In Italia: universalismo senza universalità. In Francia: mutualismo senza mutualità

In Italia: universalismo senza universalità. In Francia: mutualismo senza mutualità

In Italia: universalismo senza universalità. In Francia: mutualismo senza mutualità

Italia e Francia, due modelli sanitari a confronto: l'universalismo italiano è un diritto senza prestazione, il mutualismo francese una prestazione senza responsabilità. Entrambi raccontano lo stesso fallimento.

La Francia scopre di avere un miliardo e mezzo di euro di franchigie sanitarie non recuperate. L’Italia continua a proclamare la natura universalistica del proprio Servizio sanitario nazionale mentre milioni di cittadini rinunciano alle cure o le acquistano sul mercato privato.

A prima vista sembrano due storie diverse. In realtà raccontano lo stesso fallimento.

Per decenni il dibattito europeo si è consumato attorno a una falsa alternativa. Da una parte il modello universalistico, finanziato dalla fiscalità generale e fondato sull’eguaglianza di tutti davanti al bisogno. Dall’altra il modello mutualistico-assicurativo, costruito sul contributo degli iscritti e sulla responsabilizzazione degli utenti.

Oggi entrambi mostrano la stessa fragilità.

L’universalismo italiano sopravvive soprattutto come enunciazione normativa. Tutti hanno diritto a tutto, ma non tutti riescono ad accedere a ciò che formalmente viene loro garantito. Il diritto resta intatto sulla carta mentre l’effettività arretra nella realtà.

Il mutualismo francese conserva invece una migliore capacità di erogazione delle prestazioni, ma perde progressivamente il legame tra contribuzione e responsabilità.

Quando la Corte dei conti d’oltralpe arriva a discutere come recuperare somme dovute e mai versate, il problema non è più contabile. È politico. Significa che il sistema fatica a farsi riconoscere come un patto reciproco tra cittadini.

Ed è qui che emerge la questione dei diritti sociali.

Per oltre un secolo il welfare europeo non è stato soltanto una macchina redistributiva. È stato una forma di cittadinanza. I lavoratori contribuivano perché sapevano di appartenere a una comunità politica che avrebbe restituito protezione nei momenti di bisogno. La solidarietà non era un concetto astratto. Era uno scambio tra appartenenza e tutela.

Quando questo equilibrio si rompe, il diritto sociale cambia natura. Non viene più percepito come il prodotto di una responsabilità collettiva ma come una prestazione dovuta da un’entità impersonale chiamata Stato.

La conseguenza è devastante. I contribuenti vedono crescere il carico fiscale e diminuire la qualità delle prestazioni. I beneficiari percepiscono i servizi come insufficienti. Le amministrazioni accumulano deficit. La politica risponde estendendo continuamente la sfera dei diritti proclamati.

Si entra così in una spirale paradossale: più aumentano i diritti dichiarati, più diminuisce la capacità effettiva di garantirli.

La Francia e l’Italia rappresentano due versioni dello stesso fenomeno. In Italia si è smarrita la sostenibilità dell’universalismo, sempre che sia mai stato messo a terra. In Francia si sta smarrendo il senso della mutualità. Nel primo caso il rischio è un diritto senza prestazione. Nel secondo una prestazione senza responsabilità.

Entrambi conducono alla stessa destinazione: la trasformazione dei diritti sociali in promesse politiche prive di una base comunitaria e finanziaria adeguata.

La vera questione non è quindi scegliere tra modello Beveridge e modello Bismarck, tra universalismo e mutualismo. Bensì è quella di ricostruire il nesso tra diritti, doveri e appartenenza.

Perché nessun diritto sociale può sopravvivere se diventa soltanto una pretesa individuale rivolta allo Stato. E nessun welfare può reggere se la solidarietà smette di essere percepita come un vincolo reciproco tra membri della stessa comunità politica.

La crisi francese e quella italiana ci dicono la stessa cosa: non stanno fallendo due modelli diversi. Sta vacillando l’idea europea secondo cui è possibile espandere indefinitamente i diritti sociali senza interrogarsi sulle condizioni economiche, demografiche e civiche che li rendono concretamente esigibili.

Per il pubblico politico questo è il punto più incisivo: la crisi non è finanziaria ma costituzionale, perché riguarda il rapporto tra cittadinanza sociale, solidarietà e legittimazione democratica del prelievo. È una chiave che consente di parlare contemporaneamente di sanità, welfare, immigrazione, invecchiamento della popolazione e sostenibilità dei diritti senza scivolare nella polemica contingente.

Ettore Jorio

04 Giugno 2026

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