Violenza di possesso e femmicidi: la prevenzione comincia prima

Violenza di possesso e femmicidi: la prevenzione comincia prima

Violenza di possesso e femmicidi: la prevenzione comincia prima

Gentile direttore, il rifiuto affettivo può produrre sofferenza intensa, ruminazione e rabbia.

Gentile direttore,
il rifiuto affettivo può produrre sofferenza intensa, ruminazione e rabbia. Ma tra soffrire per la perdita di una relazione e trasformare quella sofferenza in violenza c’è un passaggio decisivo: negare all’altro il diritto di essere libero. La psicologia può aiutarci a comprenderlo, senza attenuare in alcun modo la responsabilità di chi agisce violenza. E soprattutto può aiutarci a prevenirlo, costruendo una diversa cultura delle relazioni e servizi capaci di intervenire prima.

Di fronte a un femminicidio commesso dopo una separazione torna spesso una domanda: che cosa accade perché la perdita di una relazione possa trasformarsi in controllo, persecuzione e, nei casi estremi, violenza omicida?

È una domanda legittima, purché venga posta nel modo giusto. Cercare di comprendere un meccanismo psicologico non significa giustificarlo. In medicina e in psicologia cerchiamo le condizioni che aumentano un rischio precisamente perché conoscerle consente di prevenirlo.

C’è inoltre un dato che merita attenzione, soprattutto quando una successione ravvicinata di fatti di cronaca produce l’impressione di un fenomeno in continua crescita. Secondo il Ministero dell’Interno, le donne vittime di omicidio sono passate da 130 nel 2022 a 120 nel 2023, 118 nel 2024 e 97 nel 2025. Il calo non autorizza naturalmente alcun ottimismo semplicistico, ma ci dice che intervenire non è inutile.

Parallelamente è cresciuta la capacità della società di riconoscere e nominare la violenza. Nel 2024 i contatti con il 1522 sono aumentati complessivamente del 25,8% rispetto al 2023 e l’Istat rileva anche l’effetto delle campagne di comunicazione nell’ampliare la conoscenza e l’utilizzo del servizio.

Possiamo allora leggere insieme due fenomeni: una riduzione degli esiti più estremi e una crescente intolleranza sociale verso la violenza. Non sappiamo quanto la prima dipenda direttamente dalla seconda, ma sappiamo che sensibilizzazione, strumenti di prevenzione e protezione, riconoscimento precoce dei segnali, disponibilità a chiedere aiuto e possibilità di riceverlo modificano il contesto nel quale la violenza si sviluppa.

Essere lasciati può fare molto male. Ethan Kross e colleghi (2011) hanno mostrato che il rifiuto sentimentale coinvolge anche circuiti cerebrali implicati nell’elaborazione del dolore fisico. Una separazione può ferire l’autostima, alimentare paura, rabbia e ruminazione.

Ma questo è soltanto il punto di partenza. Milioni di persone attraversano separazioni dolorose senza controllare, perseguitare o aggredire nessuno. La sofferenza per la perdita è umana. La violenza è un comportamento. Tra le due cose non esiste alcun automatismo.

Il passaggio decisivo avviene quando alla sofferenza si accompagna la negazione della libertà dell’altro. È qui che si esce dal campo dell’amore e si entra in quello che chiamerei violenza di possesso.

Nell’amore l’altro continua a essere un soggetto. Posso desiderare profondamente che resti e soffrire perché se ne va, ma continuo a riconoscergli desideri, scelte e una libertà indipendenti da me. Nel possesso l’altro assume invece una funzione: deve rassicurarmi, confermare il mio valore, proteggermi dall’abbandono, sostenere la mia identità. Se diventa indispensabile per tenermi in piedi, la sua libertà può trasformarsi ai miei occhi in una minaccia.

L’amore può dire: desidero che tu resti. Il possesso dice: tu devi restare per forza.

Non a caso la ricerca sui fattori di rischio porta l’attenzione soprattutto sul controllo. Lo studio multicentrico di Jacquelyn Campbell e colleghi (2003) e la successiva meta-analisi di Chelsea Spencer e Sandra Stith (2020) indicano tra i fattori associati al rischio di omicidio del partner il controllo coercitivo, le minacce, precedenti aggressioni e altri comportamenti violenti.

Il problema, dunque, non è semplicemente quanto una persona soffra all’idea di perdere l’altro, ma quale diritto pensa di avere sull’altro e che cosa ritiene legittimo fare per impedirgli di andare via.

Controllare il telefono, limitare le amicizie, sorvegliare gli spostamenti, non accettare un “no”, presentarsi ripetutamente nei luoghi frequentati dall’ex partner o minacciare conseguenze se la relazione finisce non sono manifestazioni di un amore particolarmente intenso. Sono restrizioni progressive della libertà.

