Il “quoziente di simpatia” e i dinosauri da distruggere

Il “quoziente di simpatia” e i dinosauri da distruggere

Il “quoziente di simpatia” e i dinosauri da distruggere

A 23 anni da "La meglio gioventù", il monologo di Mario Schiano interroga ancora la medicina italiana: tra empatia sanità perduta e di prossimità in crisi.

Sono trascorsi 23 anni dall’uscita di un bel film dal titolo “La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana. Indimenticabile l’interpretazione di Mario Schiano, grande sassofonista e superbo attore, di professore universitario in Medicina e Chirurgia. 

“La meglio gioventù” resta uno dei ritratti più intensi dell’Italia contemporanea, anche perché riesce a inserire, dentro una vicenda privata e familiare, riflessioni profonde sul senso delle professioni pubbliche, medicina compresa. E la scena del professore interpretato da Mario Schiano è rimasta memorabile proprio per questo.

Il “quoziente di simpatia”, nella spiegazione del professore, non ha nulla a che vedere con la cordialità superficiale o con il carattere piacevole. Richiama invece il significato originario di sympatheia la capacità di “sentire insieme”, di partecipare alla sofferenza dell’altro. In sostanza, il docente sostiene che la preparazione tecnica, pur indispensabile, non basta a fare un buon medico. Senza empatia, senza ascolto, senza partecipazione umana, la medicina rischia di ridursi a procedura, potere o esercizio burocratico, così come divenuta oggi quella dei medici di famiglia. Si è persa la capacità di condividere la sofferenza altrui come cruciale per un medico. Nel dialogo, pertanto, il docente invita cinicamente il giovane a lasciare un’Italia definita come un paese destinato a fallire e a perseguire la propria carriera all’estero, identificandosi anche egli come parte della vecchia classe dirigente destinata a scomparire. Tra questa quella rappresentata dalla attuale medicina di prossimità in crisi di assistenza messa a terra e, quindi, da dovere assolutamente riformare.

Schiano è ancora più incisivo quando nel suo monologo introduce il “quoziente di antipatia”, cioè quella disposizione umana fatta di arroganza, distacco, vanità o disprezzo implicito verso il paziente. Secondo il personaggio, questa è “la cosa peggiore per un medico”, perché rompe il rapporto fiduciario e trasforma la fragilità del malato in un fastidio amministrativo o in un caso clinico astratto.

Naturalmente, sul piano universitario, il metodo è volutamente provocatorio e persino arbitrario: nessuno vorrebbe davvero una valutazione fondata su criteri soggettivi del genere. Ma il film non parla di regolamenti accademici; parla di formazione morale. La provocazione serve a dire che alcune qualità umane, pur difficili da misurare, sono decisive nella cura.

Per questo quella scena continua a colpire anche oggi, forse ancora più di vent’anni fa. Molti cittadini percepiscono una sanità tecnicamente avanzata ma umanamente impoverita: tempi compressi, medicina difensiva, gerarchie accademiche invasive, organizzazioni che premiano produttività e carriera più della relazione di cura. In particolare, nella medicina territoriale e nella sanità di prossimità, il paziente avverte immediatamente la differenza tra chi “prende in carico” una persona e chi invece gestisce soltanto una pratica.

Dietro questa storia che dimostra un incomprensibile metodo di valutazione universitaria c’è tuttavia una grande verità, tirata fuori dal cassetto della società civile più o meno contenta dell’assistenza sanitaria. Specie di quella di prossimità e di un ceto ospedaliero recentemente sopravvenuto attraverso imposizioni indebite di professori universitari. L’osservazione sul “ceto ospedaliero recentemente sopravvenuto”, attraverso procedure che vanno ben oltre l’illegittimità sino a configurare l’illecito, richiama proprio questo nodo: quando la formazione e il potere accademico diventano autoreferenziali, il rischio è che il sapere medico perda contatto con la realtà concreta della sofferenza quotidiana. Il film di Giordana suggerisce invece che la competenza autentica nasce dall’equilibrio fra scienza e umanità. La recitazione di Mario Schiano, nello spiegare le sue motivazioni dell’angheria valutativa, va oltre il brivido provocato dal sue essere maestro di sassofono. Fa riflettere sulla empatia dovuta a chi soffre e a chi è solo, spesso trattato con l’arroganza di chi occupa un posto pubblico, indebitamente se senza “gara”.

Ed è probabilmente questo il motivo per cui quella breve scena è rimasta così viva nella memoria collettiva: perché dice una verità che molti pazienti hanno sperimentato direttamente. Un medico può anche essere eccellente sul piano tecnico, ma se manca la capacità di riconoscere l’altro come persona, qualcosa di essenziale nella cura viene meno, finanche il confronto psico-fisico.

 A ben ricordare la ratio del suo ragionamento è appena il caso di riportare qui di seguito il monologo per intero, cui si è fatto riferimento.

