Proteggere il cuore durante la chemioterapia: una possibile strategia nello studio italiano

Proteggere il cuore durante la chemioterapia: una possibile strategia nello studio italiano

Proteggere il cuore durante la chemioterapia: una possibile strategia nello studio italiano

Uno studio dell’I.R.C.C.S. Neuromed, in collaborazione con Sapienza Università di Roma, Università Europea di Roma, l’Università di Padova e ICOT Istituto “Marco Pasquali” di Latina, mostra che riattivare un processo fondamentale delle cellule può contrastare la cardiotossicità della doxorubicina.

Nonostante la loro efficacia contro i tumori, alcuni farmaci usati in chemioterapia possono avere importanti effetti collaterali sul cuore. Tra questi la doxorubicina, molto usata in oncologia ma associata nel tempo ad un danno cardiaco. Capire come prevenire questo effetto era l’obiettivo dello studio condotto dall’I.R.C.C.S. Neuromed, in collaborazione con Sapienza Università di Roma, Università Europea di Roma, l’Università di Padova e l’ICOT Istituto “Marco Pasquali” di Latina e pubblicato sulla rivista Basic Research in Cardiology.

All’interno è stato individuato un possibile meccanismo su cui intervenire: il cosiddetto “flusso autofagico”, un processo fondamentale attraverso cui le cellule eliminano e riciclano componenti danneggiati.

Quando questo sistema funziona correttamente, contribuisce a mantenere le cellule in salute. Nel caso della doxorubicina, invece, i ricercatori hanno osservato che il processo si blocca, portando all’accumulo di materiali di scarto e a un progressivo deterioramento delle cellule cardiache.

Lo studio ha dimostrato, in modelli sperimentali, che si può riattivare questo meccanismo attraverso diverse strategie farmacologiche. In particolare, l’uso di composti naturali come trealosio e spermidina, già noti per la loro sicurezza, o di un peptide sintetico in grado di agire direttamente sui meccanismi dell’autofagia, ha consentito di ripristinare il corretto funzionamento del sistema di “pulizia” cellulare. Questo intervento si è tradotto in una protezione significativa del cuore: miglioramento della funzione cardiaca, riduzione del danno cellulare e migliore qualità dei mitocondri, le strutture che forniscono energia alle cellule.

Un aspetto particolarmente rilevante riguarda il fatto che questa protezione non sembra interferire con l’efficacia antitumorale della doxorubicina. Nei modelli utilizzati nello studio, infatti, i trattamenti che riattivano l’autofagia hanno preservato la funzione cardiaca senza ridurre l’azione del farmaco contro il tumore.

“I risultati suggeriscono che il blocco dell’autofagia è un passaggio chiave nel danno cardiaco indotto dalla chemioterapia – dice Leonardo Schirone, ricercatore dell’Università Europea di Roma – e che il suo ripristino può rappresentare una strategia efficace per proteggere il cuore.”

“Abbiamo osservato – aggiunge Maurizio Forte, ricercatore del Laboratorio di Fisiopatologia cardiovascolare del Neuromed – che diversi approcci, sia con composti naturali sia con molecole più selettive, portano allo stesso risultato indicando che il bersaglio principale è proprio il recupero del corretto flusso autofagico.”

Si tratta di risultati ancora preclinici, ma che aprono prospettive interessanti. Composti come trealosio e spermidina sono già utilizzati come integratori alimentari e potrebbero, in futuro, essere studiati anche come supporto nei trattamenti oncologici, con l’obiettivo di ridurre gli effetti collaterali a carico del cuore.

“I nostri dati indicano una possibile strada per rendere le terapie oncologiche più sicure dal punto di vista cardiovascolare. – commenta Sebastiano Sciarretta, responsabile del Laboratorio di Fisiopatologia cardiovascolare del Neuromed, Professore Ordinario presso l’Università Sapienza di Roma – Saranno naturalmente necessari studi clinici, quindi su pazienti, per verificare questi risultati.”

23 Aprile 2026

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