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Cassi confermato presidente CIMO: “Il medico torni a fare il medico. Nuovo stato giuridico"

“Stato giuridico, atto medico, area contrattuale, libera professione, precariato, formazione ma soprattutto valorizzazione della professione sono priorità indifferibili”. E ancora: “Un’unica area negoziale per dipendenti e convenzionati”. “Limitare alla colpa grave la responsabilità medica”. LA RELAZIONE AL CONGRESSO NAZIONALE CIMO.

27 SET - “Ritorniamo al dottore non è solo il titolo del nostro Congresso, ma la reale esigenza di una professione sempre più spesso vessata da norme e provvedimenti che hanno progressivamente limitato, sia in termini contrattuali che professionali, quella necessaria autonomia che, ai fini della diagnosi e cura, rappresenta l'unica vera garanzia per la sicurezza delle cure”. Così Riccardo Cassi, confermato (con l'85% dei consensi) per la seconda volta alla presidenzadella Cimo-Asmd, nella sua relazione all’assemblea del XXX Congresso del Sindacato.

Un intervento ricco di spunti e che mette sul tavolo idee e soluzioni che rimarcano la voglia dell’associazione di spezzare con proposte concrete lo stallo in cui versa la categoria.

Queste le parole d’ordine: “Stato giuridico, atto medico, area contrattuale, libera professione, precariato, formazione ma soprattutto valorizzazione della professione - che si legge nella relazione di Cassi - sono per Cimo priorità indifferibili che la vedranno impegnata, nei prossimi anni, con tutti i suoi dirigenti sindacali sia in ambito nazionale, che regionale, che aziendale”.

“L’aziendalizzazione ha fallito il suo obiettivo: la spesa sanitaria regionale ha continuato a crescere senza controllo, raggiungendo in alcune Regioni deficit elevati- scandisce Cassi - e contestualmente l’entità del Fondo Sanitario Nazionale ha continuato ad essere definita attraverso una trattativa Stato-Regioni, piuttosto che sui costi effettivi dei bisogni della popolazione, e la modifica del Titolo V della Costituzione ha impedito allo Stato di intervenire attivamente nei processi di riorganizzazione delle strutture e dei servizi sanitari regionali necessari ad ottenere un riequilibrio della spesa, limitandosi a imporre aumenti di tasse, ticket e blocchi del turn-over che hanno aggravato la situazione. Oggi siamo al punto che il sempre maggiore divario tra fabbisogni sanitari e copertura finanziaria pubblica rendono insostenibile l’attuale sistema”.

Ma cosa serve oltre alla riorganizzazione dell’architettura istituzionale? Per Cassi occorre un “diverso modello di assistenza sia ospedaliero che territoriale, con radicale trasformazione della rete degli ospedali e dell’emergenza, anche in termini di organizzazione interna; oggi servono, infatti, Ospedali in grado di rispondere, in tempi rapidi ed in maniera adeguata, utilizzando tutte le risorse umane e tecnologiche necessarie, alle patologie acute”.

Ma per realizzare tutto ciò occorre intervenire per cambiare lo status del Medico, imposto dalle riforme degli anni 90, che, hanno omologato il suo status a quello di un “normale” pubblico dipendente, privilegiando l’aspetto cosiddetto “dirigenziale” rispetto a quello “professionale”.

“Per questo – dice Cassi - Cimo ritiene che sia giunto il momento di una “riforma quater” che corregga gli errori del passato, restituisca al Medico il ruolo che gli compete e riporti l’atto medico al centro delle cure”.

Per Cassi è ora che “i Medici abbiano una loro area contrattuale autonoma, dove poter trattare le specificità dell’attività svolta, quale ad esempio la modalità di copertura H24 dell’emergenza, le competenze e le attribuzioni notevolmente diverse rispetto alla restante dirigenza, la necessità di una valutazione prevalentemente tecnico-professionale, i modelli organizzativi del lavoro, in funzione della sicurezza e dell’appropriatezza delle cure, uno specifico modello di trattamento economico e di valutazione, dai quali non può essere esclusa per motivi sopraddetti l’organizzazione del lavoro medico”.

E “nella prospettiva di una sempre maggiore integrazione tra Ospedale e Territorio, occorre definire una vera area negoziale medica, composta sia dai medici dipendenti che a convenzione, titolata a contrattare di fronte ad identiche controparti (Ministero della Salute e Regioni) i contenuti economico-normativi dei due rapporti di lavoro anzidetti, che sono diversi sul piano giuridico, ma che vengono intrattenuti dai medici dipendenti e convenzionati con lo stesso Ssn”. Una proposta forte che rilancia il tema dell’unitarietà sindacale.

Altro punto caldo il rapporto tra politica e sanità. “Occorre limitare l’attuale ingerenza politica nella gestione delle strutture sanitarie attraverso la costituzione di organismi tecnici che diano attuazione alla programmazione regionale”.