«Lei avrebbe meritato un 28 o un 29. Le ho messo 30 perché ho applicato quello che chiamo coefficiente di simpatia. Poca cosa ma quanto basta per farla arrivare al 30. Qualcuno trova da eccepire su questo mio quoziente di simpatia ma io credo che, la simpatia, nel senso greco del termine, individua il condividere la sofferenza altrui e trovo che sia molto importante per un medico. Ad altri, invece, applico il quoziente di antipatia. Cioè, tolgo due, anche tre punti. ‘antipatia è la cosa peggiore per un Medico. Lei è meritevole, comunque. Complimenti.. ma non si monti la testa: ha ancora due esami da fare con me e sono sempre pronto a farla a pezzi.

Lei ha una qualche ambizione?

Mah, Non…

E Allora vada via… Se ne vada dall’Italia. Lasci l’Italia finché è in tempo. Cosa vuole fare, il chirurgo?

Non lo so, non ho ancora deciso…

Qualsiasi cosa decida, vada a studiare a Londra, a Parigi… Vada in America, se ha le possibilità, ma lasci questo Paese. L’Italia è un Paese da distruggere: un posto bello e inutile, destinato a morire.

Cioè, secondo lei tra poco ci sarà un’apocalisse?

E magari ci fosse, almeno saremmo tutti costretti a ricostruire… Invece qui rimane tutto immobile, uguale, in mano ai dinosauri. Dia retta, vada via…

E lei, allora, professore, perché rimane?

Come perché?!? Mio caro, io sono uno dei dinosauri da distruggere!»

 A valle. Il monologo riesce a condensare, in poche battute, una riflessione durissima e ancora attuale sul rapporto fra sapere, potere e umanità nella medicina.

La forza della scena sta proprio nell’ambiguità morale del personaggio. Il professore è insieme lucido e inquietante: esercita un arbitrio valutativo inaccettabile sul piano accademico, ma lo giustifica appellandosi a qualcosa che l’università e la medicina contemporanea rischiano davvero di perdere, cioè la dimensione umana della cura. Il suo “coefficiente di simpatia” è la convinzione che un medico incapace di sentire il dolore dell’altro finisca inevitabilmente per trasformare il paziente in oggetto, pratica, statistica. Quasi un numero garante della quota annua capitaria, a prescindere.

Il punto decisivo del monologo è forse proprio il “quoziente di antipatia”. Quando Schiano parla dell’antipatia come “la cosa peggiore per un medico”, anticipa un disagio che oggi molti pazienti riconoscono immediatamente: la sensazione di essere trattati non come persone vulnerabili ma come intralci organizzativi. In questo senso, il film apparve persino profetico rispetto alla crisi della medicina territoriale e della sanità di prossimità, dove la rarefazione del tempo clinico, la burocratizzazione e la pressione amministrativa hanno spesso impoverito il rapporto fiduciario.

È interessante anche il carattere profondamente italiano della scena. Marco Tullio Giordana non costruisce soltanto un discorso sulla medicina: costruisce una diagnosi civile del Paese.

 Quando il professore definisce l’Italia “un posto bello e inutile, destinato a morire”, non parla solo della fuga dei cervelli. Parla dell’immobilismo delle gerarchie, del potere che si autoriproduce, dei “dinosauri” che occupano istituzioni e impediscono il ricambio. Ed è straordinario che il personaggio includa sé stesso tra questi dinosauri: è una confessione quasi tragica, perché mostra un uomo che comprende il meccanismo ma ne è anche parte integrante.

Per questo il monologo resta così moderno. Oggi la medicina dispone di tecnologie impensabili nel 2003, ma molti cittadini percepiscono una crescente distanza umana. La sanità appare spesso più efficiente nei protocolli che nella relazione. Eppure proprio la relazione — ascolto, empatia, riconoscimento della fragilità — continua a essere ciò che il paziente ricorda più a lungo. Non è un caso che lui richiami soprattutto la dimensione della solitudine e dell’arroganza del potere pubblico: quando la cura perde il volto umano, anche l’eccellenza tecnica diventa insufficiente.

La scena funziona anche perché Mario Schiano le conferisce una qualità quasi jazzistica: il tono è ironico, minaccioso, malinconico, visionario insieme. Non interpreta un semplice docente universitario, ma una figura crepuscolare, consapevole della propria decadenza morale e di quella dell’ambiente che rappresenta. La sua recitazione rende memorabile un testo che, sulla carta, avrebbe potuto apparire solo cinico o retorico.

E forse il nucleo più vero del discorso resta proprio questo: la competenza scientifica è indispensabile, ma non basta. Un medico può essere impeccabile sul piano tecnico e fallire comunque nella cura se manca la capacità di “riconoscere” il paziente come persona. È una verità antica della medicina, che il film riesce a esprimere con rara semplicità e durezza.

Per questo, a distanza di oltre vent’anni, quella scena non appare datata. Anzi: sembra parlare ancora di più al presente, suggerendo il cambio di regime della medicina di famiglia per le famiglie.

Ettore Jorio

11 Maggio 2026

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