La sanità vista dai grattacieli non cura la periferia

La sanità vista dai grattacieli non cura la periferia

La sanità vista dai grattacieli non cura la periferia

Si pianifica ciò che è misurabile, non ciò che è necessario. E mentre si inseguono indicatori e si rincorrono bilanci, i bisogni reali degli italiani – soprattutto nelle periferie e nei comuni montani – restano senza risposta.

Nella programmazione della tutela della salute, c’è un brutto equivoco di fondo. Non riguarda solo le risorse, né il ritardo nel passaggio dalla spesa storica ai costi standard. Riguarda qualcosa di più semplice e, proprio per questo, più difficile da correggere: il punto di vista, in senso proprio. Il luogo dal quale si vede.

La sanità viene programmata dall’alto. Dai piani alti in senso fisico dei palazzi regionali, degli uffici ministeriali, dai luoghi insomma in cui i bisogni arrivano filtrati dalle città che hai di fronte, collaborata da report, indicatori e sintesi. È insomma una sanità che nasce in verticale, piuttosto che generata da una conoscenza orizzontale, ove c’è il fabbisogno reale da soddisfare.

Non sta nei grattacieli. Sta nelle strade. Meglio, nelle periferie. Nei quartieri dove l’età media è alta e i servizi sono pochi. Sta nelle sale d’attesa dei medici di base, nei pronto soccorso sovraffollati, nelle case di chi rinuncia a curarsi perché non riesce a orientarsi tra tempi, costi e accessi.

 La distanza tra chi programma e chi vive la sanità produce un effetto negativo che si vede ogni giorno: una programmazione dissociata, lontana dal vissuto collettivo. Si pianifica ciò che è misurabile, non ciò che è necessario. Si rafforzano strutture che funzionano già e si lasciano scoperti i territori più fragili. Si rincorrono indicatori, mentre i bisogni reali cambiano forma e restano senza risposta.

 Non è solo un problema tecnico. È un errore di prospettiva.

 Quando si guarda la sanità dall’alto, la si riduce a sistema. Quando la si guarda dal basso, appare per quello che è davvero: una rete fragile di relazioni, di prossimità, di fiducia. Non è fatta solo di ospedali, ma di continuità. Non è fatta solo di prestazioni, ma di accessibilità.

 Per questo il ritardo sui costi standard, pur rilevante, rischia di essere una discussione parziale. Si può anche arrivare a standardizzare la spesa, ma se non si standardizza l’attenzione ai bisogni reali, il sistema continuerà a produrre diseguaglianze. E dire che è da tempo che si registra una programmazione pensata dagli attici dei grattacieli piuttosto che fondata sui fabbisogni emergenti nella periferia italiana, piena zeppa di comuni montani e collinari.

Anni fa, nel film-documentario Sicko, Michael Moore raccontava una verità scomoda: il modo in cui un Paese organizza la propria sanità dice molto su cosa considera davvero importante. Non è una questione di modelli, ma di priorità.

Oggi la priorità sembra ancora quella di far quadrare i conti più che di intercettare i bisogni.

Eppure la direzione è chiara. La sanità del futuro non può che essere territoriale. Non per slogan, ma per necessità demografica e sociale. In un Paese che invecchia, che si frammenta, che produce nuove forme di fragilità, la risposta non può essere concentrata solo nei grandi poli ospedalieri.

Serve spostare lo sguardo. Prima ancora che le risorse.

Portare la programmazione dove stanno i problemi: nei distretti, nei comuni, nei luoghi in cui la sanità si intreccia con il sociale. Coinvolgere chi quei bisogni li incontra ogni giorno: medici di base, operatori territoriali, amministrazioni locali. Costruire indicatori che misurino non solo quanto si spende, ma quanto si intercetta il bisogno.

In altre parole: riportare la sanità a terra.

Perché una sanità progettata dall’alto può anche essere efficiente. Ma difficilmente sarà quella giusta.

Ettore Jorio

07 Maggio 2026

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