Liste d’attesa. A 18 mesi dalla legge mancano ancora decreti attuativi. Gimbe: “I dati restano opachi e i benefici per i cittadini non decollano”

Liste d’attesa. A 18 mesi dalla legge mancano ancora decreti attuativi. Gimbe: “I dati restano opachi e i benefici per i cittadini non decollano”

Liste d’attesa. A 18 mesi dalla legge mancano ancora decreti attuativi. Gimbe: “I dati restano opachi e i benefici per i cittadini non decollano”

Nonostante 57,8 milioni di prestazioni erogate nel 2025, l'assenza di due decreti attuativi rende la piattaforma nazionale incomprensibile, senza dati disaggregati per Regione e senza chiarezza sui colli di bottiglia.

La Piattaforma Nazionale delle Liste di Attesa (Pnla) raccoglie i dati relativi a quasi 57,8 milioni di prestazioni erogate nel 2025: 24,2 milioni di prime visite specialistiche e 33,6 milioni di esami diagnostici. Tuttavia, allo stato attuale, non è di alcuna utilità per i cittadini: descrive il rispetto dei tempi di attesa con indicatori incomprensibili e, soprattutto, non documenta le differenze tra Regioni, tra Aziende sanitarie, tra pubblico e privato accreditato né tra prestazioni erogate a carico del Ssn e in intramoenia.

“Dopo fiumi di annunci e dichiarazioni ufficiali – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – il Decreto Legge sulle liste d’attesa (DL 73/2024) non ha ancora prodotto alcun beneficio concreto per cittadini e pazienti. A 18 mesi dalla conversione in legge mancano ancora due decreti attuativi e la piattaforma di monitoraggio non consente di individuare dove si concentrano i ritardi e quali prestazioni riguardano”.

A 18 mesi dalla conversione in legge del DL Liste di attesa, la Fondazione Gimbe ha condotto la terza analisi indipendente sullo stato di attuazione della norma e il primo monitoraggio della Pnla sui dati del 2025. “L’obiettivo – spiega il Presidente – è alimentare in maniera costruttiva il dibattito pubblico, sollecitare risposte chiare da Governo e Regioni e tracciare un confine netto tra promesse e realtà, anche al fine di allineare le aspettative dei cittadini. Sempre più alle prese con tempi di attesa interminabili e troppo spesso costretti a pagare di tasca propria o, addirittura, a rinunciare alle prestazioni”.

Al 1° febbraio 2026, secondo quanto riportato dal Dipartimento per il Programma di Governo, risultano pubblicati in Gazzetta Ufficiale quattro dei sei decreti attuativi previsti dal DL Liste d’attesa: tre ad aprile e uno ad agosto 2025. Restano invece non adottati due decreti senza scadenza definita:

– Art. 5, comma 2 (primo periodo). Definizione di una metodologia per la definizione del fabbisogno di personale degli enti del Ssn (uno o più decreti).

– Art. 3, comma 5. Linee di indirizzo, a livello nazionale, contenenti le indicazioni tecniche per gestire, da parte del Cup, un nuovo sistema di disdetta delle prenotazioni e ottimizzazione delle agende di prenotazioni.

Ad un anno di distanza dalle rassicurazioni fornite dal Ministro Ciriani nel question time del 5 febbraio 2025, “il decreto sul superamento del tetto di spesa per il personale – spiega Cartabellotta – è in stand-by per la mancata approvazione della ‘nuova metodologia’ Agenas per stimare il fabbisogno di personale, mentre quello volto a definire le linee di indirizzo nazionali per i Cup non risulta ancora calendarizzato per l’esame in Conferenza delle Regioni”.

