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Cancro. In Italia 274mila persone licenziate perché malate. D’Arienzo (Pd) e Iannelli (Favo) presentano proposta di legge per tutelarli

Le leggi di garanzia ci sono ma è una giungla. Nel pubblico il posto di lavoro è garantito fino a 36 mesi, nel privato tutto è affidato ai contratti e le disparità di trattamento sono enormi. La proposta di legge già assegnata alla Commisione Lavoro della Camera punta ad equiparare i diritti dei malati di cancro, indipendentemente dal luogo di lavoro. IL TESTO DEL DDL

16 DIC - In Italia si registrano oltre 274mila pazienti oncologici che hanno perso il lavoro tra licenziati, ‘dimissionati’, costretti a cessare l’attività oppure a lasciare il lavoro a seguito dell’insorgenza della malattia e di questi quasi 85mila sono relativi agli ultimi cinque anni. Ma per tali patologie la legge in vigore non prevede una disciplina specifica del periodo di comporto, cioè il lasso di tempo nell'ambito del quale il lavoratore non può essere licenziato, ma ne rinvia alla contrattazione collettiva la regolamentazione, nonché la previsione di casi di esclusione. Al termine del periodo di conservazione del posto di lavoro il datore può recedere dal rapporto e il licenziamento è considerato giustificato per motivo oggettivo. E proprio con l’intento di modificare il quadro che il deputato Vincenzo D’Arienzo, con il supporto dell'avvocato Elisabetta Iannelli (segretario generale Federazione Associazioni di Volontariato in Oncologia - Favo) ha elaborato uno proposta di legge Delega al governo.

Il testo, presentato lo scorso 24 settembre e attualmente affidato alla Commissione Lavoro in attesa di essere incardinato, è stato illustrato oggi nel corso di una conferenza stampa presso la Camera moderata dal direttore di QS Cesare Fassari. L’obiettivo è rimuovere alcune criticità strutturali che caratterizzano la normativa in vigore. Allo stato attuale, infatti, vige un trattamento differente tra settore pubblico e privato. Nel primo caso il periodo di comporto prevede la conservazione del posto di lavoro per di diciotto mesi in un triennio di cui: i primi nove di assenza sono interamente retribuiti; nei successivi tre la retribuzione viene decurtata del 10 per cento; negli ultimi sei la retribuzione viene decurtata del 50 per cento. Per ulteriori diciotto mesi, poi, è stabilita la semplice conservazione del posto di lavoro senza retribuzione. Nel privato, invece, il periodo di comporto è regolato dalla contrattazione collettiva ed è disomogeneo tra i vari comparti. In nessun caso è paragonabile al periodo previsto per il settore pubblico.


La proposta di legge prospetta di uniformare il settore privato a quanto previsto nel pubblico e prevede, per patologie gravi che richiedono terapie salvavita, un ulteriore periodo di comporto di tre mesi retribuito con decurtazione del 75 per cento. Altro intento dell’iniziativa è garantire anche gli autonomi, per i quali è fissata soltanto una indennità di malattia pari a 60 giorni l’anno, lo stesso trattamento. Si chiede, infine, di escludere dal computo del periodo di comporto i giorni di ricovero ospedaliero o di day hospital per terapie salvavita ed i giorni di assenza dovuti agli effetti collaterali di dette terapie, debitamente certificati.

“I numero che riguardano i malati oncologici e la cessazione del lavoro sono inquietanti – sottolinea D’Arienzo – Basto pensare che il 40% perde il lavoro e ciò è inaccettabile, la malattia non può essere considerata una colpa. Bisogna quindi definire una normativa di carattere generale che valga per tutti, la regolamentazione del fenomeno non può essere affidata ad accordi tra privati o tra le parti. E’ assurdo che a parità di patologia la tutela dipenda dalla tipologia di impiego, si tratta di una disparità da eliminare al più presto: lo Stato deve fungere da garante e creare un meccanismo omogeneo. Altro elemento da inserire risiede nell’obbligo del datore di comunicare, con almeno trenta giorni di anticipo sulla scadenza, che il periodo di comporto sta per scadere. Sembra una banalità ma spesso non avviene, generando non poche criticità. Nel complesso è davvero indegna la novità introdotta da Elsa Fornero nel 2012: una volta esaurito il comparto, il licenziamento può avvenire per giustificato motivo oggettivo”.

Un'indagine Favo-Censis del 2012 sul rapporto lavoro-malattia rivela che il 78% dei malati oncologici ha subito un cambiamento nel lavoro in seguito alla diagnosi: il 36,8% ha dovuto fare assenze, il 20,5% è stato costretto a lasciare l’impiego e il 10,2% si è dimesso o ha cessato l’attività (in caso di lavoratore autonomo). Le evidenze scientifiche, al contrario, dimostrano che il lavoro aiuta a sopportare meglio i trattamenti e a guarire. Ciò è confermato anche dal sondaggio Piepoli-AIMaC (Associazione Italiana Malati di Cancro): il 97% delle persone malate vuole continuare a lavorare ed essere parte attiva della società.

“Emerge una quadro allarmante – osserva Iannelli – poiché a queste persone viene impedito di continuare a rappresentare una risorsa per la società, nonostante le terapie sempre più avanzate lo consentano. E’ inaccettabile e discriminatorio marginalizzarli e trasformarli in un peso. Anche perché si può sopravvivere a lungo ed è in progressivo aumento il numero dei soggetti con una diagnosi alle spalle. Un quarto dei pazienti può oggi considerarsi guarito e alla guarigione clinica dovrebbe corrispondere quella sociale. E’ quindi un dovere riportarli alla piena attività”.
 
Gennaro Barbieri

16 dicembre 2015
© Riproduzione riservata


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