Gentile Direttore,
quando si parla di benessere psicologico, il primo rischio è l’equivoco. Nell’immaginario collettivo il termine “benessere” viene spesso associato a una condizione accessoria, soggettiva, quasi voluttuaria: stare meglio, sentirsi più sereni, avere una migliore qualità della vita individuale. Tutto questo è importante, ma non basta a descrivere il tema di cui oggi dobbiamo occuparci.
Il Report Benèpsys 2026, Benessere psicologico e tenuta degli ecosistemi sociali, a cura dell’Osservatorio Benessere Psicologico e Salute, presentato presso il Senato della Repubblica il 28 maggio, parte da una distinzione decisiva: il benessere psicologico non è soltanto una percezione momentanea di soddisfazione, né coincide semplicemente con l’assenza di disturbi. È una dimensione strutturale del funzionamento umano. Riguarda la capacità delle persone di regolare le emozioni, affrontare le difficoltà, costruire relazioni significative, mantenere continuità nelle scelte, dare senso all’esperienza, adattarsi ai cambiamenti senza perdere coerenza interna.
È questo il punto centrale. Il benessere psicologico di cui parliamo non è un “di più” rispetto alla salute, ma una condizione che contribuisce a produrla. Non è solo una questione privata, ma una risorsa pubblica. Non riguarda soltanto la cura del disagio conclamato, ma la capacità delle persone e delle comunità di funzionare, apprendere, lavorare, partecipare, cooperare e sostenere l’incertezza.
Per questo il Report propone di considerarlo una vera e propria infrastruttura immateriale della salute, della società e dell’economia. Come le infrastrutture materiali rendono possibile la mobilità, l’energia, la comunicazione e lo sviluppo, così il benessere psicologico sostiene la qualità del funzionamento individuale e collettivo. Quando questa infrastruttura si indebolisce, aumentano sofferenza, discontinuità, sfiducia, isolamento, riduzione della produttività, difficoltà educative, fragilità relazionali e domanda sanitaria. Quando invece viene promossa e sostenuta, crescono resilienza, coesione, partecipazione e capacità adattiva.
I dati raccolti e discussi nel Report restituiscono un quadro convergente. Nei Paesi OECD ed EU27 circa un adulto su cinque presenta sintomi depressivi lievi o moderati; a livello internazionale la salute psicologica viene indicata da una quota crescente di cittadini come una delle principali preoccupazioni sanitarie; nella Regione europea dell’OMS oltre 30 milioni di bambini e adolescenti vivono con una condizione di salute mentale. In Italia, secondo i dati richiamati dal Report, il 49,3% della popolazione dichiara qualche forma di disagio psicologico, con una crescita particolarmente rilevante tra giovani e donne.
Questi numeri non descrivono soltanto un aumento di patologie. Segnalano qualcosa di più ampio: una difficoltà crescente di tenuta psicologica nella vita ordinaria. Stress, affaticamento mentale, ansia, perdita di continuità, difficoltà di regolazione, riduzione della capacità progettuale e senso di disorientamento attraversano oggi fasce ampie della popolazione. Spesso non configurano ancora un disturbo clinico, ma incidono già sulla salute, sul lavoro, sulle relazioni, sull’apprendimento e sull’uso dei servizi.
Il Report propone una chiave interpretativa: il “gap psico-evolutivo”. Con questa espressione si indica il disallineamento tra l’accelerazione dei contesti di vita e la capacità delle persone e dei sistemi di integrare, regolare e sostenere l’esperienza nel tempo. Le società contemporanee chiedono adattamenti continui: cambiamenti tecnologici, precarietà, iperconnessione, pressione performativa, incertezza, sovraccarico informativo, instabilità dei percorsi familiari e lavorativi. Le competenze cognitive e operative crescono rapidamente, ma le funzioni di regolazione emotiva, integrazione dell’esperienza e costruzione del senso richiedono tempi più lenti, relazioni, mediazioni, continuità.
Questo scarto produce una condizione diffusa: persone che continuano a funzionare, ma con un costo psicologico crescente. Non sempre il disagio esplode. Spesso si accumula. Si manifesta come fatica cronica, irritabilità, difficoltà di concentrazione, ritiro, sfiducia, burnout, perdita di motivazione, incapacità di progettare. È una zona intermedia tra pieno benessere e patologia conclamata che i sistemi attuali intercettano poco e tardi.
Qui emerge uno dei limiti principali delle risposte tradizionali. La salute mentale è stata storicamente affrontata soprattutto in chiave clinica e riparativa: diagnosi, trattamento, presa in carico della patologia. Questo resta indispensabile. Ma non è sufficiente. Se il disagio contemporaneo si sviluppa lungo un continuum, se nasce anche nei contesti di vita, se riguarda scuola, lavoro, famiglia, città, comunità e reti digitali, allora serve una filiera più ampia: promozione, prevenzione, intercettazione precoce, supporto psicologico accessibile e cura specialistica quando necessaria.
