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Dietro la “guerra” delle competenze professionali, l’alito forte delle corporazioni

Al contrario ci vorrebbe spirito libero e critica di giudizio. Ma serve anche abbandonare i luoghi comuni smettendo  di usare i metodi della propaganda a buon mercato, buona sola per mantenere lo status quo dei  vertici delle diverse organizzazioni più che degli associati

18 DIC - Nel pubblico dibattito talvolta accade che la dialettica nella  sua naturale articolazione in termini oppositivi  venga considerata non più la base fondativa del pensiero occidentale ma un indebito artificio retorico, un disturbo alla quiete del pensiero supponente e quindi un delitto da perseguire. 

C’è una folta schiera di  psicopompi del dibattito  argomentativo che amano evocare complotti  e che tacciano per disturbatori invidiosi o rancorosi tutti coloro si rifiutano di credere alle astruse narrazioni  con cui si vorrebbero dimostrare  la  loro verità. Il dibattito sulle professioni sanitarie, nessuna esclusa, non deroga a questa regola ferrea.

Ed infatti non si  rappresentano le diverse professioni per quello che sono, ovvero corporazioni (spero che nessuno si offenda) di professionisti  che cercano di massimizzare le proprie utilità utilizzando strategie di lotta per il riconoscimento di proprie esclusive competenze (legittimazione sociale e dominanza di mercato)  in un regime di competizione con gli altri corpi professionali  per quanto riguarda  Tasks and juridictions ovvero:

1. Mansioni e ambiti professionali: cosa deve essere fatto in ambito sanitario

2. Giurisdizione: chi ha il diritto o l’esclusiva per farlo.

Al contrario per quella sorta di isomorfismo mimetico che egualizza le organizzazioni umane di un medesimo campo istituzionale per quanto riguarda caratteristiche organizzative e valori formalmente dichiarati (ma non necessariamente perseguiti)  si vogliono presentare le  professioni  per quello che non sono e cioè per organizzazioni che perseguono, attraverso l’azione dei propri membri,  l’interesse pubblico (meglio se rubricato come diritto costituzionale)  e la tutela del cittadino.

Questa retorica da  libro cuore delle buone intenzioni e del perseguimento dell’interesse generale, nel cui esercizio sono maestri insuperati le emanazioni regolative delle medesime organizzazioni ovvero sia gli Ordini professionale e i Collegi (in fervida attesa anche essi di trasformarsi in Ordini),  è tuttavia  assolutamente distante dalla realtà . 

 
Ed infatti  basta il semplice  invito  ad aprire una  discussione  sulle competenze dei diversi  professionisti che affollano il  campo istituzionale della sanità diventato sempre più complesso  e  segmentato (dagli infermieri ai medici di medicina generale, passando per le decine di profili sanitari)  per suscitare in queste organizzazioni e nelle loro istanze regolative  reazioni spesso scomposte.  Prese di posizioni  che rifuggono dal contraddittorio,  per una  sostanziale mancanza di valide argomentazioni,  e si risolvono nella difesa ad oltranza delle proprie prerogative o nell’attacco  personale allo sfascista di turno che osa pensarla diversamente.
Per essere più chiaro in riferimento alla tanto decantata tutela degli interessi collettivi  non credo a nulla di quanto sostengono gli ordini professionali e i collegi .
 
Esse non solo sono  corporazioni che   perseguono, come già detto,  il proprio interesse,  ma  sono anche delle vere oligarchie che fanno del potere della loro stretta cerchia  un obiettivo non meno importante,    come insegnano i doppi o tripli incarichi tra presidente di ordine o collegio, in una sovrapposizione di ruoli possibile solo nel paese dove il conflitto di interesse è regola generale  e viene  contestato al proprio avversario solo ai fini della  di propaganda politica ma giammai diventa  prassi istituzionale valida erga omnes.
 
E ricordo infine che non è solo carente la solidarietà inter-professionale (come testimoniato dal recente scontro tra medici e infermieri e dai numerosi altri tra diversi i diversi profili sanitari), ma  che anche la solidarietà intra-professionale è tutta da dimostrare come insegna la vicenda degli infermieri generici (un numero esiguo e residuale rispetto alla totalità degli infermieri) alla cui  equiparazione  professionale,  in surroga  al diploma universitario,  si oppose proprio il collegio temendo un declassamento dello status professionale raggiunto  dalla categoria con il conseguimento del titolo di dottore.
 
Dò anche scarso credito a quelle organizzazioni sindacali mediche (di cui gli ordini professionali sono diretta emanazione)  che continuano  a parlare di etica  professionale  e che poi fanno marketing con le acque minerali pagando pegno all’antitrust per pubblicità ingannevole e che non sentono il dovere di sfiduciare chi ha sottoscritto quei contratti;  o a quelle altre che per opporsi alla legge Balduzzi   pretendono di  istaurare (non richiesto)  un  rapporto  di indissolubilità  con il proprio  paziente perpetrando un modello organizzativo solipsistico che nella moderna medicina è totalmente anacronistico e che serve esclusivamente a dare una finta sicurezza al professionista che lo esercita. Capisco l’amore per la tradizione e per il ruolo ma nessuno ha mai detto a questi signori  che  in una fase liquida della società  il vincolo di indissolubilità è venuto meno anche nel matrimonio tradizionale?   
 
Sono questi, a mio giudizio, i temi da cui partire per ripensare  a un modello organizzativo di servizio sanitario che deve trovare il suo punto di forza nella multidisciplinarità e nel lavoro in team.
Serve per questo spirito libero e critica di giudizio, ma serve anche abbandonare i luoghi comuni smettendo  di usare i metodi della propaganda a buon mercato buona sola per mantenere lo status quo dei  vertici delle diverse organizzazioni più che degli associati.
 
Roberto Polillo

18 dicembre 2013
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