Un Piano di rientro sanitario non è un libro dei desideri. E neppure il catalogo delle migliori pratiche disponibili nel Servizio sanitario nazionale. Ha una funzione assai più rigorosa: prendere un sistema sanitario regionale nella condizione effettiva in cui si trova, individuarne gli squilibri e costruire il percorso che, in un tempo determinato e con risorse conoscibili, lo conduca a una condizione sostenibile.
Le sue missioni fondamentali sono due e sono inseparabili: assicurare stabilmente l’erogazione dei livelli essenziali di assistenza e ricondurre la gestione economico-finanziaria a un equilibrio strutturale. Non basta, dunque, migliorare i LEA se il loro finanziamento genera nuovo disavanzo; così come non costituisce risanamento comprimere la spesa al prezzo della mancata assistenza. Il punto di arrivo è l’equilibrio simultaneo tra diritto alla salute e sostenibilità del sistema.
È esattamente da qui che occorre leggere il Piano di rientro 2026-2028 approvato dalla Regione Calabria.
Il documento contiene molte cose condivisibili. Digitalizzazione, controllo di gestione, certificabilità dei bilanci, contabilità analitica, reti tempo-dipendenti, telemedicina, rafforzamento dell’assistenza territoriale, formazione, benchmarking. Alcune richiamano modelli da tempo sperimentati nelle Regioni più organizzate. Non c’è nulla di male. Anzi, sarebbe irragionevole pretendere che ogni Regione inventasse nuovamente ciò che altrove funziona.
Il problema nasce quando il modello assunto come destinazione rischia di prendere il posto dell’analisi della condizione dalla quale bisogna partire.
Ed è qui che il Piano calabrese merita una lettura particolarmente attenta.
Lo status quo che c’è, ma non governa il Piano
Nelle sue pagine iniziali il documento fornisce una fotografia della Calabria tutt’altro che rassicurante. La popolazione è diminuita di circa 80 mila unità dal 2019; la densità abitativa è di 120 abitanti per chilometro quadrato contro 195 della media nazionale; il 22,4% della popolazione vive in montagna contro il 12,1% nazionale; il 33% risiede nei piccoli comuni contro il 17% italiano.
Ancora più significativa è la condizione sociale. L’indicatore composito di deprivazione raggiunge 22,15 contro una media nazionale di 12,11; la popolazione in povertà arriva al 32,2% contro il 14,5%. È lo stesso Piano a riconoscere che simili condizioni determinano maggiore bisogno sanitario e maggiori difficoltà, anche economiche, nell’erogazione dei servizi.
Questa dovrebbe essere la prima coordinata dello status quo.
La seconda riguarda i LEA. Il documento ricorda che la Calabria non aveva mai raggiunto la sufficienza con la precedente griglia LEA; con il Nuovo Sistema di Garanzia non l’ha raggiunta in alcuna area nel 2021, l’ha conseguita soltanto nell’assistenza ospedaliera nel 2022 e, nel 2023, nella prevenzione e nell’ospedaliera, permanendo criticità soprattutto nell’assistenza territoriale.
La terza coordinata dovrebbe essere economico-patrimoniale. Il Piano ricorda una massa debitoria degli enti del SSR al 31 dicembre 2020 di circa 873 milioni di euro, dichiarandola riconciliata per circa l’89% e rinviando la riconciliazione del restante 11% alla fine del 2026.
Sono tre fotografie – territorio, assistenza e conti – che dovrebbero fondersi in una sola diagnosi.
Ed è proprio questo passaggio che non appare sufficientemente sviluppato.
Non basta sapere che esistono territori montani, povertà, carenze assistenziali e debiti. Occorre stabilire quanto ciascuna di queste condizioni concorra al mancato raggiungimento dei LEA e allo squilibrio finanziario, e quindi determinare quale intervento sia necessario per correggerla, quanto costi, con quali risorse debba essere finanziato e quale risultato misurabile debba produrre entro il 2028.
Questa è la differenza tra descrivere una condizione e programmarne il superamento.
Lo status ad quem di una Regione diversa
È sul punto di arrivo che il documento diventa ancora più interessante.
Lo stesso Piano dichiara di utilizzare il confronto con «realtà evolute». È un metodo perfettamente legittimo. Il benchmarking è uno strumento essenziale della programmazione.
Ma il benchmark non è il Piano.
Una rete sanitaria costruita in Toscana non nasce soltanto dalla bontà del suo modello teorico. È il risultato di una determinata distribuzione delle strutture, di personale disponibile, infrastrutture, viabilità, capacità amministrativa, sistemi informativi e investimenti sedimentati nel tempo.
Lo stesso vale per la Lombardia, il Veneto, l’Emilia-Romagna o il Friuli-Venezia Giulia.