Il tema è particolarmente rilevante per il Servizio sanitario nazionale. I servizi di salute mentale svolgono una funzione essenziale, soprattutto per i disturbi più gravi e strutturati, ma non possono essere caricati dell’intero spettro dei bisogni psicologici della popolazione. È necessario sviluppare una infrastruttura psicologica più diffusa, prossima ai contesti di vita, integrata con scuola, cure primarie, lavoro, territorio, politiche sociali e comunità. Non si tratta di contrapporre clinica e prevenzione, ma di costruire continuità tra livelli diversi di risposta.
Un contributo originale del Report è lo Stress Index Italia, che misura la pressione adattiva nella popolazione attraverso il modello della “Bilancia dello stress” (Lazzari 2017): richieste esterne, richieste interne, risorse esterne e risorse interne. Il dato medio generale di stress è pari a 5,26 su 7, collocandosi in una fascia medio-alta. Ancora più interessante è lo squilibrio tra richieste e risorse: le richieste totali medie risultano pari a 10,40, mentre le risorse totali si attestano a 9,50, con uno scarto di +0,90 a favore delle richieste. Le richieste interne sono la dimensione più elevata, seguite da quelle esterne, mentre le risorse interne risultano più basse delle risorse esterne.
Questo dato è importante perché sposta la lettura dello stress dal piano meramente individuale a quello adattivo e sistemico. Non basta chiedersi quanto una persona sia stressata; bisogna capire quali richieste sta sostenendo, quali risorse possiede, quali sostegni esterni sono disponibili e quanto equilibrio esiste tra carico e capacità di regolazione. Lo Stress Index mostra inoltre che la pressione non è distribuita in modo uniforme: risulta più elevata nelle donne, nella fascia 31-40 anni, nei ruoli ad alto carico quotidiano e nelle situazioni familiari segnate da fragilità. È la fotografia di una società in cui molte persone reggono, ma dentro un equilibrio sempre più oneroso.
Da qui discende una conseguenza politica: il benessere psicologico non può restare confinato alla sfera sanitaria. Certamente riguarda la salute pubblica, ma riguarda anche scuola, lavoro, welfare, politiche urbane, famiglia, giovani, anziani, organizzazioni, produttività e sviluppo. Un Paese con una popolazione psicologicamente più affaticata è un Paese meno capace di apprendere, innovare, collaborare, assumere decisioni complesse, costruire fiducia. Il costo del mancato benessere non è solo sanitario: è anche sociale, economico, educativo e democratico.
In questa prospettiva si colloca il documento di indirizzo dell’Advisory Board dell’Osservatorio Benessere Psicologico e Salute. Sottoscritto in modo bipartisan dai parlamentari del Board. Il valore del documento sta nel tradurre l’impianto del Report in una indicazione di policy: il benessere psicologico deve diventare un criterio guida delle politiche pubbliche, non un tema residuale. L’Advisory Board riconosce che le società contemporanee attraversano una trasformazione profonda, segnata da instabilità geopolitica, accelerazione tecnologica, pressione sociale e complessità crescente. In questo quadro, promuovere benessere psicologico significa rafforzare la capacità delle persone e delle comunità di affrontare le sfide del presente.
Il documento individua alcune priorità chiare: sviluppare programmi diffusi di promozione e prevenzione lungo tutto l’arco della vita; rafforzare scuola e contesti educativi come luoghi di sviluppo delle competenze psicologiche e relazionali; migliorare l’accesso ai servizi psicologici riducendo barriere economiche, culturali e territoriali; diffondere competenze psicologiche di base nei professionisti della sanità, della scuola, del lavoro e del sociale; integrare il benessere psicologico nei sistemi di misurazione del progresso sociale ed economico.
È una impostazione coerente con il principio della “mental health in all policies”: la salute psicologica non si produce solo negli ambulatori, ma nei contesti in cui le persone vivono. Si costruisce nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nei quartieri, nelle famiglie, nei servizi di prossimità, nelle relazioni quotidiane, nelle città, nelle reti comunitarie. Per questo le politiche pubbliche devono chiedersi non solo quali servizi attivare quando il disagio emerge, ma quali condizioni generano o riducono il disagio prima che diventi patologia.
Il passaggio necessario è quindi culturale e organizzativo. Culturale, perché occorre superare l’idea che il benessere psicologico sia una responsabilità esclusivamente individuale. Organizzativo, perché serve una governance multilivello, capace di collegare sanità, scuola, sociale, lavoro, territorio e comunità. Strategico, perché investire in benessere psicologico significa ridurre costi futuri, aumentare capacità adattiva, rafforzare capitale umano e rendere più sostenibili i sistemi.
Il Report Benèpsys e il documento dell’Advisory Board convergono su una tesi semplice ma decisiva: non c’è salute piena senza benessere psicologico; non c’è sviluppo sostenibile senza qualità dell’esperienza umana; non c’è tenuta dei sistemi senza persone capaci di regolare, integrare, cooperare e dare senso a ciò che vivono.
Per questo il benessere psicologico non è un lusso. È una infrastruttura del Paese. E come ogni infrastruttura decisiva, va riconosciuta, progettata, finanziata, monitorata e mantenuta nel tempo.
David Lazzari
Presidente Benèpsys