Piattaforma nazionale delle liste di attesa. La prima versione della Pnla è stata lanciata il 26 giugno 2025 e progressivamente aggiornata con tutti i dati del 2025. A metà novembre Agenas aveva annunciato il rilascio entro fine anno della versione 2.0, con dati consultabili per Regione e Provincia autonoma, per pubblico e privato accreditato e per attività Ssn e intramoenia, oltre ad una versione 3.0 con consultazione dei dati in tempo reale per il primo semestre 2026. Tuttavia, al 1° febbraio 2026 la versione pubblica della piattaforma rimane quella iniziale che contiene solo dati aggregati a livello nazionale. “Di conseguenza – spiega Cartabellotta – è impossibile individuare in quali Regioni e strutture si concentrano i maggiori ritardi, per quali prestazioni e per quali classi di priorità”.

Dichiarazioni istituzionali. Sullo sviluppo della piattaforma si sono susseguiti continui annunci e rinvii. Il 5 novembre 2024 il Ministro Schillaci aveva promesso, per febbraio 2025, un “cruscotto nazionale con i dati di tutte le Regioni e Province autonome”. Quindi, il 14 maggio 2025 la Presidente Meloni aveva definito la piattaforma “operativa” e in grado di ridurre i tempi di attesa. Nei fatti, il sistema è ancora in fase di unificazione dei flussi regionali: l’8 ottobre 2025 lo stesso Ministro Schillaci ha infatti chiarito che, su richiesta delle Regioni, i dati saranno resi pubblici solo quando ritenuti “affidabili, sistematici e condivisi”. Non a caso, solo il 21 gennaio 2026 è stato pubblicato il DM 9 dicembre 2025 che ripartisce alle Regioni oltre € 27 milioni per realizzare l’infrastruttura informatica volta a garantire l’interoperabilità dei sistemi regionali. “Le Regioni – chiosa Cartabellotta – avrebbero dovuto predisporre entro giugno 2025 i piani per collegare i propri CUP alla piattaforma nazionale ma il ritardo nella ripartizione dei fondi ha azzerato il conto alla rovescia che è ripartito dopo sette mesi”.

Dati e informazioni disponibili. La piattaforma attualmente monitora 17 visite specialistiche e 95 esami diagnostici, classificati in base alla priorità indicata nella ricetta: Urgente (entro 3 giorni), Breve (entro 10 giorni), Differita (entro 30 giorni per le visite ed entro 60 giorni per gli esami), Programmata (entro 120 giorni).

Volumi delle prestazioni. Nel 2025 sono state prenotate, nelle strutture pubbliche e private accreditate, sia in regime istituzionale che in intramoenia, quasi 57,8 milioni di prestazioni: 24,2 milioni di prime visite specialistiche e 33,6 milioni di esami diagnostici. Tra le 17 visite specialistiche, le prime 5 (oculistica, dermatologica/allergologica, cardiologica, ortopedica e otorinolaringoiatrica) rappresentano oltre il 54% del totale. Per i 95 esami diagnostici la metà delle prestazioni riguarda soli 10 test: ecografie (addome completo, mammella, capo e collo, muscolo-tendinea e osteo-articolare), ecocolordoppler (cardiaco, tronchi sovra-aortici, arti inferiori) e radiografie (torace, ginocchio, mammografia). “Per le visite specialistiche – commenta il Presidente – la domanda più elevata riguarda, cardiologia a parte, specialità d’organo lontane dalle competenze del medico di famiglia. Gli esami diagnostici più richiesti sono invece test di primo livello, per i quali vari studi internazionali stimano una quota di inappropriatezza pari ad almeno il 30%”.

Indicatori disponibili. Per tutte le prestazioni monitorate sono disponibili alcuni indicatori di interesse:

– Prenotazioni accettate. I cittadini hanno accettato la prima disponibilità proposta dal Cup per il 39,9% degli esami diagnostici e per il 34,9% delle visite specialistiche. Il dato esclude le prestazioni erogate in intramoenia. “Le motivazioni per cui 2 cittadini su 3 per le visite e 3 su 5 per gli esami non accettano la prima disponibilità proposta dal Cup – commenta il Presidente – possono essere diverse, ma non vengono documentate dalla piattaforma: tempi di attesa eccessivi, sedi molto distanti dal proprio domicilio, giorni o orari incompatibili, prestazione già effettuata”.

