Case della Comunità: non bastano edifici, serve un progetto

Case della Comunità: non bastano edifici, serve un progetto

Case della Comunità: non bastano edifici, serve un progetto

Gentile direttore, da medico di medicina generale, guardo con amarezza al fallimento della riforma promossa dal ministro della Salute, Orazio Schillaci. 

Gentile direttore,
da medico di medicina generale, guardo con amarezza al fallimento della riforma promossa dal ministro della Salute, Orazio Schillaci. Un’amarezza che nasce non solo dai contenuti discutibili della proposta, ma soprattutto dal metodo scelto: pensare di riformare la sanità territoriale in pochi giorni e per decreto appare una forzatura poco giustificabile. Ora, a pochi giorni dalla scadenza del 30 giugno 2026 prevista dal PNRR, resta aperta una domanda decisiva: che cosa ne sarà delle Case della Comunità?

L’idea di organizzare parte della sanità territoriale attraverso le Case della Comunità nasce con il DM77/2022, dopo che la pandemia di Covid ha mostrato quanto fosse fragile la medicina territoriale là dove i medici di medicina generale si sono trovati a lavorare da soli. Nell’intento del DM77, le Case della Comunità sono luoghi in cui medici di medicina generale, pediatri, specialisti, infermieri, assistenti sociali e altri professionisti dovrebbero lavorare insieme per offrire ai cittadini prevenzione, cura, accompagnamento nei diversi bisogni di salute e una reale presa in carico.

Sulla carta, il progetto mi sembra non solo condivisibile, ma necessario: avvicinare le cure, ridurre il ricorso improprio agli ospedali e costruire una rete capace di seguire persone fragili e pazienti cronici è esattamente ciò di cui il territorio ha bisogno.

Dal 2022, però, ho avuto spesso l’impressione che l’attenzione si sia concentrata soprattutto sulla costruzione o sulla ristrutturazione degli edifici destinati a ospitare le Case della Comunità, e molto meno su ciò che serve per farli funzionare: integrazione tra professionisti, team definiti, responsabilità operative, orari, percorsi di presa in carico e modalità di accesso per i cittadini.

A ridosso della scadenza PNRR, il Ministero ha provato ad affrontare uno dei nodi centrali, la presenza dei medici di medicina generale nelle Case della Comunità, pensando, dati i tempi brevissimi, di poterlo fare per decreto.

È soprattutto il metodo a lasciarmi perplessa. Ridefinire in poche settimane un pezzo decisivo della sanità territoriale, dopo anni in cui sarebbe stato possibile costruire un progetto condiviso con chi lavora nei servizi, dà l’impressione di un intervento tardivo, fatto più per rispettare un obbligo legato alla scadenza del PNRR che per un reale desiderio di riforma. Le Case della Comunità non possono essere solo edifici: per funzionare hanno bisogno di personale, organizzazione, responsabilità chiare e vera integrazione.

Per questo, credo che il possibile fallimento del progetto non possa essere scaricato sui medici di famiglia, spesso descritti come reticenti rispetto all’ingresso nelle nuove strutture. Il punto non è se entrarci o meno: il punto è entrarci con un progetto chiaro, condiviso e utile ai cittadini.

Oggi, invece, ho la sensazione che Ministero e Regioni stiano inseguendo soprattutto un obiettivo quantitativo: garantire presenze orarie, coprire turni, dimostrare che le strutture sono formalmente attive entro la scadenza europea.

In questi giorni prende piede l’ipotesi che ciascun medico di medicina generale debba garantire sei ore settimanali all’interno delle Case della Comunità. Ma una presenza misurata solo in ore non basta a costruire un servizio.

Nessuno sembra spiegare con chiarezza che cosa dovremmo fare in quelle ore, come lavorare con gli altri professionisti, quali percorsi attivare e con quali strumenti. Senza questa progettazione, le sei ore rischiano di diventare un adempimento burocratico più che un investimento sulla medicina territoriale.

Il tema, dunque, non è difendere lo studio del medico di famiglia contro le Case della Comunità, né opporsi a un modello più integrato. Al contrario, si tratta di evitare di ridurre la presenza dei professionisti della sanità nelle Case della Comunità a presenze, timbrature e obblighi formali. Una Casa della Comunità funziona solo se diventa un luogo in cui il cittadino trova risposte coordinate, continuità assistenziale e presa in carico reale; e questo può avvenire solo se c’è un progetto di lavoro condiviso.

Si potrebbe ripartire dalle esperienze di medicina di gruppo integrata, nate nel solco della Riforma Balduzzi e diffuse, purtroppo, in modo ancora disomogeneo sul territorio nazionale. Queste realtà hanno rappresentato un primo embrione di medicina territoriale organizzata: non un modello perfetto, ma una base concreta da valorizzare per mettere in relazione medici di famiglia, infermieri, specialisti e servizi sociali. In molte aree del Paese hanno raggiunto livelli di eccellenza e dimostrato che l’integrazione tra professionisti non nasce per decreto, ma da percorsi costruiti nel tempo, con organizzazione, fiducia e responsabilità condivise.

La vera alternativa, allora, non è tra vecchi studi medici e nuove Case della Comunità, ma tra una sanità territoriale pensata come rete viva e una ridotta a contenitore amministrativo. Se le esperienze esistenti vengono cancellate senza essere valorizzate, e le nuove strutture aperte solo per rispettare una scadenza europea, il rischio è inaugurare edifici formalmente attivi ma incapaci di cambiare l’assistenza. In quel caso non saranno i medici di famiglia ad aver fatto fallire le Case della Comunità: sarà stata l’assenza di una visione organizzativa costruita per tempo, insieme a chi quelle strutture dovrebbe farle vivere ogni giorno e ai cittadini che dovrebbero trovarvi risposte concrete.

Ornella Mancin
Medico di medicina generale

15 Giugno 2026

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