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Forum QS/2. La sanità e il Governo Draghi. Cosa aspettarsi? Intervista a Mangiacavalli (Fnopi) e Lazzari (Cnop)


Per Barbara Mangiacavalli occorre puntare su “una multi professionalità vera, senza vecchie subordinazioni e rivendicazioni che con salute e qualità non hanno a che fare”. Per David Lazzari “l’efficienza non è solo nella tecnologia, che pure serve e va usata al meglio, ma anche in un fattore in cui siamo molto indietro, culturalmente e operativamente: quello umano”.

11 FEB - Il Governo Draghi è in corsa. Non sappiamo ovviamente ancora chi sarà il ministro della salute ma è certo che la Sanità sarà uno dei temi forti del nuovo Esecutivo, a prescindere da chi occuperà questa casella, a causa del perdurare dell’epidemia, della necessità di accelerare il piano vaccini e poi di attuare quelle riforme di sistema delle quali il nostro Ssn ha certamente bisogno come già rilevato in questi mesi da moltissimi osservatori.
 
In attesa di conoscere programmi e composizione del nuovo Governo, Quotidiano Sanità ha contattato alcuni stakeholder della sanità per definire quale dovrebbe essere l'agenda ideale nel campo della salute.

Dopo la prima puntata a intervenire sono David Lazzari, Presidente Consiglio Nazionale Ordine Psicologi (Cnop) e Barbara Mangiacavalli, Presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle Professioni infermieristiche (Fnopi)
 
Quali dovrebbero essere a suo avviso le priorità dell’agenda sanità del futuro Governo?
Mangiacavalli. E’ un Governo che nasce in una pandemia, direi per una pandemia (perché è stata la situazione contingente ad aver messo in luce i problemi maggiori) e con il compito di gestire risorse mai viste prima messe a disposizione proprio per la pandemia: appare ovvio che la Salute non può essere in fondo alla lista delle priorità, ma in testa.
E nella priorità Salute c’è la priorità territorio che si è ampiamente dimostrato non solo carente, ma il vero vulnus di un’assistenza e di cure che per carenza di personale, di mezzi e di tecnologie, ha lasciato aperti spazi in cui il virus per primo, ma anche l’assistenza alle altre patologie non Covid che sono state estremamente trascurate anche se sono causa di oltre 600mila morti l’anno in Italia, hanno trovato terreno più che fertile. Situazioni non più affrontabili senza un nuovo modello di assistenza, senza nuovi e più efficienti mezzi, senza personale adeguato.

Lazzari. Si è compresa l’importanza di un “sistema sanitario” efficiente. Ma l’efficienza non è solo nella tecnologia, che pure serve e va usata al meglio, ma anche in un fattore in cui siamo molto indietro, culturalmente e operativamente: quello umano. Tutto quello che ruota intorno alla salute ha una forte componente umana, relazionale e comportamentale. Che fa la differenza nella lettura e nella risposta ai bisogni di salute, nella qualità delle cure e nei costi. La Psicologia si occupa di questi aspetti in modo scientifico e operativo. Ma sino ad ora il sistema non ha utilizzato queste competenze in modo reale: in Italia su questo si fa solo retorica buonista nel migliore dei casi. Persino gli operatori sanitari in trincea covid non hanno avuto nessuno aiuto psicologico per il loro stress. Abbiamo anni di ritardo rispetto agli altri Paesi europei… siamo al livello della Turchia per fare un esempio. I cittadini se ne stanno accorgendo….

Pensa che i progetti attualmente inseriti nella Mission 6 del Recovery Plan con un finanziamento complessivo di circa 20 miliardi siano quelli giusti o servirebbe altro? E pensa che le risorse siano sufficienti?
Mangiacavalli. I 20 miliardi non bastano a una sanità che negli ultimi dieci anni ne ha lasciati sul campo tra minori finanziamenti e risparmi circa il doppio e nella Missione 6 del Recovery Plan le risorse sono scritte in modo da non privilegiare lo sviluppo orizzontale di un servizio sanitario che ha dimostrato debolezze in tutti gli ambiti di cui si deve occupare.
Abbiamo visto ospedali ai limiti della ricettività ed è stato un intervento emergenziale quello di creare nuovi posti di terapia intensiva rispetto ai quali il rapporto con gli abitanti italiano è molto inferiore a quello degli altri partner UE.
Fino a oggi ci si è rivolti di più verso l’assistenza ospedaliera, più visibile e percepibile dai cittadini di un’assistenza territoriale-domiciliare, ma che avrebbe dovuto avere finalizzazioni diverse e il territorio non ha potuto far fronte all’emergenza se non grazie all’intervento quasi volontaristico dei professionisti sanitari. Per questo, ad esempio, sono state pensate le USCA, ancor assenti nei numeri programmati in molte Regioni e che rappresentano l’evidenza dell’assenza di un’organizzazione territoriale efficiente ed è stato introdotto l’infermiere di famiglia e comunità che se fosse stato previsto prima e fosse stato già operativo nel modo più completo ed efficiente, probabilmente avrebbe reso superfluo qualsiasi altro tipo di intervento territoriale d’urgenza. Ora è stato previsto sicuramente in numero inferiore alle reali necessità e si sta inserendo al rallenty negli organici (non si va oltre il 10% del previsto). Per non parlare di ciò che c’è solo sulla carta come il Piano nazionale di Prevenzione, gli Ospedali di comunità e così via.

