Gentile Direttore,
in passato era diffusa la convinzione che salute e benessere dipendessero sostanzialmente dall’eredità genetica, dall’attacco di virus e batteri e da eventi traumatici e incidenti. Tutti fattori sui quali era difficile se non impossibile agire in termini preventivi. Oggi molti passi avanti sono stati fatti nella lotta agli agenti patogeni, nella prevenzione degli incidenti e nelle terapie geniche, la vita si è allungata e la mortalità è diminuita. Ma lo sviluppo tecnologico e l’azione umana hanno dato vita ad una serie di nuove sfide a danno della nostra salute e del nostro benessere, mettendo a repentaglio lo stesso destino dell’umanità. Si tratta dei fattori di rischio legati all’ambiente di vita, fisico e sociale, nel quale nasciamo e viviamo, ambiente che si è radicalmente modificato nel tempo e che è sempre più intriso di minacce collegate alla crisi climatica, al dissesto idro-geologico, alla qualità dell’alimentazione, all’inquinamento, al degrado urbano, all’inadeguatezza dei servizi sociali ed educativi, alle pecche del mondo dell’informazione e della comunicazione.
Stentiamo a prendere coscienza del fatto che oggi salute, benessere e felicità dipendono principalmente da noi, dai nostri comportamenti, dalle relazioni che intratteniamo con le altre forme di vita intorno a noi, e dalle scelte della politica, delle istituzioni e dei servizi. Rispetto a questa ampia gamma di fattori, che stanno alla base di molte patologie organiche e psichiche, che vanno sotto il nome di patologie non trasmissibili, è l’azione umana sulla natura e sui beni di consumo il fattore critico da controllare, in un contesto nel quale le tecnologie e gli interessi economici sono sempre più potenti e condizionanti. Ne consegue che, nonostante le chiare sollecitazioni provenienti dal mondo della scienza e della ricerca biomedica, le istituzioni stentano a trovare risposte adeguate, e si muovono con lentezza.
Dopo lo shock del Covid avevamo sperato che nulla sarebbe stato più come prima, che avremmo abbracciato con decisione una pista di sviluppo basata sulla prevenzione e sulla qualità della vita, e che i popoli e le nazioni avrebbero collaborato ed agito tempestivamente secondo una logica di fratellanza e di impegno per il bene comune. Mao il dopo-Covid si è presentato molto meno fulgido, i programmi di resilienza e ripresa hanno mostrato e continuano a mostrare grandi difficoltà a dare concretezza ai programmi, gli egoismi si sono riappropriati dell’esistenza umana a tutti i livelli, e abbiamo la sensazione che la tecnologia ci stia sfuggendo di mano.
Secondo i dati recentemente discussi alla Cop 30 di Belem, nel periodo 2012-2021 nel mondo l’inquinamento ha provocato ogni anno moltissimi morti, con stime che si collocano tra 2,5 milioni e gli 8 milioni. Si stima che più di 700mila decessi infantili sotto i cinque anni siano collegati all’inquinamento. Più del 99% della popolazione respira un’aria che l’Oms considera inquinata. Le polveri sottili e i gas tossici aumentano progressivamente i rischi di polmonite, ictus, cardiopatie e tumori polmonari. Ogni anno riversiamo nell’ambiente tra gli 8 e i 12 milioni di tonnellate di plastica. Dal 2000 a oggi le catastrofi climatiche globali hanno prodotto danni stimati nell’ordine dei 27 trilioni di dollari e nel 2024 la perdita di copertura arborea globale ha raggiunto quasi 30 milioni di ettari. In Italia negli ultimi anni si sono registrati più di 7 mila decessi all’anno legati all’aumento delle temperature, più del doppio rispetto al periodo precedente. Oltre un quarto degli indicatori del BES (il Benessere Equo e Sostenibile misurato dall’Istat) peggiora rispetto all’anno precedente nell’ultima misurazione disponibile relativa al 2024 e quasi il 40% resta stabile. Cala la speranza di vita in buona salute, che scende a 58,1 anni. Crescono il consumo di suolo, che interessa il 7% del territorio nazionale, e la produzione di rifiuti pro capite. Rispetto alla salute psichica, secondo un recente studio Ambrosetti pubblicato a febbraio 2025, i disturbi mentali colpiscono una persona su 6. Ansia e depressione sono i più diffusi, con un’incidenza che a seconda dei paesi e dei territori oscilla tra i mille ed i 7 mila casi per 100 mila abitanti.
