“Come SIDeMaST esprimiamo grande soddisfazione per il fatto che sia stata finalmente recepita la necessità di istituire una Giornata nazionale dedicata al melanoma. Si tratta di un passo molto importante per richiamare l’attenzione su un problema rilevante di salute pubblica, aumentare l’informazione e soprattutto la consapevolezza dei cittadini sui rischi legati a questa patologia. È fondamentale investire sulla conoscenza, a partire anche dalle scuole, per insegnare fin da giovani a riconoscere i segnali sospetti e ad adottare un corretto atteggiamento di prevenzione, sia primaria – in particolare nei confronti dell’esposizione solare – sia secondaria, attraverso la diagnosi precoce e la segnalazione di lesioni nuove o che cambiano nel tempo”.
Cosi il Prof. Giovanni Pellacani, Presidente della Società Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse (SIDeMaST) commenta il Ddl approvato ieri in Senato, che istituisce la Giornata nazionale per la prevenzione del melanoma e prevede altre disposizioni per la prevenzione e la diagnosi precoce della malattia.
“È positiva anche la focalizzazione sulle categorie a rischio – ha aggiunto – tuttavia, nella comunicazione sarà importante distinguere in modo chiaro il messaggio rivolto ai soggetti ad alto rischio – fototipo chiaro, intensa esposizione solare, familiarità – da quello destinato alla popolazione generale. Occorre infatti ribadire che il melanoma non colpisce esclusivamente chi presenta fattori di rischio: circa il 50% dei melanomi insorge in soggetti che appartengono a quella piccola quota della popolazione, intorno al 2%, mentre l’altra metà dei casi si manifesta nel restante 98% dei cittadini, che pur avendo un rischio individuale più basso devono comunque essere informati e istruiti a riconoscere un neo diverso, un neo che cambia, oppure una nuova lesione cutanea, papulare o nodulare, che cresce e si modifica e che deve essere valutata dallo specialista”.
Per quanto riguarda l’articolo 4, emergono invece alcuni elementi di possibile criticità. “Il testo – evidenzia il presidente SIDeMaST – prevede che le Regioni e le aziende sanitarie locali possano promuovere campagne di screening dermatologico anche in collaborazione con i medici di medicina generale, i medici di comunità, le farmacie e attraverso servizi di telemedicina e teleconsulto, ma senza indicare in modo esplicito un ruolo centrale e strutturato del dermatologo. È opportuno ricordare che la diagnosi del melanoma è particolarmente complessa, richiede competenze altamente specialistiche e comporta un elevato livello di responsabilità professionale.
Il rischio concreto è che percorsi di screening non adeguatamente strutturati e privi di un coinvolgimento diretto e qualificato del dermatologo possano determinare un eccesso di allarmismo, con una conseguente ricaduta sul sistema sanitario e, in particolare, sui servizi di dermatologia, già oggi fortemente sottoposti a carichi assistenziali elevati. Ciò potrebbe tradursi in un aumento inappropriato delle richieste di visita, in un allungamento dei tempi di attesa e in un impatto negativo sull’accesso e sulla presa in carico di altre patologie dermatologiche di pari o maggiore rilevanza”.
Per Pellacani è quindi auspicabile che: “L’articolo 4, formulato in modo molto ampio e generico, venga tradotto in percorsi seri, appropriati e sostenibili, con la partecipazione obbligatoria dei dermatologi. Non è pensabile che altre figure fungano da primo filtro mentre il carico finale, spesso inappropriato, ricada interamente sullo specialista. Occorre inoltre essere realistici: non esistono oggi le risorse né il numero di dermatologi sufficienti per uno screening esteso alla popolazione generale o anche solo a una sua quota significativa, senza un’adeguata pianificazione e infrastruttura.
A questo si aggiunge il principio, richiamato nel testo di legge, secondo cui dall’attuazione delle disposizioni non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Tale indicazione solleva interrogativi concreti sulla reale fattibilità di campagne di prevenzione efficaci, strutturate e capillari, in grado di raggiungere in modo sistematico i cittadini e, in particolare, le fasce a maggiore rischio, in assenza di risorse dedicate”.
Infine, Il presidente SIDeMaST ha commentato anche l’introduzione dell’obbligo di consenso informato per l’esecuzione dei tatuaggi: “Presenta aspetti sia positivi sia critici – ha detto – da un lato, il consenso informato tutela il cliente, che ha il tempo di comprendere ciò che sta per fare, riflettere, porre domande ed essere informato sui possibili rischi, seppur generalmente bassi, legati alla procedura: problemi di guarigione, cicatrici, alterazioni della pigmentazione o risultati diversi dalle aspettative. Allo stesso tempo tutela anche il tatuatore, perché il consenso non esonera dalla responsabilità professionale, ma chiarisce che eventuali effetti collaterali prevedibili sono stati condivisi e compresi prima dell’esecuzione.
Dall’altro lato, va considerato l’aumento della burocrazia, con maggiore documentazione da gestire e conservare, e il rischio di una falsa percezione di sicurezza: la firma non elimina i rischi, non è una liberatoria, ma uno strumento di informazione. Nel complesso, però, l’introduzione di un momento obbligatorio di informazione prima di una procedura che comporta l’iniezione permanente di sostanze nella pelle appare un elemento positivo, purché correttamente interpretato e applicato”.