Super ospedali e mobilità: la riforma sbagliata del Ssn

Super ospedali e mobilità: la riforma sbagliata del Ssn

Super ospedali e mobilità: la riforma sbagliata del Ssn

Il Ddl sulla riorganizzazione ospedaliera sbaglia bersaglio: la mobilità sanitaria non si combatte con dieci "super ospedali" al Sud, ma rafforzando la rete ordinaria e la fiducia dei cittadini nei servizi locali. L'idea di penalizzare chi sceglie di curarsi al Nord viola il diritto costituzionale alla salute.

Avendo in mente le catalanate del tipo «è meglio avere una moglie ricca e bella che una moglie brutta e povera», diventa persino divertente approcciare la lettura del DDL S. 1825, approvato dal Consiglio dei Ministri il 12 gennaio 2026. Una ipotesi di legge delega al Governo per la riorganizzazione e il potenziamento dell’assistenza territoriale e ospedaliera e la revisione del modello organizzativo del SSN.

L’idea è suggestiva. Chi potrebbe essere contrario ad avere dieci grandi ospedali nazionali di eccellenza distribuiti anche nel Mezzogiorno?

Il problema è che la mobilità sanitaria non nasce perché mancano i “super ospedali”.

Nasce perché manca una rete ordinaria affidabile.

Prendiamo un paziente oncologico calabrese.

Non parte per Milano perché sogna di vedere il Duomo.

Parte perché:

  • ha ricevuto una diagnosi tardiva;
  • ha avuto difficoltà ad accedere agli esami;
  • non si fida della presa in carico locale;
  • teme di non trovare continuità assistenziale;
  • cerca una reputazione organizzativa che spesso precede la reputazione clinica.

In altre parole, la mobilità sanitaria è soprattutto un problema di fiducia.

E la fiducia non si costruisce per decreto.

L’iniziativa legislativa è assistita da una ratio del tutto errata: come se gli oltre quattro miliardi di mobilità fossero causati dall’assenza di alcuni grandi attrattori nel Sud.

Io credo invece che siano causati dalla debolezza complessiva della rete.

Un sistema sanitario non si giudica da come cura cento casi rarissimi.

Si giudica da come cura un milione di casi ordinari.

Qui emerge la prima contraddizione.

Lo Stato sostiene di voler:

  • rafforzare il territorio;
  • investire nelle Case della Comunità;
  • sviluppare la medicina di prossimità;
  • realizzare il DM 77.

Contemporaneamente propone una rete ipercentralizzata di super ospedali.

Sono due modelli culturali differenti: uno guarda alla prossimità e l’altro alla concentrazione.

Uno alla diffusione delle competenze. L’altro all’accumulo delle competenze.

Il rischio è quello di peggiorare le cose, incrementando l’esistenza di una sanità a più velocità:

  • pochi ospedali superstar;
  • una vasta periferia depotenziata.

Ancora più discutibile è l’idea di finanziare direttamente questi ospedali da Roma.

Se ciò accadesse davvero, significherebbe ammettere implicitamente che il regionalismo sanitario non è in grado di garantire da solo l’eccellenza.

E allora la domanda diventa inevitabile: perché finanziare direttamente dieci ospedali e non garantire direttamente i LEA a tutti i cittadini?

La seconda criticità riguarda la selezione.

Chi decide quali ospedali diventano nazionali?

Secondo quali criteri?

Volume di attività?

Esiti?
Ricerca?
Didattica?
Attrazione extraregionale?

Perché se il criterio è l’attrazione di pazienti, allora si rischia di premiare chi è già forte e non chi potrebbe diventarlo.

È un meccanismo che assomiglia molto alla logica della distribuzione della ricchezza: chi ha riceve di più perché ha già. Chi non ha continua a inseguire.

La terza criticità è quella più seria.

L’articolo ipotizza persino meccanismi penalizzanti per chi continua a migrare verso il Nord: addirittura DRG rimborsati al 50%.

Qui siamo al rovesciamento del principio costituzionale.

L’articolo 32 Cost. tutela il diritto alla salute della persona, Non il diritto del cittadino a consegnare il proprio corpo e la propria psiche all’ospedale del quale si fida.

Se un cittadino sceglie di andare al Gemelli, al Niguarda o al Policlinico di Milano, non può essere penalizzato economicamente.

Sarebbe come dire: “Ti riconosco la libertà di scelta, purché tu scelga quello che piace a me.”

È una contraddizione evidente.

Infine, c’è il nodo che rappresenta il drama da decenni: ospedali, ospedali, ospedali, con conseguenze potenzialmente pericolose nel generare appetiti e occasioni corruttive.

Mai di prevenzione. Mai di medicina predittiva. Mai di stratificazione epidemiologica del rischio. Mai di alfabetizzazione sanitaria. Mai di gestione anticipata della cronicità.

 Nel DDL 1825 è impresso scritto dentro il paradigma del Novecento: quello in cui la malattia arriva e il sistema corre a curarla.

Il problema è che la medicina del XXI secolo sa già, statisticamente, chi rischia di ammalarsi.

Per questo la vera riforma non dovrebbe essere: quali ospedali rendere nazionali.

Dovrebbe essere: quali cittadini intercettare prima che abbiano bisogno dell’ospedale.

E qui è il grande limite culturale del progetto. Ciò nel senso che è una grande riforma dell’offerta nel mentre la sanità del futuro richiede una grande riforma della domanda prevedibile di salute.

Sono due cose profondamente diverse: la prima costruisce edifici più forti; la seconda costruisce cittadini meno malati. E la seconda, nel lungo periodo, vale molto di più della prima.

Ettore Jorio

Ettore Jorio

17 Giugno 2026

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