Poi il leader Cimo entra nel dettaglio dei problemi della categoria. A partire dal pianeta femminile. “Bisogna applicare l’accordo ministeriale sulla conciliazione tra lavoro e famiglia con l’introduzione di forme flessibilità dell’orario ed un part-time con regole meno rigide, aiuti economici diretti o benefici fiscali concreti, asili nido aziendali, corsi di formazione ad hoc finalizzati al reinserimento dopo un’assenza prolungata”.

Sull’Intramoenia Cassi crede che “la legge Balduzzi non risolve il problema originario rappresentato dalla mancata capacità delle aziende pubbliche di gestire l’attività libero-professionale dei medici. A questo aggiunge un’eccessiva burocratizzazione con sempre nuovi adempimenti ed oneri a carico del Medico”.

E la proposta per superare lo status quo è quella che prevede che “il Medico dipendente debba avere un unico stato giuridico e deve, una volta adempiuti i compiti istituzionali, poter essere libero di svolgere l’attività libero professionale nei modi che lui ritiene più opportuno”.

Sul capitolo dedicato alla formazione Cassi specifica come quest’attività “significa, non solo ECM, ma adeguamento alle nuove tecnologie, mantenimento e sviluppo di nuove competenze soprattutto in un mondo, quello sanitario, in costante evoluzione”.

Duro attacco sull’accesso alla professione e al precariato. “Occorre rivedere profondamente il requisito e le condizioni d'accesso al servizio sanitario, trasformando le attuali borse di studio in contratti di formazione a tempo determinato con il servizio sanitario. Occorre rendere possibile il progressivo inserimento del Medico nelle attività assistenziali territoriali e nelle strutture ospedaliere prevedendo una verifica finale del livello formativo raggiunto per consentire il passaggio ad un contratto a tempo indeterminato”. E sul precariato è lapidario: “La politica gestionale così com’è non ha senso. È a rischio la continuità assistenziale. Il Dl previsto dal Governo è un passo in avanti, ma servono garanzie per risolvere la piaga”.

Tema che molto interessa alla categoria quello della responsabilità professionale che per Cassi “rischia di assorbire gran parte dell’attenzione che i Medici, specie quelli ospedalieri, poiché la regolamentazione giuridica della questione è tale da costringere il medico in posizione di generalizzata difesa: deve difendersi dal paziente/cliente e dalle sue voracità risarcitorie, dal proprio datore di lavoro che – oltre a lasciarlo solo davanti al Giudice – lo perseguita disciplinarmente e, in certi casi, ne determina il collasso economico, deve difendersi in sede giudiziale non solo di fronte alla pubblica accusa, ma anche da quella del privato danneggiato e, il più delle volte, dall’Azienda che lo colpevolizza, deve infine sopportare, per sentirsi minimamente tutelato, costi assicurativi sempre meno sopportabili”.

Ma come uscire dall’impasse? “Bisogna  riconoscere che, se è vero che l’errore è parte delle umane cose, ciò che deve essere combattuto è l’errore e non chi lo commette, in modo che chi patisce le conseguenze dell’errore sia giustamente risarcito ma chi lo commette sia sanzionabile soltanto in caso di condotta inescusabile.

Per questo Cassi lancia le sue proposte, a partire dall’obbligo di copertura assicurativa o di gestione diretta da parte della struttura delle richieste di risarcimento, Obbligo di percorsi extragiudiziali, con maggiori poteri e penalizzazioni per chi rifiuta l’accordo strumentalmente; Introduzione del concetto di alea terapeutica e del risarcimento no-fault, sul modello francese; Obbligo di attivazione in tutte le Aziende sanitarie di una vera prevenzione del rischio; Introduzione di un tetto massimo di risarcimento basato su valutazioni oggettive del danno; Azione diretta contro le Aziende Sanitarie, e non contro i Medici, per ottenere il risarcimento dei danni; Modifica della responsabilità medica limitandola alla colpa grave, definita come azione determinata da negligenza inescusabile, come, del resto è definita quella che regolamenta i casi di responsabilità dei Magistrati.

 

Infine, la questione stringente del rapporto dei medici con le altre professioni sanitarie. “Ridefinire ruoli e competenze non è più rinviabile, per prevenire e regolamentare le fughe in avanti di molte Regioni, ma anche per tutelare i Medici, i quali sempre più spesso controfirmano prestazioni sanitarie effettuate da altri professionisti; questo non è accettabile: ognuno deve essere responsabile delle proprie azioni e non di quelle effettuate da altri, se non derivanti da una espressa delega. Da questo probabilmente scopriremo che l’autonomia professionale è sacrosanta, ma deve essere “condivisa” in quanto il paziente non può essere “spacchettato” in un piano clinico ed uno assistenziale che vanno ciascuno per conto loro e dove il paziente diventa di tutti e di nessuno”.

27 settembre 2013
© Riproduzione riservata


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