Gentile Direttore,
ho letto con attenzione il Position Paper della Società Italiana di Cure Palliative sul rapporto tra cure palliative e suicidio medicalmente assistito, approvato il 5 giugno e pubblicato il 16 giugno. Si tratta di un documento importante, destinato a orientare il dibattito etico e culturale su una delle questioni più complesse della medicina contemporanea. Proprio per questo alcune sue omissioni e alcune sue conclusioni meritano una riflessione critica.
Nel capitolo dedicato al contesto italiano vengono richiamate le sentenze della Corte costituzionale e si fa genericamente riferimento a un percorso legislativo tuttora in corso, senza alcun cenno al testo approvato dalla Camera dei Deputati, primo tentativo organico del Parlamento di disciplinare la materia. Eppure, quel testo rappresenta una tappa importante del confronto tra diritto all’autodeterminazione e tutela delle persone fragili, alla cui elaborazione hanno contribuito anche professionisti provenienti dal mondo delle cure palliative.
Non è una questione di riconoscimenti personali. Ho vissuto questo percorso da palliativista, da ex presidente della SICP e poi da deputato e relatore della legge sul suicidio medicalmente assistito. Le società scientifiche hanno il dovere di custodire la propria memoria e di riconoscere la pluralità delle culture che hanno contribuito alla crescita della disciplina. Le omissioni, talvolta, sono anch’esse una scelta.
Ma è soprattutto la posizione espressa sull’esclusione delle cure palliative dalla fase attuativa del suicidio medicalmente assistito a suscitare le mie maggiori perplessità. Comprendo la necessità di distinguere concettualmente la missione delle cure palliative dalla richiesta di morte medicalmente assistita. Meno comprensibile è la conclusione secondo cui il palliativista dovrebbe arrestarsi sulla soglia della decisione finale.
Se il compito delle cure palliative è accompagnare la persona nella complessità della sua sofferenza, rispettandone l’autonomia e garantendo che ogni scelta sia libera e consapevole, risulta difficile comprendere perché questo accompagnamento debba interrompersi proprio nel momento più delicato. La continuità della relazione terapeutica rappresenta, a mio giudizio, la migliore garanzia contro ogni rischio di abbandono o di burocratizzazione del percorso.
Trovo inoltre poco convincente il richiamo alle euristiche cognitive di Kahneman e Tversky per sostenere che una vicinanza simbolica tra cure palliative e suicidio medicalmente assistito possa compromettere la fiducia dei cittadini nelle cure palliative. È un’ipotesi teoricamente plausibile, ma non supportata da evidenze empiriche specifiche. Più verosimilmente, le difficoltà di comprensione derivano dalla limitata alfabetizzazione sanitaria, dalle carenze formative e dalle persistenti difficoltà comunicative tra professionisti, pazienti e famiglie. La risposta non dovrebbe essere quella di accentuare separazioni simboliche, ma di investire nella formazione e nella qualità della comunicazione.
Si ha quasi l’impressione che il documento assuma implicitamente una logica da “pendio scivoloso”: la vicinanza tra le due pratiche verrebbe considerata come l’inizio di una progressiva perdita di identità delle cure palliative. Ma una simile conclusione richiederebbe solide evidenze scientifiche e non può fondarsi soltanto su timori o preoccupazioni.
Per molti anni abbiamo affermato che il palliativista non abbandona mai il malato. Eppure questo Position Paper propone che l’équipe accompagni la persona nella fase informativa e valutativa per poi chiamarsi fuori nel momento in cui quella scelta si realizza. Una cesura che appare più funzionale alla tutela identitaria della disciplina che ai bisogni concreti delle persone.
Le cure palliative italiane sono cresciute grazie al confronto tra sensibilità differenti e alla convinzione che la relazione di cura non possa essere ridotta a schemi ideologici. La loro identità non si difende costruendo confini sempre più rigidi, ma continuando a garantire prossimità, competenza e rispetto dell’autonomia della persona. La risposta ai rischi di confusione non è la distanza, ma la conoscenza; non la separazione, ma la formazione; non l’interruzione della relazione, ma la sua continuità.
Giorgio Trizzino
Ex Presidente Sicp