Sanità e autonomia: il rischio di una deriva competitiva

Sanità e autonomia: il rischio di una deriva competitiva

Sanità e autonomia: il rischio di una deriva competitiva

Veneto e Lombardia spingono per la massima autonomia in sanità, Piemonte e Liguria chiedono margini più mirati. Ma il vero nodo non è il trasferimento di competenze, già regionalizzate dal 2001, bensì la capacità dello Stato di garantire Lea uniformi e di impedire che il federalismo cooperativo si trasformi in competizione tra territori.

Se tutto dovesse “filare liscio” – prima nel rapporto tra Governo e Regioni e poi nel passaggio parlamentare – l’autonomia differenziata richiesta da Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria aprirebbe una fase nuova, soprattutto sul terreno più sensibile di tutti: la sanità.

Le quattro Regioni oggi più avanti nelle trattative non chiedono la stessa cosa, né con la stessa intensità. Veneto e Lombardia puntano al massimo livello possibile di differenziazione legislativa, arrivando a rivendicare competenze ampie e profonde su organizzazione, programmazione, personale e modelli di rapporto pubblico-privato. Piemonte e Liguria, al contrario, si muovono con maggiore prudenza, chiedendo margini di autonomia più mirati e selettivi, legati soprattutto alla programmazione territoriale e alla risposta ai bisogni locali.

La tutela della salute, dunque, è al centro di tutte le istanze, ma declinata in modo molto diverso. Veneto e Lombardia rivendicano una gestione pienamente autonoma del sistema sanitario regionale: dalla programmazione della spesa alla gestione del personale, fino a una maggiore libertà negoziale e organizzativa. Il Piemonte avanza richieste più caute e graduali, anche alla luce delle difficoltà strutturali che caratterizzano il suo sistema ospedaliero-universitario. La Liguria, infine, lega la propria domanda di autonomia soprattutto alla sanità territoriale, all’emergenza-urgenza e al collegamento tra aree interne e costiere.

In controluce emerge una differenza cruciale: non tutte le Regioni chiedono “più autonomia” nello stesso modo, né con le stesse finalità. Alcune puntano alla massima differenziazione legislativa, altre a una maggiore flessibilità funzionale. È un dato che dovrebbe invitare a cautela, soprattutto quando si parla di diritti fondamentali.

Va ricordato un punto spesso rimosso dal dibattito pubblico: sanità e assistenza sociale sono già regionalizzate dal 2001. Il rischio di una “sanità a più velocità” non nasce oggi. Esiste da decenni ed è sotto gli occhi di tutti. La vera questione, quindi, non è se l’autonomia differenziata creerà disuguaglianze, ma se e come lo Stato saprà impedirne l’aggravarsi.

Tutto ruota attorno ai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), al loro finanziamento e alla capacità del federalismo fiscale di restare cooperativo e solidale, non competitivo. Se la differenziazione legislativa dovesse tradursi in un definanziamento occulto o in una competizione tra sistemi regionali, il rischio sarebbe quello di scivolare da un federalismo cooperativo a uno concorrenziale, con i cittadini come variabile dipendente.

Allo Stato, comunque, resterà un ruolo decisivo. Spetterà ad esso verificare il rispetto dei LEA e intervenire, nei casi di gravi inadempienze, con piani di rientro e commissariamenti. Ma questo non basta. La sfida vera sarà passare dal controllo formale dei bilanci alla verifica sostanziale dei diritti: universalità, uguaglianza, uniformità, solidarietà ed esigibilità delle prestazioni sanitarie, gratuite o con compartecipazione regolata. Principi che non possono restare sulla carta, ma devono arrivare concretamente nella vita delle persone.

Il cambiamento più delicato riguarda l’organizzazione dei sistemi sanitari regionali. È qui che la maggiore autonomia potrebbe produrre effetti peggiorativi: modelli organizzativi sempre più differenziati, proliferazione di strutture amministrative, utilizzo distorto del personale sanitario. Fenomeni che, a ben vedere, non dipendono dall’autonomia differenziata in sé, ma dalla capacità – o incapacità – delle Regioni di governare efficacemente ciò che già oggi è nelle loro competenze.

In altre parole, il vero banco di prova non è l’autonomia, ma la qualità del governo regionale. Tempi di attesa, sanità territoriale, rapporto pubblico-privato, gestione del personale: questi nodi non nascono con il regionalismo differenziato. Attengono all’essere Regione, e al meritare fino in fondo la propria autonomia istituzionale.

Resta infine la questione delle risorse. La legge sul federalismo fiscale prevede che all’attribuzione di ulteriori competenze corrispondano le necessarie risorse finanziarie. Ma cosa accadrà davvero, una volta perfezionata l’Intesa e approvata – o meno – la legge dal Parlamento? Quali saranno le ricadute concrete, soprattutto in sanità e nella sua evoluzione sociosanitaria?

Se il percorso legislativo dovesse interrompersi, tutto resterà com’è. Se invece andrà a compimento, il punto non sarà quanta autonomia avranno le Regioni, ma quanta capacità avrà lo Stato di garantire, ovunque, il diritto alla salute sancito dall’articolo 32 della Costituzione. È lì che si giocherà la partita vera.

Ettore Jorio

Ettore Jorio

16 Febbraio 2026

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