Il tema della sostenibilità dei bilanci regionali della sanità rappresenta, da tempo, una questione ricorrente nel dibattito pubblico. In proposito, possono essere richiamate due dimensioni principali: le cause e le conseguenze.
Per quanto riguarda le cause, senza entrare nel merito di responsabilità che affondano in dinamiche complesse e stratificate nel tempo, si può osservare come il sistema di finanziamento non sia stato pienamente adeguato all’introduzione del federalismo fiscale (costi e fabbisogni standard differenziati). In particolare, il permanere del criterio della spesa storica sembra aver contribuito a mantenere alcune rigidità strutturali, che nel tempo possono aver inciso sugli equilibri complessivi. Non solo. Fondano la determinazione di quanto occorre su presunzioni e non su fabbisogno epidemiologico reale, mai rilevato da alcuna Regione.
Le conseguenze risultano visibili in molte realtà territoriali e si manifestano in forme differenti. Il rapporto tra Stato e Regioni, in termini di finanziamento e capacità di programmazione, appare talvolta caratterizzato da elementi di tensione e da difficoltà nel coordinamento. In questo quadro, non sempre le scelte gestionali si sono rivelate pienamente efficaci, con esiti che, in alcuni casi, hanno inciso sulla qualità e sull’organizzazione dei servizi sanitari.
Oggi anche la Puglia si trova ad affrontare una situazione finanziaria che richiede attenzione e interventi mirati, in linea con quanto già avvenuto in altre Regioni sottoposte a piani di rientro. Va riconosciuto all’attuale Giunta regionale l’avere puntato tempestivamente sul valore della trasparenza con cui è stata rappresentata la condizione dei conti: un disavanzo di poco inferiore ai 370 milioni di euro e la dichiarata volontà dell’assessore Pentassuglia di intervenire per il riequilibrio del conto economico 2025, cercando al contempo di preservare l’effettiva fruibilità del diritto alla salute. Si tratta di un obiettivo rilevante, la cui realizzazione potrà richiedere scelte non semplici.
Ciò che appare di particolare interesse è l’impostazione strategica che sembra emergere. A differenza di quanto osservato in alcune altre realtà, dove il riequilibrio finanziario si è accompagnato alla riduzione dei presìdi sanitari minori, la Puglia sembra orientata a una revisione dell’organizzazione esistente piuttosto che a una sua riduzione lineare. Il piccolo se essenziale è “bello”.
La decisione di mantenere i piccoli ospedali appare coerente con le caratteristiche territoriali e demografiche della regione, contraddistinta da una distribuzione diffusa della popolazione e da un progressivo invecchiamento. In tale contesto, i presìdi locali possono continuare a svolgere un ruolo significativo nell’assicurare prossimità e accessibilità ai servizi.
La direzione indicata dalla governance regionale sembra quindi muoversi verso un rafforzamento della sanità territoriale, in linea con quanto previsto dal DM 77 del 2022, che delinea un sistema più capillare basato su strutture di prossimità come case e ospedali di comunità e servizi integrati.
La scelta di accompagnare gradualmente la rete ospedaliera verso una possibile riconversione funzionale può essere letta come un approccio prudente. Se attuata con coerenza, potrebbe favorire una riallocazione delle risorse umane e professionali, contribuendo a rafforzare i servizi territoriali e a migliorare la presa in carico dei cittadini.
Resta comunque un percorso complesso, che richiederà un’attenta gestione dei processi organizzativi, un confronto strutturato con le rappresentanze del personale e un investimento significativo nella formazione.
Accanto alla valorizzazione del personale già in servizio, sarà verosimilmente necessario prevedere ulteriori risorse per rafforzare gli organici. I fondi del PNRR possono offrire un contributo importante, ma difficilmente potranno rappresentare una soluzione esaustiva nel lungo periodo, rendendo necessaria una programmazione finanziaria stabile.
È su questo piano che si misurerà, con ogni probabilità, la capacità della classe dirigente regionale. L’obiettivo non riguarda soltanto il riequilibrio dei conti, ma anche la possibilità di mantenere un adeguato livello di tutela dei diritti. Se il percorso dovesse consolidarsi, potrebbe rappresentare un’esperienza utile anche per altri contesti.
In caso contrario, il rischio è che gli interventi si traducano prevalentemente in misure emergenziali, con benefici limitati nel tempo e possibili ricadute sulla qualità dei servizi.
La consapevolezza della centralità della sanità pubblica sembra comunque presente: non tanto nella realizzazione di nuove strutture, quanto nella capacità di garantire servizi efficaci e accessibili. In fondo, il sistema sanitario è chiamato a rispondere a una condizione universale di fragilità che, prima o poi, riguarda tutti. Ed è proprio in questa prospettiva che si colloca, probabilmente, il senso più profondo dell’azione pubblica in ambito sanitario.
Ettore Jorio