Olimpiadi, sanità e fiducia: cosa significa oggi ospitare i Giochi in Italia

Olimpiadi, sanità e fiducia: cosa significa oggi ospitare i Giochi in Italia

Olimpiadi, sanità e fiducia: cosa significa oggi ospitare i Giochi in Italia

Le Olimpiadi Invernali 2026 si aprono nella normalità, segnando il ritorno dei Giochi senza protocolli emergenziali. La vera prova per la sanità pubblica sarà gestire i rischi noti con pratiche ordinarie, misurando il successo proprio nell'assenza di clamore.

Le Olimpiadi invernali del 2026 si aprono oggi in un clima che restituisce ai Giochi una sensazione quasi dimenticata: la normalità. Niente restrizioni generalizzate, niente protocolli eccezionali, niente linguaggi emergenziali. Milano, Cortina d’Ampezzo e le altre sedi del Nord Italia accolgono atleti, staff e spettatori da ogni parte del mondo come si faceva prima delle grandi crisi sanitarie globali. Ed è proprio questa apparente semplicità a rendere l’evento particolarmente significativo dal punto di vista della sanità pubblica.

I grandi eventi sportivi hanno sempre rappresentato un punto di osservazione privilegiato per comprendere il rapporto tra società e salute. Fin dalle prime Olimpiadi moderne, la concentrazione di persone provenienti da contesti diversi ha imposto interrogativi sulla prevenzione delle malattie, sulla gestione delle emergenze e sulla tutela degli atleti. Nel corso del Novecento, con l’aumento della mobilità internazionale e la crescita delle città ospitanti, i Giochi hanno contribuito allo sviluppo di sistemi di sorveglianza sanitaria, di servizi di emergenza coordinati e di standard sempre più elevati di sicurezza alimentare e ambientale. Molto prima che si parlasse di preparedness, le Olimpiadi ne mettevano già in pratica i principi fondamentali.

Per decenni, tuttavia, questo lavoro è rimasto invisibile. La sanità funzionava quando non si faceva notare, quando preveniva senza interferire con lo svolgimento dell’evento. Solo in situazioni eccezionali, come nel caso delle Olimpiadi di Tokyo 2020 durante la pandemia da COVID-19, la salute pubblica è diventata protagonista assoluta, condizionando ogni aspetto dei Giochi. Quell’esperienza ha segnato uno spartiacque: da allora, nessun grande evento può essere pensato prescindendo dalla sua sostenibilità sanitaria.

L’Italia ospita le Olimpiadi invernali del 2026 in una fase diversa, meno drammatica ma non per questo meno complessa. Non siamo di fronte a una crisi acuta, ma a un contesto caratterizzato da rischi noti e persistenti. Virus respiratori stagionali, riemersione di malattie prevenibili con la vaccinazione, infezioni trasmesse per via alimentare o sessuale continuano a far parte del panorama epidemiologico globale. In un evento che richiama centinaia di migliaia di persone, questi elementi non diventano improvvisamente emergenze, ma richiedono attenzione, coordinamento e responsabilità diffusa.

In questo scenario, la prevenzione non passa attraverso misure straordinarie, ma attraverso la solidità delle pratiche ordinarie. Le vaccinazioni rappresentano un esempio emblematico. Il morbillo, spesso percepito come un problema del passato, è ancora presente in molte regioni del mondo e continua a causare focolai anche in Europa. In contesti ad alta densità di persone, una copertura vaccinale incompleta può trasformare rapidamente un singolo caso in un problema collettivo. Verificare il proprio stato vaccinale, in linea con i calendari nazionali, diventa quindi parte integrante della sicurezza dei Giochi, anche se raramente viene percepito come tale.

Lo stesso vale per le infezioni respiratorie, particolarmente frequenti nei mesi invernali. Influenza stagionale, COVID-19 e altri virus respiratori non sono una novità, ma la loro diffusione è facilitata dagli spostamenti e dagli ambienti affollati. La protezione delle persone più fragili – anziani, soggetti con patologie croniche, donne in gravidanza – dipende da una combinazione di strumenti noti: vaccinazioni, attenzione ai sintomi, comportamenti prudenti quando si è malati. Piccoli gesti, come evitare contatti ravvicinati in presenza di febbre o indossare una mascherina in spazi chiusi molto affollati, assumono un significato che va oltre la tutela individuale e si collocano nella sfera della responsabilità collettiva.

Anche la sicurezza alimentare racconta una parte importante della relazione tra Olimpiadi e sanità pubblica. L’intenso flusso di visitatori e la grande quantità di pasti consumati fuori casa aumentano inevitabilmente il rischio di disturbi gastrointestinali. Prestare attenzione alla corretta conservazione dei cibi, alla cottura e all’igiene non è solo una raccomandazione individuale, ma una componente essenziale di un evento che vuole essere sostenibile anche dal punto di vista sanitario.

C’è poi una dimensione spesso trascurata nel dibattito pubblico, ma centrale per la salute globale: quella delle infezioni sessualmente trasmesse. I grandi eventi internazionali favoriscono incontri e relazioni, e con essi possono aumentare i comportamenti a rischio. In Europa, infezioni come clamidia, gonorrea e sifilide sono ancora diffuse, mentre HIV, epatiti virali e mpox continuano a rappresentare una sfida per i sistemi sanitari. L’accesso all’informazione, ai test e agli strumenti di prevenzione fa parte di una sanità moderna, capace di tutelare la salute senza moralismi né allarmismi.

Per il Servizio sanitario nazionale, i Giochi del 2026 sono quindi una prova di maturità più che di reazione. Significano dimostrare di saper gestire un grande evento senza ricorrere a logiche emergenziali, integrando sanità territoriale, servizi ospedalieri e comunicazione istituzionale. Significano anche rafforzare la fiducia di cittadini e visitatori in un sistema che protegge la salute senza trasformarla in una fonte di paura.

Ospitare un’Olimpiade oggi significa accettare che la salute collettiva non è garantita dall’assenza di rischi, ma dalla capacità di riconoscerli e gestirli in modo continuo. Se i Giochi si svolgeranno senza incidenti sanitari rilevanti, senza focolai e senza improvvisazioni, difficilmente questo farà notizia. Ma sarà proprio in quell’assenza di clamore che si misurerà il successo della sanità pubblica italiana. Perché la vera eredità delle Olimpiadi non è solo nelle infrastrutture o nelle medaglie, ma nella capacità di far convivere normalità, prevenzione e fiducia.

Francesco Branda
Unità di Statistica Medica ed Epidemiologia Molecolare, Università
Campus Bio-Medico di Roma

Francesco Branda

06 Febbraio 2026

© Riproduzione riservata

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