla base dei fabbisogni standard, dei costi standard e di criteri epidemiologici scientificamente rilevati. In altri termini, il diritto alla salute avrebbe dovuto essere finanziato non secondo mediazioni politico-finanziarie annuali, ma in funzione dei bisogni reali delle popolazioni.
Peggio di come può avvenire in una famiglia dalle abitudini rovinose
Mantenere questo sistema balordo equivale a immaginare una regola domestica nella quale il padre stipendiato consegna una parte del salario alla moglie dicendole: «Compra questo mese tanto pesce fresco e qualche scampo», senza sapere cosa siano realmente i LEA, quanto costino, quali siano i bisogni effettivi della famiglia, i debiti accumulati o le somme ulteriori necessarie per garantire una spesa adeguata. È esattamente ciò che accade oggi:
- senza LEA realmente aggiornati, essendo ancora vigenti quelli pre-Covid del 2017;
- senza la loro valorizzazione unitaria attraverso costi standard;
- senza una conoscenza effettiva del fabbisogno epidemiologico regionale, differenziato anche sulla base degli indici di deprivazione socio-economica e culturale;
- senza una compiuta perequazione capace di compensare le differenti capacità fiscali territoriali.
Non si comprende, pertanto, dove si voglia realmente arrivare, tenuto conto delle consolidate abitudini regionali del “si spende e si spande”.
La politica gira intorno al tema facendo finta di nulla
Questo passaggio, tuttavia, non è mai stato pienamente compiuto da nessuna forza politica.
Dopo venticinque anni dalla revisione costituzionale e diciassette dall’approvazione della legge attuativa dell’articolo 119 della Costituzione, il sistema continua a oscillare fra spesa storica, negoziazioni politiche e criteri perequativi incompleti, cui si aggiungono gestioni regionali non sempre assennate. Si discute ogni anno di quanti fondi assegnare alle Regioni, ma non si è ancora costruita una metodologia pienamente scientifica e vincolante di determinazione del fabbisogno sanitario reale.
Eppure, la salute non è un dato astratto. Dipende da indicatori concreti: età media della popolazione, diffusione delle patologie croniche, povertà sanitaria, dispersione territoriale, densità abitativa, infrastrutturazione, mobilità sanitaria passiva, carenza di personale, condizioni socio-economiche.
Se tali parametri non vengono integralmente e rigorosamente misurati, nessuno può sostenere con certezza né che le risorse siano sufficienti né che siano insufficienti.
È questo il limite del confronto politico attuale.
Quando si afferma che il Fondo sanitario nazionale è aumentato, si dice una cosa vera ma non decisiva. L’aumento nominale delle risorse non dimostra automaticamente l’adeguatezza del finanziamento rispetto ai bisogni reali. Allo stesso modo, attribuire ogni criticità esclusivamente ai tagli statali rischia di trasformare problemi organizzativi interni in alibi permanenti.
La questione, dunque, non riguarda soltanto quanto si spende, ma soprattutto come si determina ciò che deve essere speso.
In assenza di una compiuta definizione dei LEP, di costi standard realmente applicati e di fabbisogni epidemiologici oggettivamente rilevati, il diritto alla salute resta inevitabilmente diseguale sul territorio nazionale. I disavanzi diventano strutturali, la mobilità sanitaria cresce e i cittadini continuano a percepire profonde differenze nella qualità dell’assistenza.
È questo il vero fallimento del federalismo fiscale sanitario italiano: avere proclamato un modello tecnico-costituzionale senza averlo mai realmente attuato.
Per questa ragione il problema della sanità pugliese non può essere ridotto né alla propaganda del “Roma taglia i fondi”, né a quella del “i soldi ci sono e il resto è colpa delle Regioni”. La realtà è più complessa e chiama in causa l’intera architettura del sistema.
Finché il fabbisogno sanitario continuerà a essere definito prevalentemente attraverso equilibri politici e non mediante parametri tecnico-scientifici uniformi, i conflitti tra Stato e Regioni continueranno a ripetersi, i deficit resteranno ricorrenti e il diritto costituzionale alla salute continuerà a dipendere, troppo spesso, dal luogo in cui si nasce o si vive.
Ettore Jorio