– Prestazioni programmate nel weekend. Nel 2025 sono stati programmati di sabato e domenica 1,26 milioni di esami diagnostici (3,8%) e 391 mila visite specialistiche (1,6%). “L’utilizzo del weekend per smaltire le liste di attesa – commenta Cartabellotta – rimane un fenomeno marginale, nonostante la possibilità di incentivi economici per medici e infermieri”.

– Distribuzione per priorità. Per gli esami diagnostici, al netto di quelli erogati in intramoenia, le richieste urgenti rappresentano l’1,6% e quelle con priorità breve il 13,5%, le prestazioni differite il 34,5% e quelle programmate il 50,3%. Un quadro analogo si osserva per le visite specialistiche, sempre al netto di quelle erogate in intramoenia: le prenotazioni urgenti sono il 2,2%, quelle brevi il 17%, le prestazioni differite il 43,3% e quelle programmate il 37,4%. “È verosimile – spiega il Presidente – che la maggior parte delle prestazioni inappropriate si annidi nelle prenotazioni programmate, che rappresentano oltre la metà degli esami e più di un terzo delle visite”.

Rispetto dei tempi di attesa: indicatori incomprensibili e fuorvianti. Il rispetto dei tempi di attesa viene riportato con mediane e quartili, indicatori tecnici incomprensibili per i cittadini e difficili da interpretare anche per molti addetti ai lavori. Inoltre, questi indicatori tendono a edulcorare i numeri, perché la piattaforma esclude il 25% delle prenotazioni con i tempi di attesa più lunghi. “Ma soprattutto – chiosa Cartabellotta – non forniscono l’informazione più rilevante per verificare il rispetto dei diritti dei cittadini: per ciascuna prestazione, quale percentuale viene erogata entro i tempi massimi previsti per ogni classe di priorità?”. Per dimostrare la complessità di questa modalità di reporting, sono stati analizzati i dati sul rispetto dei tempi di attesa relativi alle due prestazioni con i volumi più elevati: prima visita oculistica ed ecografia dell’addome completo.

– Prima visita oculistica. Le prestazioni urgenti (entro 3 giorni) per 3 pazienti su 4 vengono erogate entro il limite massimo e almeno uno su quattro riceve la prestazione in giornata. Nelle visite con priorità breve (entro 10 giorni) la criticità è evidente: per tutto il 2025 almeno un paziente su quattro attende oltre i 10 giorni. Per le prestazioni differibili (entro 30 giorni) la situazione è ancora più critica: la metà dei pazienti attende oltre il mese, mentre almeno un paziente su quattro arriva ad aspettare fino a 4-5 mesi, con un picco massimo a marzo che supera i 160 giorni. Quadro in chiaroscuro per le visite programmabili (entro 120 giorni): per metà dei pazienti vengono erogate entro i tempi massimi, ma uno su quattro aspetta tra i 6 e gli 8 mesi per la maggior parte dell’anno (figura 1).

– Ecografia dell’addome completo. Per le prestazioni urgenti (entro 3 giorni), nella maggior parte dei casi l’esame viene eseguito rapidamente, ma in alcuni mesi del 2025 almeno un paziente su quattro supera i tempi massimi garantiti. Nelle prestazioni a priorità breve (entro 10 giorni) la criticità è strutturale: almeno un paziente su quattro attende oltre i 10 giorni, con picchi nei mesi estivi che superano le due settimane.Anche per le prestazioni differibili (entro 60 giorni) e programmabili (entro 120 giorni) per 3 pazienti su 4 i tempi risultano spesso entro la soglia garantita, ma molti cittadini sperimentano attese ben più lunghe: in diversi periodi dell’anno almeno un paziente su quattro aspetta fino a 70 giorni per le prestazioni differibili e fino a quattro/cinque mesi per quelle programmabili (figura 2).