Su questo insieme di rischi e fattori di crisi e nonostante le difficoltà legate al necessario cambio di paradigma, la ricerca sta lavorando incessantemente, sia per il monitoraggio della situazione nei suoi diversi aspetti che, anche e soprattutto, per lo sviluppo di uno sguardo nuovo sul futuro e sulle scelte da compiere. Oltre alla scienza e alla ricerca scientifica continuano a lavorare, a volte sotto traccia, le aggregazioni più consapevoli della società civile ed anche numerosi settori illuminati della politica e delle istituzioni. L’attenzione degli studiosi si sta concentrando, in particolare, sui punti di non ritorno, che costituiscono un rischio enorme per l’umanità, in quanto caratterizzati da situazioni ambientali talmente compromesse da rendere difficile l’attuazione delle possibili azioni di risanamento, e da allontanare sempre più il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda dell’Onu al 2030. Nello studio dei punti di non ritorno si punta in modo particolare sui possibili punti di ribaltamento, sulla individuazione cioè di azioni che possano invertire la rotta in una direzione positiva, e che richiedono nella maggioranza dei casi la concentrazione degli sforzi sia a livello nazionale che a livello internazionale e il rafforzamento delle forme di cooperazione tra paesi e politiche settoriali.
Il contesto internazionale attuale non è particolarmente favorevole allo sviluppo di queste strategie. A maggior ragione risulta particolarmente interessante la congiuntura italiana che nelle ultime settimane ha visto il varo di due importanti iniziative. La prima a cura del Ministero della Salute, che già aveva mostrato negli ultimi 2 anni una nuova sensibilità rispetto ai fattori ambientali che agiscono sulle malattie non trasmissibili, con l’istituzione del Dipartimento della salute umana e animale e dell’ecosistema (One Health) e con una serie di documenti: il Piano Prevenzione 2026-2031; l’Atto di indirizzo sul rafforzamento della prevenzione; la Strategia Nazionale Biodiversità al 2030; il Piano di Azioni sulla Salute Mentale 2025-2030.
Nei giorni scorsi il Ministero ha rilasciato un Programma triennale, dal nome “Salute, ambiente, biodiversità e clima”, con il quale si intende rafforzare, attraverso uno stanziamento del Piano nazionale per gli investimenti complementari (Pnc), l’azione di fronteggiamento dei rischi di origine ambientale e climatica. Un primo passo significativo verso la strategia della “Salute in tutte le politiche”, che da molto tempo Onu, ASviS e altre importanti istituzioni segnalano come indispensabile per contrastare molte patologie e disagi. Il Programma intende agire sia a livello culturale che a livello strutturale, tecnico-scientifico e della medicina territoriale, e sia sul settore dell’energia che su quelli dei trasporti, della pianificazione urbana e degli altri sistemi economico-produttivi di rilevanza. Il tutto in coerenza con le linee guida del Next generation UE, dell’Agenda Onu e della Conferenza dei Ministri europei dell’Oms e con l’obiettivo di intervenire anche sulle risorse umane e strumentali e sulle strutture dei servizi sanitari regionali.
Il secondo atto di grande rilevanza per questo nuovo paradigma di promozione della salute e del benessere è la pubblicazione, il 2 febbraio 2026, dei primi dati elaborati nell’ambito del Progetto Disagio dell’Istat, relativamente ad un ampio numero di città. Si tratta di un grande sforzo compiuto dal nostro Istituto nazionale di statistica, con l’obiettivo di descrivere e misurare il disagio di individui e famiglie a livello sub-comunale per gli ambiti sociale, economico, lavorativo ed educativo. Con il calcolo di un nuovo Indice di Disagio Socio-Economico (Idise), per la prima volta vengono analizzate le condizioni sociali di contesto che provocano povertà, mancato accesso ai servizi e sofferenza fisica e psicologica, secondo una dimensione territoriale tale da risultare utile a fornire indicazioni concrete agli amministratori locali sulle aree di intervento da privilegiare.
Carla Collicelli