Quando la sanità muore e la politica sta a guardare…

Quando la sanità muore e la politica sta a guardare…

Quando la sanità muore e la politica sta a guardare…

Gentile Direttore, fiumi di inchiostro mettono in risalto la drammatica situazione della sanità italiana, ormai in una lenta agonia che si consuma nell’indifferenza generale. I cittadini, purtroppo, si accorgono delle carenze dei servizi essenziali solo nel momento del bisogno...

Gentile Direttore,
fiumi di inchiostro mettono in risalto la drammatica situazione della sanità italiana, ormai in una lenta agonia che si consuma nell’indifferenza generale. I cittadini, purtroppo, si accorgono delle carenze dei servizi essenziali solo nel momento del bisogno. In questo scenario, possedere una coscienza civica e morale è basilare per tutti e soprattutto per i genitori, che hanno la responsabilità di trasmettere valori e regole per una sana convivenza sul territorio.

Il declino del nostro sistema sanitario ha origine con il processo di regionalizzazione avviato nel 2001. Frammentando il territorio nazionale in 21 sistemi distinti, tale riforma ha compromesso i tre pilastri fondamentali dell’ex SSN – universalità, equità e uguaglianza – stabiliti dalla Legge 833/1978, portando diverse Regioni verso il commissariamento e verso standard assistenziali non accettabili. Invece di correggere l’andamento, la gestione politica ha proseguito con la moltiplicazione di enti e incarichi. Questa deriva appare in contrasto con lo spirito del D.Lgs. 502/1992 art. 3, che prevedeva strutture sanitarie e ospedaliere snelle, coordinate esclusivamente da una triade manageriale composta da Direttore Generale, Sanitario e Amministrativo.

Organismi quali l'”Azienda Zero”, istituiti avvalendosi dell’autonomia organizzativa prevista dall’Articolo 117 della Costituzione, vengono sostenuti dalla necessità di centralizzare risorse e flussi. L’attuale scenario, tuttavia, delinea un quadro differente: un aumento dei costi fissi legato alle nuove nomine e una progressiva dispersione delle risorse pubbliche. Ciò costituisce un ulteriore segnale di una politica priva di visione strategica in un periodo storico in cui sarebbe necessario far prevalere il senso di responsabilità e la lungimiranza, comprendendo che determinate scelte non mirano al risparmio, ma comportano un ulteriore costo di gestione; riconoscere le proprie responsabilità sarebbe forse più opportuno che cercare soluzioni gestionali arbitrarie attraverso la creazione di queste nuove formule.

Sul fronte interno, i carichi di lavoro asfissianti gravano su ogni figura sanitaria, impedendo di instaurare quella relazione necessaria per comprendere a fondo le fragilità e i bisogni dei pazienti. In questo contesto, la professione infermieristica vive una profonda agonia nell’indifferenza delle istituzioni e delle altre categorie sanitarie. Prima di programmare evoluzioni accademiche, bisognerebbe permettere alla professione stessa di sopravvivere, affrontando le sue precise criticità.

Le normative, sia mediche che infermieristiche, appaiono sempre più oscurate dall’individualismo anziché orientate al bene comune, sottoponendo il personale a un’ulteriore demotivazione. È necessario avere il coraggio di premiare il merito: il sapere deve coniugarsi al saper fare e, di conseguenza, al saper essere. Un ruolo apicale deve possedere per sua natura una capacità aggregante, l’attitudine a formare una squadra, quasi una famiglia. Solo questa dovrebbe essere la metrica di valutazione per dispensare ruoli dirigenziali, siano essi medici o infermieristici, senza più assistere a una pletora di nomine di vertice prive di un reale discernimento dei curricula.

L’assistenza sanitaria non può esaurirsi nella sola componente tecnica, ma deve porre al centro la dimensione relazionale, lungo quella linea orizzontale in cui tutti siamo e nessuno è superiore all’altro. È necessario saper intercettare i bisogni più profondi del malato: necessità silenziose, che non emergono esplicitamente e che rischiano di sfuggire a una percezione superficiale. Senza questa sensibilità, la sofferenza si amplifica e i disagi si moltiplicano. L’atto del curare finisce così per essere delegato esclusivamente al farmaco, ignorando che la persona può custodire un dolore nascosto da anni, pronto a riaffiorare a ogni nuovo evento critico. È giunto il momento di valorizzare la dimensione psicologica del paziente, a patto però che questo approccio trovi un reale riscontro in una nuova struttura organizzativa, senza la quale ogni sforzo risulterà vano.

Anche le prospettive future appaiono paradossali: i nuovi percorsi formativi e l’introduzione della figura dell’assistente infermiere avanzano in un profondo caos normativo. Sul territorio, il rischio concreto è che le Case della Comunità restino scatole vuote, mentre negli Ospedali di Comunità si ventila l’ipotesi di tamponare la crisi inserendo postazioni del 118, in aperta contraddizione con le linee guida del DM 77/2022. Per uscire da questo stallo, sarebbe opportuno eliminare o rimodulare radicalmente i quiz d’ingresso per Medicina e Infermieristica, trasformandoli in prove realmente orientate a valutare le attitudini umane e professionali dei candidati, anziché in test selettivi basati su domande fuorvianti.

In conclusione, c’è ben poco da sperare da una politica che dimentica con troppa facilità le promesse fatte sui media e alle rappresentanze del popolo. I cittadini sono la vera metrica della democrazia, e non le segreterie di partito da cui nascono le candidature dei rappresentanti. È giunto il momento che il popolo riacquisti piena consapevolezza di ciò che accade, prima che ogni diritto venga definitivamente negato e ogni speranza perduta.

Emilio Cariati
Infermiere

08 Giugno 2026

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