“Nei due esempi analizzati – commenta Cartabellotta – metà dei pazienti generalmente ottiene la prestazione entro i tempi previsti, ma una quota di pazienti deve attendere ben oltre i limiti massimi garantiti. Inoltre, come per tutte le altre prestazioni, esiste una ‘coda invisibile’ dove resta intrappolata una persona su quattro, costretta ad attendere, a pagare di tasca propria o a rinunciare del tutto alla prestazione”. Fenomeni che trovano riscontro nei dati Istat: la spesa out-of-pocket per prestazioni diagnostiche e visite specialistiche si è impennata negli ultimi anni e nel 2024 5,8 milioni di persone hanno rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria.

Prestazioni in intramoenia. Nella sezione relativa ai volumi delle prestazioni, la Pnla specifica che solo il numero totale di prenotazioni (e quelle erogate sabato e domenica) include anche le prestazioni “erogate in regime SSN/SSR in strutture pubbliche e private e in intramoenia”, mentre tutti gli altri indicatori “escludono le prestazioni in intramoenia”. Di conseguenza, la differenza tra il totale delle prenotazioni e quelle con cui viene calcolato il rispetto dei tempi di attesa consente di stimare l’entità delle prestazioni erogate in intramoenia. Da una verifica a campione sui 3 esami diagnostici e sulle 3 visite specialistiche con i volumi più elevati emerge che, in media, il 30% delle prestazioni viene erogato in intramoenia (tabella 1).

Assenza di supporto ai cittadini. Al momento la Pnla non fornisce alcuna guida informativa su cosa fare quando i tempi massimi non vengono rispettati. “La piattaforma – rileva il Presidente – non indica le modalità per presentare segnalazioni o richieste di tutela, privando il cittadino di informazioni indispensabili per esercitare i propri diritti”.

“In questo scenario – commenta Cartabellotta – non mancano ovviamente le responsabilità delle Regioni, ma non al punto da attribuire loro la responsabilità del disallineamento tra obiettivi dichiarati (riduzione rapida delle liste) e l’assenza di risultati». Sicuramente, in diverse realtà persistono pratiche illegittime già rilevate dai Nas (agende chiuse, liste di “galleggiamento”, etc.), cui si aggiungono i ritardi nella realizzazione di un Cup unico che includa anche le prestazioni del privato accreditato.

“A 18 mesi dalla conversione in legge – conclude Cartabellotta – il DL Liste di attesa non è ancora stato in grado di dare risposte concreteai cittadini, confermando che il carattere di urgenza era incompatibile con un fenomeno molto complesso. Mancano due decreti attuativi e la piattaforma oggi disponibile, oltre a non rendere pubblici i dati necessari a documentare le criticità regionali e aziendali, riporta i tempi di attesa nazionali con indicatori incomprensibili ai cittadini. Il duplice ritardo, normativo e tecnologico, conferma che le liste d’attesa sono un sintomo del grave e progressivo indebolimento del Ssn, che richiede investimenti strutturali sul personale, coraggiose riforme organizzative, una completa trasformazione digitale e misure efficaci per arginare la domanda inappropriata di prestazioni. In assenza di questi interventi e persistendo la divergenza tra la situazione auspicata e la realtà dei fatti, il DL Liste d’attesa rischia di restare una promessa mancata, mentre milioni di cittadini continuano a pagare di tasca propria o a rinunciare alle prestazioni. Con una silenziosa esclusione dal diritto alla tutela della salute, in violazione dell’articolo 32 della Costituzione e dei princìpi fondanti del Ssn e con gravi conseguenze sulla salute delle persone, sulla tenuta del Ssn e sull’economia delle famiglie”.

Vedi qui figure e tabelle.

03 Febbraio 2026

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