Cure palliative, suicidio medicalmente assistito e censura della morte: il vero nodo del dibattito

Cure palliative, suicidio medicalmente assistito e censura della morte: il vero nodo del dibattito

Cure palliative, suicidio medicalmente assistito e censura della morte: il vero nodo del dibattito

Gentile Direttore, il dibattito apertosi nelle ultime settimane sul rapporto tra cure palliative e suicidio medicalmente assistito rischia di essere interpretato come una contrapposizione tra modelli professionali o posizioni ideologiche contrarie. In realtà, ciò che emerge con forza è qualcosa di più profondo...

Gentile Direttore,
il dibattito apertosi nelle ultime settimane sul rapporto tra cure palliative e suicidio medicalmente assistito rischia di essere interpretato come una contrapposizione tra modelli professionali o posizioni ideologiche contrarie. In realtà, ciò che emerge con forza è qualcosa di più profondo: la difficoltà culturale contemporanea di pensare la morte senza censura, stigma o paura. Non è casuale che la recente Lancet Commission on the Value of Death abbia sottolineato come la morte, nelle società contemporanee, sia stata progressivamente medicalizzata, istituzionalizzata e rimossa dalla vita quotidiana, fino a diventare un evento separato dall’esperienza umana e comunitaria. La Commission invita invece a restituire valore alla morte, reintegrandola nei processi relazionali, sociali, educativi ed esistenziali della vita stessa, senza più considerarla come una dimensione opposta o estranea alla vita. È in questa prospettiva che il dibattito italiano dovrebbe essere collocato. La questione non riguarda soltanto chi debba o non debba partecipare alla fase attuativa del suicidio medicalmente assistito, ma se il sistema sanitario e culturale sia oggi realmente capace di accompagnare senza censura le domande radicali che emergono nel morire.

La posizione recentemente espressa dalla Società Italiana di Cure Palliative – che, in attesa della pubblicazione di un Position Paper ufficiale annunciato per le prossime settimane, è già intervenuta presso la Regione Piemonte chiedendo l’esclusione del medico palliativista dalla fase attuativa del suicidio medicalmente assistito – nasce dal timore che un collegamento tra cure palliative e suicidio medicalmente assistito possa produrre un’immagine riduttiva delle cure palliative stesse. Si tratta di una preoccupazione comprensibile, soprattutto in un contesto nazionale in cui l’accesso alle cure palliative resta ancora fortemente disomogeneo e in cui permane una conoscenza limitata del loro ruolo precoce, globale e interdisciplinare.

Tuttavia, proprio questo timore mostra quanto il rapporto con la morte continui a essere culturalmente stigmatizzato. Se le cure palliative hanno il compito di accompagnare la persona nella complessità della sofferenza fisica, psicologica, relazionale e spirituale, allora non possono trasformarsi né in una tecnica puramente analgesica né in un presidio ideologico chiamato a delimitare ciò che può o non può essere pensato nel fine vita. Allo stesso tempo, sarebbe riduttivo pensare il suicidio medicalmente assistito come semplice espressione individuale di autodeterminazione separata dalla relazione di cura. Le richieste di morte emergono infatti dentro percorsi esistenziali, affettivi e relazionali complessi, che coinvolgono il significato attribuito alla sofferenza, alla dipendenza, alla perdita di dignità percepita, alla paura dell’abbandono e alla rappresentazione culturale della morte.

Per questo motivo, il vero rischio etico — come già sottolineato — è l’abbandono relazionale del paziente nel momento in cui esprime desideri, paure o richieste che mettono in discussione il paradigma dominante di censura della morte. In questo quadro, concezioni che vorrebbero annunciarsi come umanizzanti ottengono effetti contrari perché stigmatizzano forme di rappresentazioni della morte non aderenti ad assunti tradizionali ormai in crisi. Una persona che domanda il suicidio medicalmente assistito non cessa, per questo, di avere bisogno di cure palliative, ascolto, sostegno psicologico, accompagnamento spirituale e relazione umana. Così come il fatto di ricevere cure palliative non elimina necessariamente il desiderio di mantenere aperta la possibilità di scegliere come affrontare la fase finale della propria esistenza.

Continuare a rappresentare cure palliative e suicidio medicalmente assistito come realtà necessariamente antagoniste rischia quindi di impoverire entrambe le dimensioni. Le prime vengono difese come identità professionale da preservare; il secondo viene ridotto a questione esclusivamente giuridica o tecnica. In entrambi i casi, il vissuto concreto del morire viene deumanizzato. Il punto decisivo dovrebbe essere un altro: costruire una cultura del fine vita capace di sostenere la complessità, senza trasformare la morte in un tabù né la sofferenza in una battaglia ideologica. La Death Education nasce precisamente per questo: restituire linguaggio, pensabilità e condivisione alle esperienze della morte e del morire, contrastando quella censura culturale che troppo spesso produce polarizzazione, solitudine e paura. Finché la morte resterà culturalmente rimossa, anche il dibattito sul suicidio medicalmente assistito continuerà inevitabilmente a oscillare tra contrapposizioni identitarie, rigidità morali e timori istituzionali. Il compito più urgente oggi non è stabilire quale categoria professionale debba presidiare il confine della morte, ma imparare nuovamente ad abitare umanamente quel confine insieme ai pazienti, alle famiglie e ai curanti.

Ines Testoni
Direttrice del Master in Death Studies & The End of Life
Università di Padova

25 Maggio 2026

© Riproduzione riservata

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