Non esiste alcuna delibera regionale allo stato attuale, ma i Direttori generali della Ulss 7 Pedemontana e della Ulss 8 Berica del Veneto hanno confermato una sperimentazione che vedrebbe il personale ospedaliero coinvolto nelle attività delle Case di Comunità, le nuove strutture al centro della riforma dell’assistenza territoriale finanziate con le risorse del Pnrr che dovranno essere pienamente funzionanti entro il 30 giugno, pena la perdita o la riduzione dei finanziamenti corrisposti dall’Europa a causa del mancato raggiungimento del target.
Se la realizzazione delle strutture e l’acquisto delle attrezzature, pur tra qualche criticità e ritardo, è stato un obiettivo più facilmente raggiungibile, resta però tutt’ora aperto il nodo del personale che dovrà operare nelle Case della Comunità, tra carenze di organico e accordi mancati con le organizzazioni di categoria. In Veneto, intanto, si lavora al coinvolgimento dei medici ospedalieri, che dovrebbero svolgere alcuni turni nelle Case di Comunità. I dettagli sulla modalità non sono ancora chiari, ma le indiscrezioni hanno già sollevato qualche perplessità.
Al Corriere del Veneto, il Dg dell’Ulss Berica, Peter Assembergs, ha spiegato come si sia proceduto a raccogliere “le disponibilità degli specialisti ospedalieri, soprattutto quelli impegnati nei percorsi diagnostico-terapeutici per i malati cronici, in particolare affetti da patologie cardiovascolari, pneumologiche e neurologiche o da diabete”. E ha anche sottolineato che “non si tratta di svuotare l’ospedale, ma di seguire vicino a casa i loro pazienti cronici già in lista d’attesa, così ridotta applicando il principio della prossimità delle cure. Il tutto nel rispetto del decreto ministeriale 77 sulla riorganizzazione ospedaliera”.
Nella Ulss 7 Pedemontana, ha spiegato al giornale il Dg Giovanni Carretta, “il coinvolgimento di medici ospedalieri riguarda solo quella di Bassano, attivata a 50 metri dal San Bassiano. Sono stati attivati percorsi ambulatoriali specialistici per pazienti con ipertensione, anemia e cardiopatie croniche. Servizi prima assicurati in ospedale e che oggi trovano una collocazione più appropriata nell’ambito della rete territoriale, in linea con la riorganizzazione dell’assistenza prevista dalla normativa nazionale”.
A Quotidiano Sanità il segretario di Cimo Veneto, Giovanni Leoni, riferisce di non sapere nulla di questa “presunta ‘sperimentazione’. Non siamo stati convocati e non abbiamo ricevuto alcuna comunicazione. Sappiamo che sono in corso discussioni sul coinvolgimento dei medici di medicina generale, che dovrebbero lavorare nelle Case di Comunità svolgendo ore aggiuntive regolarmente retribuite. Che è cosa diversa da quello che sembra un semplicemente spostamento di attività dall’ospedale alle Case di Comunità. Così non si aggiungono prestazioni né servizi, semplicemente si stabilisce che alcuni turni di lavoro dei medici ospedalieri siano svolti in una sede diversa dal reparto”.
Leoni ci tiene a ribadire di non avere ricevuto alcuna informazione in merito, ma di avere appreso dalla stampa di questa sperimentazione. “Solo una volta lette le delibere sarà possibile valutare condizioni ed eventuali criticità”. Allo stato attuale il presidente di Cimo Veneto ha potuto prl sottolineare come i medici ospedalieri e i reparti abbiano obiettivi di produzione ben definiti: “Ricoveri, visite e prestazioni che devono essere garantiti nell’arco dell’anno. Se si chiede ai medici dei reparti di svolgere attività aggiuntive, occorre utilizzare gli strumenti contrattuali adeguati, che esistono: pacchetti prestazionali, libera professione d’équipe e altre modalità già utilizzate anche per i medici di medicina generale. Si può chiedere ai professionisti, su base volontaria e con una retribuzione adeguata, di dedicare il proprio tempo alle Case di Comunità. Ma è cosa ben diversa dal prendere personale già impegnato nei reparti e trasferirlo semplicemente altrove”.
Per fare chiarezza sui progetti delle Ulss, la consigliera vicentina del Partito Democratico e vicepresidente della Commissione sanità di palazzo Ferro Fini,Chiara Luisetto, ha annunciato una interrogazione all’assessore Gino Gerosa. Lo spostamento di medici dagli ospedali alle Case di comunità sarebbe, per Luisetto, “una scelta molto preoccupante”.
“Sarebbero coinvolti i medici di reparti come Medicina, Geriatria, Diabetologia, Cardiologia e Pneumologia – prosegue la consigliera in una nota – . Ovvero, quelle specialità per le quali il decreto n. 77/2022 del Ministro della salute prevede servizi di prossimità ai cittadini nei nuovi presidi territoriali. Un travaso di medici che, non a caso, dovrebbe avvenire nelle prossime settimane. L’assessore Gerosa ha, infatti, promesso l’apertura e l’operatività delle Case di comunità entro giugno e ora si capisce anche come: a costo zero, togliendo i medici da reparti e ambulatori dell’ospedale già sovraccarichi”.
“È un gioco delle tre carte – afferma Luisetto – che, se perseguito, non farà che peggiorare la situazione delle liste d’attesa. Riempire così le Case di comunità, oggi scatole vuote, è una presa in giro rischiosa. Voglio risposte, in particolare chiedo di sapere se sia una strada decisa dall’assessore Gerosa: ha intenzione di usare questo come sistema per riempire le Case di comunità? A scapito di chi già aspetta mesi per una visita nella sanità pubblica e del personale ospedaliero che rischiamo di veder fuggire a fronte dei continui aggravi? Se è così, siamo davanti a un gioco di prestigio inaccettabile”.
Le preoccupazioni, però, non riguardano solo i medici: “Abbiamo scoperto che per coprire le fasce orarie non presidiate dal Servizio di Infermieristica di Famiglia e di Comunità (SIFOC), si vorrebbe attingere al personale dell’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI). Non possiamo costruire nuovi servizi indebolendo quelli esistenti”, dichiara in una nota Carlo Cunegato, capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra in Consiglio regionale del Veneto, annunciando il deposito di un’interrogazione a risposta immediata alla Giunta regionale.
“Gli infermieri dell’ADI – spiega Cunegato – svolgono un lavoro insostituibile nelle case dei malati: medicazioni, terapie infusionali, assistenza agli oncologici, supporto ai non autosufficienti che non possono accedere ai presidi ambulatoriali. Sono prestazioni non differibili. Apprendiamo che l’Ulss 7 vorrebbe impiegarli per coprire le fasce orarie 18:00 – 20:00 dal lunedì al sabato e le giornate domenicali e festive, giorni in cui il personale è già notevolmente ridotto. Il risultato è che lo stesso infermiere si troverebbe a coprire contemporaneamente il servizio domiciliare e quello ambulatoriale, con rischio evidente di scopertura per i pazienti più fragili. Con questa interrogazione, chiediamo alla Giunta di garantire che la copertura infermieristica nelle fasce orarie scoperte delle Case di comunità avvenga senza ricorrere al personale ADI. Gli infermieri sono già insufficienti: ne mancano 5mila in regione e nei prossimi dieci anni la situazione peggiorerà. Senza personale la sanità pubblica muore”.
“Queste professionalità sono preziose e non possiamo permetterci di spremerle per supplire alle carenze organizzative e di programmazione di questa giunta”, conclude Cunegato.