Telemedicina e teleassistenza di cui da anni si parla, hanno fatto i loro primi, veri passi, solo per cercare di far fronte alle esigenze della pandemia.
 
Lazzari. I progetti sono al momento titoli molto generali ed è difficile fare valutazioni. Quello che salta agli occhi è l’entità degli investimenti, che sembrano del tutto inadeguati. Vediamo il Governo che verrà come penserà di colmare il divario tra queste cifre e quelle che servono per una revisione complessiva del sistema ed il suo ammodernamento.
 
Tra le riforme auspicate c’è in primis quella della medicina e dell’assistenza del territorio di cui si parla da anni ma senza molto costrutto. Perché a suo avviso finora non si è riusciti a cambiare e innovare questo settore? Quali sono gli ostacoli che ne hanno impedito la riforma?
Mangiacavalli. L’ostacolo principale è una visione ormai obsoleta di un sistema che deve cambiare per essere efficiente. Prima di tutto con una multi professionalità vera, senza vecchie subordinazioni e rivendicazioni che con salute e qualità non hanno a che fare.
In questo senso manca ancora una diversa e più organizzata visione di ruoli e competenze del personale mentre c’è troppa inadeguatezza strutturale nella rete ospedaliera e territoriale.
Per ovviare a queste situazioni si dovrebbero ampliare le competenze dell’infermiere anche prevedendo un nuovo assetto formativo mirato alle specializzazioni e maggiori disponibilità di organici da calibrare in base alle necessità dei servizi: di infermieri ne mancano non meno di 53mila, secondo alcuni istituti di ricerca si va anche oltre i 160mila per essere al passo con l’Europa e comunque negli ultimi dieci anni se ne sono persi quasi 12mila per i mancati turn over.
Almeno il 20% degli infermieri entro il 2030 dovrebbero essere specialisti e il personale dovrebbe essere reclutato in base a questo tipo di esigenza con percorsi di carriera e un compenso degno dell’Europa.

Lazzari. Io vedo due problemi, uno culturale ed uno politico. Culturalmente le cure primarie risentono una visione incentrata solo su tre riduzionismi: solo sulla dimensione biologica, solo sulla malattia e solo sulle terapie farmacologiche. Con questa visione tutto finisce in ospedale, non si fa prevenzione né promozione di salute e stili di vita: sono solo slogan.
Il Piano Nazionale delle Cronicità ed i nuovi LEA hanno introdotto una visione centrata sui bisogni delle persone, che non è solo più efficace ma anche l’unica sostenibile economicamente. Ma sono ancora sulla carta: il sistema fa resistenza perché è impregnato di una cultura riduttiva e superata. Se non si supera questo limite non serviranno neanche cento miliardi a cambiare le cose. Basti vedere le incomprensioni sulla figura dello psicologo di base come parte del team della medicina generale e pediatria di base.
Dal punto di vista politico mi sembra che ci sia stato sempre il timore di mettere mano a questo capitolo, che è certamente più complesso di quello ospedaliero. Ma credo sia arrivato il momento di farlo, spero senza pregiudizi ideologici ma con sano pragmatismo e una nuova visione del fattore umano.