Ed è qui che la ricerca comparativa riserva elementi interessanti. Una parte dell’impostazione calabrese sulle reti tempo-dipendenti, per esempio, utilizza il modello del First Hour Quintet, comprendente sindrome coronarica acuta, arresto cardiaco, insufficienza respiratoria acuta, stroke e trauma grave, cui viene affiancata la sepsi. È un’impostazione presente da anni nella programmazione toscana. Non costituisce certamente la prova di una “copiatura”: è un modello sanitario conosciuto e utilizzabile. Ma rappresenta un ottimo esempio del problema.
La domanda non è: da dove viene l’idea?
La domanda è: che cosa occorre perché quell’idea funzioni in Calabria?
Perché un modello di emergenza-urgenza applicato a una popolazione dispersa, con oltre un quinto degli abitanti in montagna, richiede di essere tradotto in tempi effettivi di percorrenza, disponibilità dei mezzi, distribuzione delle postazioni, personale, elisoccorso, collegamenti con gli hub, capacità delle reti ospedaliere e costi.
Altrimenti si importa il risultato senza importarne – perché non sarebbe materialmente possibile – le condizioni che lo hanno reso raggiungibile altrove.
Il medesimo problema nei conti
Il ragionamento diventa ancora più delicato sul versante economico-finanziario.
Il Piano dedica ampio spazio al controllo di gestione, al piano uniforme dei centri di costo, al piano dei fattori produttivi, alla contabilità analitica, agli internal auditor, al PAC, alla digitalizzazione dei processi amministrativo-contabili e alla futura certificabilità dei bilanci.
Sono tutte cose necessarie.
Ma sono strumenti di conoscenza e governo dei conti, non sono ancora il risanamento dei conti.
La distinzione è fondamentale.
Riconciliare un debito significa determinarne correttamente esistenza, ammontare e titolarità. Non significa estinguerlo. Certificare un bilancio significa aumentarne l’affidabilità. Non significa renderlo economicamente equilibrato. Introdurre la contabilità analitica permette di conoscere dove si formano costi e ricavi. Non elimina automaticamente le cause strutturali dello squilibrio.
Se nel 2026 deve essere ancora completata la riconciliazione di una massa debitoria riferita al 31 dicembre 2020, la domanda preliminare diventa inevitabile: qual è l’esatto status quo economico-patrimoniale sul quale è costruito il Piano 2026-2028?
E soprattutto: quale risultato economico-finanziario deve essere raggiunto al termine del percorso, attraverso quali economie strutturali e senza compromettere il contestuale recupero dei LEA?
Il Piano come ponte, non come fotografia del futuro
È questo, in definitiva, il problema metodologico.
Un Piano di rientro dovrebbe poter essere letto quasi come un’equazione:
status quo ? cause dello squilibrio ? interventi ? risorse ? tempi ? risultati intermedi ? status ad quem.
Se manca il primo termine, l’ultimo diventa inevitabilmente astratto.
E se lo status ad quem viene costruito assemblando modelli appartenenti alle Regioni più avanzate senza verificare preventivamente l’esistenza in Calabria delle condizioni necessarie a realizzarli, si produce un paradosso: un ottimo modello sanitario sulla carta che potrebbe non essere il Piano di rientro della Regione alla quale viene applicato.
È questa la ragione per cui individuare nel documento tracce delle esperienze di Toscana, Lombardia, Friuli, Emilia-Romagna o Veneto è interessante, ma non per imbastire una sterile accusa di plagio amministrativo.
Anzi, copiare una soluzione che funziona può essere indice di buona amministrazione.
Ciò che non può essere copiato è il contesto che l’ha resa possibile.
La Calabria possibile
La vera domanda che il Piano avrebbe dovuto porre non è dunque quale sia oggi il migliore modello sanitario regionale italiano.
È un’altra:
quale Servizio sanitario può realisticamente avere la Calabria nel 2028, partendo dalla Calabria del 2026?
È necessario sapere quanti professionisti occorrono e quanti sono effettivamente reperibili; quanta assistenza territoriale manca; quali distanze devono essere coperte; quali strutture sono realmente attivabili; quale fabbisogno produce la deprivazione sociale; quanto costa assicurare i LEA nelle aree montane e interne; quale mobilità passiva può essere realisticamente recuperata; quale debito deve essere ancora pagato; quali economie sono strutturali e quali soltanto contabili.
Solo allora lo status ad quem smette di essere ideale e diventa conseguibile.
Ed è precisamente questa la funzione di un Piano di rientro: non raccontare la sanità che sarebbe bello avere, ma dimostrare, numeri alla mano, come arrivare dalla sanità che esiste a quella che è possibile costruire.
Perché Toscana, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Friuli possono certamente insegnare qualcosa alla Calabria.
Ma nessuna di quelle Regioni può prestarle la propria geografia, la propria storia amministrativa, i propri professionisti, le proprie infrastrutture, la propria capacità fiscale o vent’anni di organizzazione sanitaria.
Un Piano di rientro può prendere dagli altri le tessere. Ma il mosaico, se vuole funzionare, deve avere necessariamente la forma della Calabria.