Ed è da qui che dovrebbe partire una politica della prevenzione. Ma sarebbe riduttivo immaginarla come un settore separato, destinato ad attivarsi soltanto sul tema specifico della violenza di genere.

La prevenzione della violenza nelle relazioni appartiene a una politica più ampia di promozione della salute psicologica e delle competenze relazionali. Educare al rispetto dell’altro, alla gestione del conflitto, alla tolleranza della frustrazione e alla capacità di vivere una separazione senza trasformarla in una ferita da riparare attraverso il controllo significa promuovere benessere psicologico e, contemporaneamente, costruire fattori di protezione rispetto alla violenza.

Naturalmente disagio psicologico e violenza non devono essere confusi: la grande maggioranza delle persone che soffrono non diventa violenta e la responsabilità di un comportamento violento rimane sempre di chi lo agisce. Ma sarebbe altrettanto miope non vedere che prevenzione del disagio, competenze psicorelazionali, cultura del rispetto e prevenzione della violenza appartengono allo stesso ecosistema.

Il Piano strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne 2025-2027 individua giustamente nella prevenzione uno dei suoi assi fondamentali. La sfida dovrebbe essere ora quella di attuare queste politiche e collegarle alle più generali politiche educative, sanitarie e sociali, costruendo una infrastruttura permanente di prevenzione.

La prevenzione primaria deve quindi cominciare molto prima dell’emergere della violenza. Nella scuola, ma anche nelle famiglie, nei gruppi dei pari, nello sport e negli ambienti digitali, occorre promuovere un vero alfabeto psicorelazionale: distinguere amore e possesso, bisogno e diritto, gelosia e controllo, conflitto e sopraffazione; imparare che un “no” non è un’umiliazione e che la libertà personale esiste dentro il riconoscimento della libertà dell’altro.

Questo lavoro non serve soltanto a prevenire la violenza. Serve a costruire persone più capaci di stare nelle relazioni, affrontare le crisi, chiedere aiuto e utilizzare in modo più adattivo le proprie risorse psicologiche. È quindi una politica di salute e di benessere prima ancora che una politica di emergenza.

Ed è qui che diventa decisivo anche l’accesso precoce all’aiuto psicologico. Una separazione conflittuale, una gelosia che diventa ossessiva, una crescente incapacità di tollerare il rifiuto non sono necessariamente violenza, ma possono rappresentare momenti nei quali un intervento tempestivo può evitare un deterioramento della situazione.

Servono per questo servizi psicologici facilmente accessibili nella scuola, nei consultori, nelle cure primarie e nei servizi territoriali: luoghi ai quali ci si possa rivolgere prima che il disagio diventi patologia e prima che una crisi relazionale diventi emergenza.

Questa possibilità deve riguardare chi subisce comportamenti preoccupanti, che deve trovare rapidamente ascolto, orientamento e protezione, ma anche chi avverte in sé una escalation di rabbia, pensieri persecutori, bisogno di controllo o incapacità di accettare una separazione. Senza confondere mai le posizioni e mantenendo centrale la tutela della vittima, chiedere aiuto prima di agire la violenza dovrebbe diventare socialmente normale e concretamente possibile.

Quando invece emergono controllo coercitivo, stalking, minacce o aggressioni, cambia il livello dell’intervento: servono valutazione del rischio, protezione della vittima e percorsi specialistici, compresi quelli rivolti agli uomini autori di violenza.

La politica dovrebbe quindi costruire non una somma di interventi separati, ma una filiera della prevenzione: promozione delle competenze psicologiche e relazionali, accesso precoce all’aiuto, individuazione delle situazioni a rischio, protezione e intervento specialistico.

Scuola, sanità, servizi sociali, centri antiviolenza, cure primarie, servizi psicologici e programmi rivolti agli autori non sono compartimenti stagni. Sono punti diversi di una stessa rete.

E questa rete deve essere stabile, accessibile e valutabile. Non basta chiedersi quanti interventi abbiamo realizzato: dobbiamo sapere se aumentano le competenze relazionali, se facilitano la richiesta di aiuto, se intercettano prima le situazioni di rischio e se riducono realmente l’escalation e la recidiva.

La prevenzione della violenza, in questo senso, non è una politica di nicchia. È una componente di una politica pubblica per la qualità delle relazioni, il benessere psicologico e la salute della comunità.

Dobbiamo allora tenere insieme due verità. Una separazione può produrre un dolore psicologico reale e profondo, che merita ascolto e, quando necessario, aiuto. Ma nessun dolore trasforma una persona in proprietà, nessuna paura dell’abbandono autorizza il controllo e nessuna spiegazione psicologica riduce la responsabilità di chi sceglie la violenza.

Capire serve precisamente a questo: non a giustificare ciò che è accaduto, ma a intervenire prima perché non accada.

David Lazzari
Psicologo della Salute
Presidente BENÈPSYS – Osservatorio Benessere Psicologico e Salute

11 Settembre 2026

© Riproduzione riservata

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