Un tema al centro di molte polemiche in quest’anno di pandemia ma anche prima, è senz’altro quello dell’autonomia regionale in materia sanitaria, Pensa che l’occasione di un Governo con una potenziale maggioranza parlamentare attorno all’80% possa prendere in mano la questione e riscrivere il Titolo V della Costituzione rivedendo l’attuale equilibrio dei poteri in materia di tutela della Salute? O, al contrario, ritiene che la “differenza” regionale nelle modalità di organizzazione e gestione della sanità vada salvaguardata?
Mangiacavalli. L’epidemiologia insegna che ogni territorio ha le sue caratteristiche e, quindi, le sue esigenze di cura e assistenza. Ma più che una revisione delle competenze tra Stato e Regioni credo sarebbe utile raggiungere un livello di vero esercizio di queste. Mi spiego. La pandemia è stato il banco di prova e ha dimostrato che finché si sono concordate regole a livello nazionale anche con le Regioni e si è ‘vegliato’ perché queste fossero davvero applicate in modo uniforme, tutto è filato liscio. Nel momento in cui invece si sono scritte norme anche positive, ma non c’è stato controllo sulla loro reale applicazione, i risultati sono rimasti in stand by. L’esempio è proprio l’infermiere di famiglia e comunità a cui accennavo prima: stabilita la consistenza numerica, finanziata l’acquisizione nelle varie Regioni, ma senza controlli che questo sia realmente avvenuta si è fermi a una percentuale di integrazione di organici che davvero non aiuta l’assistenza sul territorio come invece si voleva fosse.
Autonomia regionale significa conoscenza delle vere esigenze del territorio, ma controllo perché i livelli di assistenza siano davvero uniformi e uguali per tutti i cittadini è un passaggio indispensabile per far funzionare davvero il sistema.

Lazzari. Io credo il processo di regionalizzazione sia stato eccessivo, troppi divari che creano ineguaglianze tra i cittadini. La Sanità purtroppo è diventato il principale terreno su cui misurarsi tra centralismo e autonomie. Ma la pandemia ci ha mostrato che serve un equilibrio che è spesso mancato. Spero che questa lezione si traduca in elementi che migliorino il sistema. 

Tra le prime questioni sul tavolo del nuovo Governo ci sarà certamente il Piano vaccini anti Covid. Cosa servirebbe secondo lei per accelerare le vaccinazioni?
Mangiacavalli. Servono vaccini e vaccinatori e scelte chiare  delle priorità vaccinali.
Sul numero di vaccini disponibili si sta muovendo l’Europa. Sui vaccinatori, finora tutti i piani vaccinali hanno seguito schemi che sembra non siano più validi o che siano da superare. La pratica vaccinale è un atto sanitario e di prevenzione, rientra nelle attribuzioni dell’infermiere, è  attività sanitaria non esclusivamente medica (legge 42/99 che ha abrogato il Dpr 225/74 e decreto sul profilo professionale dell’infermiere).
L’infermiere è un professionista con competenze e autonomia e le procedure e i protocolli presenti in tutte le Regioni lo standardizzano. Il medico deve essere presente nella struttura per interventi in caso di incompatibilità, ma l’infermiere può raccogliere l’anamnesi pre-vaccinale, firmare il documento e somministrare il vaccino.
Non serve spostare competenze da una professione all’altra, ma mettere nelle condizioni gli infermieri di essere numericamente in grado di svolgere i loro compiti. Anche attingendo nel caso al bacino dei liberi professionisti che hanno avuto due difficoltà: i protocolli vaccinali nazionali non li hanno considerati tra gli operatori sanitari da vaccinare in via prioritaria per salvaguardare la salute loro e dei cittadini (ci stano pensando le singole Regioni); la retribuzione prevista, con orari assimilabili al lavoro dipendente, equivale a un terzo del guadagno in libera professione.
L’infermiere non va pagato per ogni vaccinazione, è normale che la esegua, L’infermiere va messo nelle condizioni di non essere considerato un ripiego per compiti prioritari nella pandemia e caratterizzanti della sua professionalità.

Lazzari. Da Psicologo dico che è importante la comunicazione su questo tema, perché ci sono troppi estremismi e confusioni. Serve chiarezza, sia sulla utilità dei vaccini che sui piani. Molte persone sono in difficoltà nella scelta e su chi vuol farlo sembra che ci sia una ressa come per salire su un autobus affollato che non si sa quando se e quando si ferma. Va anche detto che il vaccino non è il “libera tutti”. Insomma evitare estremismi, che fanno notizia ma in genere non sono veritieri. 
 
Altra questione, riguarda l’azione di contrasto all’epidemia. Secondo lei funziona il sistema a zone colorate funziona o va cambiato?
Mangiacavalli. Dipende moltissimo dall’informazione e dall’educazione alla salute delle persone. Abbiamo assistito a Paesi europei dove senza un lockdown assoluto e generalizzato il contagio non ha rallentato. Abbiamo assistito anche a ciò che ad esempio è accaduto nel periodo natalizio in Italia, dove le “zone colorate” hanno reso possibile un rallentamento della pandemia.
Il sistema a zone funziona se l’amministrazione regionale è in grado di agire con strutture e personale adeguato e soprattutto senza scelte che non siano davvero legate alla salute, ma ad altri interessi che con questa non devono avere nulla a che fare.

Lazzari. Credo che sia stato inevitabile perché il Paese non avrebbe facilmente accettato lockdown generalizzati.

11 febbraio 2021
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