La compartecipazione sociosanitaria non è facoltativa: è un dovere giuridico

La compartecipazione sociosanitaria non è facoltativa: è un dovere giuridico

La compartecipazione sociosanitaria non è facoltativa: è un dovere giuridico

Il Tribunale di Roma condanna il Comune a rimborsare oltre dieci milioni alla Asl per i trasporti dei disabili. Un principio destinato a fare scuola: i diritti sociali costano e le amministrazioni devono pagare, non possono scaricarsi le responsabilità.

La  compartecipazione sociosanitaria non è facoltativa, è un dovere giuridico che discende direttamente dalla tutela costituzionale della persona fragile: quando la solidarietà diventa un debito esigibile

Ci sono sentenze che risolvono una controversia. E ce ne sono altre che raccontano un pezzo di Paese.

La decisione con la quale il Tribunale di Roma ha condannato Roma Capitale a rimborsare oltre dieci milioni di euro alla Asl Roma 2 per il servizio di trasporto dei disabili appartiene certamente alla seconda categoria.

Non si tratta soltanto di una vicenda contabile. Non è neppure una disputa burocratica tra amministrazioni pubbliche. È, piuttosto, la rappresentazione concreta di un principio costituzionale troppo spesso dimenticato: i diritti sociali costano e, proprio perché costano, devono essere finanziati da tutti i soggetti pubblici chiamati a garantirli.

Per anni il trasporto delle persone con disabilità verso i centri di riabilitazione è stato assicurato dalle aziende sanitarie. Un servizio essenziale, senza il quale il diritto alla cura rischierebbe di restare una dichiarazione di principio. La questione era però chiara solo a metà: tutti erano d’accordo sul fatto che il servizio dovesse essere svolto; molto meno sul fatto che il relativo costo dovesse essere condiviso.

La sentenza interviene proprio su questo punto.

Il giudice richiama un orientamento ormai consolidato della giurisprudenza e ribadisce che il Comune non può considerarsi estraneo all’onere economico del servizio. In assenza di accordi diversi, la regola è quella della compartecipazione paritaria. Metà della spesa resta a carico del sistema sanitario e metà deve essere sostenuta dall’ente locale.

È un’affermazione destinata ad avere effetti che vanno ben oltre i confini di Roma.

La decisione contiene infatti un messaggio di carattere generale. Quando una prestazione sociosanitaria è necessaria per rendere effettivo un diritto fondamentale, le amministrazioni coinvolte non possono scaricarsi reciprocamente le responsabilità. L’obbligazione nasce dalla legge e non dalla buona volontà delle parti. Non occorrono accordi salvifici né artifici contabili. Occorre semplicemente adempiere.

Da questo punto di vista la sentenza colpisce un fenomeno molto diffuso nel nostro ordinamento: la tendenza a considerare i diritti sociali come variabili dipendenti dalle disponibilità di bilancio.

La logica costituzionale è esattamente opposta.

Prima viene il diritto. Poi si organizza la spesa necessaria per garantirlo.

Per questa ragione assume particolare rilievo il passaggio con il quale il Tribunale esclude che l’assenza di un preventivo impegno contabile possa cancellare un debito derivante direttamente dalla legge. Se l’obbligazione esiste, il bilancio deve prenderne atto. Non è il bilancio a decidere se il diritto esista oppure no.

È una lezione che riguarda l’intero welfare italiano.

Negli ultimi anni il sistema ha progressivamente separato il sanitario dal sociale, come se fossero universi distinti. In realtà le persone fragili vivono esattamente nel punto di incontro tra queste due dimensioni. Il trasporto assistito, l’assistenza domiciliare, la non autosufficienza, la disabilità grave, le prestazioni sociosanitarie integrate dimostrano ogni giorno che la tutela della salute non può essere confinata entro i muri di un ospedale.

La vera questione è allora un’altra.

Se il futuro sarà caratterizzato dall’invecchiamento della popolazione, dalla crescita della domanda assistenziale e dalla diffusione delle fragilità croniche, il modello tradizionale di ripartizione delle competenze tra Comuni e Servizio sanitario dovrà essere ripensato. Non basta stabilire chi paga. Occorre costruire una governance unitaria della presa in carico.

La sentenza del Tribunale di Roma rappresenta dunque qualcosa di più di una vittoria processuale.

Essa ricorda che la solidarietà non è una parola affidata alla retorica istituzionale. È un’obbligazione giuridica.

E quando diventa un’obbligazione giuridica, prima o poi arriva anche il conto.

Questa volta supera i dieci milioni di euro.

Domani potrebbe riguardare l’intero sistema delle politiche sociosanitarie italiane.

Ettore Jorio

23 Giugno 2026

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