Quando la privacy protegge il silenzio e indebolisce la fiducia dei cittadini

Quando la privacy protegge il silenzio e indebolisce la fiducia dei cittadini

Quando la privacy protegge il silenzio e indebolisce la fiducia dei cittadini

Gentile Direttore, ogni volta che un medico finisce al centro di un’inchiesta giudiziaria o di una vicenda che suscita particolare clamore mediatico, la domanda che rimbalza immediatamente sui giornali, nelle trasmissioni televisive e sui social network è sempre la stessa: “Dov’è l’Ordine dei Medici?”....

Gentile Direttore,
ogni volta che un medico finisce al centro di un’inchiesta giudiziaria o di una vicenda che suscita particolare clamore mediatico, la domanda che rimbalza immediatamente sui giornali, nelle trasmissioni televisive e sui social network è sempre la stessa: “Dov’è l’Ordine dei Medici? Cosa sta facendo?”

La risposta, nella maggior parte dei casi, è semplice: l’Ordine ha già fatto tutto ciò che la legge gli consente di fare. Ma non può dirlo. È un paradosso che pochi conoscono e che merita di essere portato all’attenzione dell’opinione pubblica.

Gli Ordini professionali non sono organismi di rappresentanza sindacale, ma enti pubblici sussidiari dello Stato ai quali è affidato il delicato compito di garantire il corretto esercizio della professione medica e la tutela della salute dei cittadini. Quando emergono fatti che possono integrare violazioni del Codice di Deontologia Medica, i Consigli di disciplina hanno il dovere di intervenire, valutare i fatti, ascoltare le parti e, se necessario, adottare i provvedimenti disciplinari previsti dall’ordinamento.

Questo lavoro viene svolto quotidianamente con rigore, imparzialità e nel pieno rispetto delle garanzie previste dalla legge.

Il problema è che tutto ciò rimane confinato all’interno delle istituzioni.

Le norme sulla protezione dei dati personali e le interpretazioni del Garante per la protezione dei dati personali impediscono agli Ordini di comunicare l’avvio di un procedimento disciplinare o l’adozione di una sanzione fino a quando il procedimento non sia definitivamente concluso, dopo l’eventuale pronuncia della Commissione Centrale per gli Esercenti le Professioni Sanitarie (C.E.E.P.S.S.). Una comunicazione anticipata potrebbe esporre l’Ordine a pesanti sanzioni.

È qui che nasce una contraddizione difficilmente comprensibile.

Ogni giorno assistiamo alla pubblicazione dei nomi di persone indagate, intercettazioni, misure cautelari, rinvii a giudizio e sentenze non definitive. La cronaca giudiziaria occupa pagine di giornali e ore di trasmissioni televisive ben prima che venga pronunciata una sentenza passata in giudicato.

Gli Ordini professionali, invece, pur avendo già esercitato le proprie funzioni disciplinari, sono costretti al silenzio.

Il risultato è che, mentre tutti parlano, l’unica istituzione che ha realmente il compito di vigilare sulla deontologia professionale non può spiegare ai cittadini ciò che sta facendo.
Così il silenzio diventa, agli occhi dell’opinione pubblica, sinonimo di inerzia.

Si alimenta l’idea che l’Ordine non intervenga, che protegga i propri iscritti o che sia incapace di esercitare il proprio ruolo. Nulla di più lontano dalla realtà.

A rendere ancora più evidente questa distorsione contribuiscono i tempi, spesso incompatibili con le aspettative dei cittadini, necessari per arrivare a una decisione definitiva della C.E.E.P.S.S. Possono trascorrere anni prima della conclusione del procedimento disciplinare. Per tutto questo tempo l’Ordine continua a essere vincolato al riserbo, mentre il processo mediatico si è già celebrato e concluso da tempo.

È lecito allora domandarsi se il sistema abbia ancora un equilibrio.

La tutela della privacy costituisce un principio fondamentale e nessuno mette in discussione il diritto di ogni professionista a essere considerato innocente fino alla definitività delle decisioni. Tuttavia, occorre interrogarsi se sia ragionevole che questo principio impedisca completamente agli Ordini di rendere conto del proprio operato, persino quando ciò serve a dimostrare ai cittadini che i controlli esistono e funzionano.

La trasparenza dell’azione disciplinare non rappresenta una forma di gogna mediatica. Al contrario, è uno strumento di garanzia per la collettività e rafforza la credibilità delle istituzioni.

Nessuno propone di trasformare i procedimenti disciplinari in processi mediatici. Si chiede semplicemente che agli Ordini venga riconosciuta la possibilità di comunicare, nel rispetto delle garanzie e della presunzione di innocenza, che un procedimento è stato avviato o che un provvedimento disciplinare è stato adottato, precisando naturalmente che esso non è ancora definitivo.

Una democrazia moderna deve saper conciliare due valori fondamentali: la tutela della persona e il diritto dei cittadini a conoscere come operano le istituzioni poste a presidio dell’interesse pubblico.

Oggi questo equilibrio appare compromesso.

Il rischio è che la privacy finisca per proteggere non il diritto delle persone, ma il silenzio delle istituzioni. E quando un’istituzione è costretta al silenzio, la fiducia dei cittadini inevitabilmente si indebolisce.

È tempo che il Parlamento e il Governo aprano una riflessione su questo tema, valutando un intervento normativo che consenta agli Ordini professionali di informare correttamente i cittadini sulla propria attività disciplinare, senza ledere i diritti della difesa e nel pieno rispetto della presunzione di innocenza.

Antonio Magi
Presidente dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Roma

30 Luglio 2026

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