La repubblica delle sigle e il buco nero dei diritti: perché i Lea non bastano più

La repubblica delle sigle e il buco nero dei diritti: perché i Lea non bastano più

La repubblica delle sigle e il buco nero dei diritti: perché i Lea non bastano più

Il Ssn affoga in un mare di acronimi (Lea, Lep, Leps) e stratificazioni burocratiche, mentre il cittadino continua a fare la fila. La riforma Schillaci prova a ricostruire la medicina territoriale, ma senza responsabilità chiare e finanziamenti certi l'universalismo resta una promessa incompiuta.

La salute pubblica torna improvvisamente al centro del discorso politico ogni volta che una nuova minaccia epidemiologica attraversa il mondo. È accaduto con il Covid. Sta accadendo di nuovo oggi, mentre l’Europa osserva con crescente attenzione i casi di hantavirus e il governo italiano approva il nuovo Piano pandemico nazionale.

Ma proprio nei momenti in cui il sistema sanitario dovrebbe mostrare massima chiarezza, solidità organizzativa e capacità di comando pubblico, emergono invece tutte le fragilità accumulate in anni di stratificazioni burocratiche, linguaggi opachi e responsabilità disperse.

Il sistema della salute avrebbe bisogno, più di ogni altro settore pubblico, di parole chiare, riconoscibili, inequivoche.

Avrebbe bisogno di un linguaggio capace di farsi infrastruttura democratica del diritto. Perché la salute non è un favore amministrativo. È la più alta manifestazione della cittadinanza costituzionale. E invece abbiamo costruito il contrario.

Abbiamo edificato negli anni una vera e propria repubblica degli acronimi: Liveas, Lea, Lep, Leps.
Sigle nate per garantire certezza e uniformità che sono finite col produrre opacità, deresponsabilizzazione e confusione istituzionale.

Non è un problema semantico.

È un problema di potere.

Quando il cittadino non comprende più il linguaggio che definisce i suoi diritti, il diritto smette di essere esigibile.
Quando le competenze si sovrappongono e le parole si moltiplicano senza gerarchia logica, la responsabilità evapora. E infatti nel sistema sanitario italiano accade esattamente questo: tutti parlano di garanzie essenziali, ma nessuno risponde davvero della loro mancata erogazione.

La verità è che i Lea sono stati trasformati in una gigantesca operazione nominalistica.
Sono stati celebrati come il pilastro dell’universalismo sanitario, ma privati di ciò che rende reale qualunque diritto: finanziamento certo, organizzazione coerente, responsabilità diretta e controllabilità pubblica.

Il Dpcm 12 gennaio 2017 occupa 389 pagine della Gazzetta Ufficiale. Una mastodontica enciclopedia prestazionale che avrebbe dovuto rappresentare la costituzione materiale dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria italiana. E invece è diventata, troppo spesso, un monumento alla distanza tra diritto proclamato e diritto praticato.

Nessuno sino ad oggi ha avuto il coraggio di dire la verità: i Lea non vivono negli elenchi. Vivono solo se esiste una struttura pubblica capace di renderli concretamente esigibili ovunque, nello stesso modo e nello stesso tempo. E nel recente lavoro fatto dal CLEP nel 2025(audite!): sono stati confermati quelli del 2017. Come se il Covid e la esperienza che ne conseguita fosse invenzioni di una mete ammalata.

Ma questo non è avvenuto.

Si è preferito inseguire gli equilibri corporativi, le frammentazioni regionali, le zone grigie delle competenze, i compromessi burocratici e le continue moltiplicazioni organizzative.

Ogni riforma ha aggiunto livelli, sottolivelli, organismi, tavoli, cabine di regia, ma quasi mai responsabilità chiare.

Nel frattempo, il cittadino ha continuato a fare la fila.

E mentre si parlava di universalismo, si consolidava un sistema fondato sulla diseguaglianza territoriale e sulla casualità assistenziale.

La vicenda delle sedicenti Aziende ospedaliero-universitarie è emblematica di questa deriva.
In molti casi esse hanno smesso di essere luoghi di integrazione virtuosa tra assistenza, ricerca e formazione, diventando invece meccanismi opachi di sovrapposizione gestionale e compressione delle legittime aspettative professionali di medici e chirurghi che avevano creduto nella trasparenza dei concorsi pubblici.

Intere generazioni di professionisti sono state sospinte dentro percorsi sempre più precari, arbitrari e disordinati.
E tutto questo mentre il sistema continua a dichiararsi meritocratico.

Ma il punto più drammatico riguarda la medicina territoriale.

È lì che il fallimento dei Lea si manifesta nella sua forma più crudele.

Perché il cittadino non misura il diritto alla salute leggendo una delibera regionale.
Lo misura quando ha bisogno di essere visitato e non trova risposta.

Lo misura quando attende mesi per un accertamento. Lo misura quando il rapporto umano con il medico viene sostituito da piattaforme, moduli, call center e burocrazia difensiva.

La vecchia medicina di famiglia, fondata sul protagonismo personale e spesso generoso dei medici di base, è stata lasciata sola, priva di integrazione strutturale e progressivamente travolta da responsabilità incompatibili con l’attuale domanda assistenziale.

Ed è inutile continuare a fingere che il problema non esista.

Un diritto fondamentale non può dipendere dal “buon cuore” del singolo professionista.
Uno Stato serio non affida l’universalismo alla vocazione individuale.

Lo organizza.

Per questa ragione la proposta di riforma avanzata dal ministro Orazio Schillaci — pur bisognosa di aggiustamenti e verifiche operative — ha almeno il merito di affrontare il nodo vero: ricostruire una rete territoriale stabile, organica, permanente, nella quale accanto ai medici convenzionati possano operare anche medici dipendenti del Servizio sanitario nazionale.

È il tentativo, finalmente, di riportare dentro una cornice pubblica un’assistenza che oggi appare troppo spesso episodica, frammentata e diseguale.

Naturalmente non basta una riforma organizzativa.

Serve una rivoluzione culturale e istituzionale.

Occorre smettere di produrre sigle e ricominciare a produrre diritti.

Occorre restituire ai Lea una dimensione concreta, finanziata e controllabile.

Occorre soprattutto dire con chiarezza una cosa che troppi fingono di ignorare: il problema della sanità italiana non è l’assenza di norme.

È l’assenza di responsabilità.

E fino a quando continueremo a nascondere il fallimento dietro il linguaggio burocratico, continueremo ad avere cittadini formalmente garantiti ma sostanzialmente abbandonati.

La salute non ha bisogno di nuove parole.

Ha bisogno che quelle esistenti tornino finalmente a significare qualcosa e a produrre assistenza.

Ettore Jorio

18 Maggio 2026

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