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Ssn. I “luddisti” della sanità

In modo strisciante la rivoluzione luddista, ad opera stavolta non degli operai di due secoli fa che si rivoltarono contro le macchine perché deprezzati a seguito della sostituzione della loro manodopera con le stesse, si sta compiendo ai danni dei professionisti della sanità da parte dei controllori.

16 LUG - Nel nostro Paese è in atto una strisciante rivoluzione luddista, ad opera stavolta non di chi utilizza le macchine per produrre, quegli operai di due secoli fa che si rivoltarono contro le macchine perché deprezzati a seguito della sostituzione della loro manodopera con le stesse. In modo strisciante ma non invisibile, da qualche anno la rivoluzione luddista si sta compiendo ai danni dei professionisti della sanità da parte dei controllori, messi lì dai padroni, forse da essi stessi preposti a distruggere il dispositivo: in questo caso il complesso sistema che fa funzionare le macchine. Nel caso della Sanità, le macchine non sono, come si legge sui giornali e nei capitoli di spesa, le TC o le RM o i robot, ma gli Ospedali. E chi ci lavora, embedded (è proprio il caso di dire) con essi. Quegli ospedali che hanno segnato il passaggio, per dirla con Giorgio Cosmacini, dai lazzaretti della peste manzoniana ai grandi agglomerati che ospitavano le truppe ferite dopo battaglie campali, e spesso in ritirata. Quei luoghi “modernamente” ridotti a primo ed unico presidio dove si va, impropriamente, saltando tutte le postazioni sanitarie del territorio, per una semplice indigestione o per sapere se si è in gravidanza, perché, a differenza di tutti gli altri, garantiscono una risposta h24. Quei luoghi in cui, viceversa, quando si ha bisogno davvero, si cerca il medico migliore, quello con più esperienza, si dice banalmente. Perché in Medicina, a differenza che in altri campi della PA, l’esperienza conta.


Non ci sarebbero voluminosi trattati e pesanti tomi su cui tutti noi abbiamo studiato se durante i secoli i sintomi portati dai pazienti e osservati da generazioni di curanti non fossero arrivati fino a noi, così come oggi li inquadriamo e curiamo. Quegli ospedali sono diventati, e non da ora, il principale ostacolo al pareggio di bilancio, il salvadanaio da cui attingere in tutti i DEF. Si inseguono ricette cieche come in UK, dove se vai in ospedale per un addome acuto il venerdì devi sperare di poter arrivare a lunedì per essere operato, così come per un infarto del miocardio. Così il binomio ospedale uguale letti è stato combattuto negli anni scorsi tagliando prima i letti, sostituiti dalle più moderne (perché provviste di ruote) barelle nei PS, e poi l’altra “appendice dell’ospedale”, i medici.

Costano troppo. I medici, non più sostituiti quando vanno in pensione, surrogabili con operatori sanitari mediante chapliniane alchimie in cui la parola magica è l’intensità di cura, tutti insieme a correre su un’unica piattaforma in cui arriva e succede di tutto, un solo medico e molti infermieri, per far quadrare i conti. Infine si scopre che la macchina banale (quel che resta dell’ospedale + medici) può anche non essere più guidata. I direttori di struttura da tempo sono un optional, un lusso per chi ha risparmiato altrove, si danno le funzioni al più anziano rimasto, sottopagandolo, poi forse verrà pagato con una causa di lavoro, e così via. E l’ultima ricetta in ordine di tempo è la rinuncia definitiva a quella residuale, trascurabile dote del medico, la prima che il solerte quadratore di conti va a cercare se, ipoteticamente, a sua figlia si fa diagnosi di emoperitoneo: l’esperienza. Ma per quello, si dirà, ci sono i centri privati, i privati convenzionati, come nella miracolosa Lombardia, in cui ci si può permettere contemporaneamente l’esperienza e la casistica. A nostre spese, comunque, a conti e costi fatti. Quest’ultimo dispositivo, dei 62 o 65enni fuori definitivamente dal SSN, sarebbe auspicabile soprattutto se applicato in primis sui DG e su tutti i tagliatori di teste, oggi senza limiti di età, che sul lavoro dei medici campano e cumulano emolumenti, incentivi e pensioni ben più onerosi dei nostri e a zero responsabilità, in una giostra Governo/Regioni di nomine, cariche e ricariche che sarebbe divertente andare a rivoltare se non avessimo da fare cose più serie.

Nella realtà, invece, questa disposizione trova “impreparato”- un esempio tra tanti-un ginecologo 65enne direttore di struttura complessa in carica da cinque anni, anni in cui ha ridotto il tasso di TC del 10% mettendoci la faccia, come si suol dire, perennemente on call per sostenere e formare medici giovani e meno giovani, per rispondere ad un’emergenza oramai nazionale. Emergenza di cui tutti, quando hanno tempo da perdere si ricordano, esaminano il problema non per risolverlo ( per esempio andando a scovare tutti i ginecologi come lui, sostenendoli e premiandoli), ma escogitando le soluzioni più economiche : epidurale nei LEA, un costo decisamente esorbitante rispetto a quello di dirigenti esperti con l’unica dote che serve: l’esperienza. E l’entusiasmo. Da trasmettere al trentenne. E pazienza se il collega che citiamo come esempio non ha fatto in tempo a formare il suo successore: non sarà sostituito, si accettano scommesse, al pari delle altre decine di Direttori che ogni anno negli ultimi tempi stanno andando in pensione senza essere sostituiti, nella sua regione magari in pari coi conti.
 
Che l’universo di chi cura non fosse “un paese per vecchi” (ma i giovani potrebbero dire la stessa cosa, a parti invertite) lo avevamo capito da tempo, Renzi non c’entra. C’entra, però, in questa furia luddista da parte di chi dovrebbe governare la Sanità, il bisogno (di pura autoconservazione) di cancellare dalla lista della spesa la voce “sale” perché incapace di stabilire il quantitativo di minestra di cui si ha bisogno per sfamare la truppa (mi si scusi il riferimento all’esercito). E allora, se non si conosce la truppa di cui si dispone, la sua numerosità, la sua fame, e la difficoltà della battaglia, e soprattutto a chi affidare i feriti che questa lascerà, bisogna cambiare mestiere. Lasciarlo a chi il mestiere delle armi lo conosce, ci si è preparato per tutta la vita, e non potrebbe prendere nessuna decisione senza guardare negli occhi il suo interlocutore, quello di cui sta decidendo le sorti. In questi tempi così liquidi, così frenetici, in cui per trovare soldi subito si sta improvvisando di tutto, pescando per pigrizia sempre nella stessa direzione, con l’occhio strabico di chi non vuol toccare altro tipo di grandi patrimoni, si procede ciecamente, sistematicamente. Nel compiere, con lo spregio per i medici (lo sport più di moda oggi), con la voglia di farli scomparire dall’orizzonte sanitario, l’ultimo atto della rivoluzione luddista: de-costruire definitivamente quel SSN che ancora ci tiene, e tiene unito il Paese.
 
Sia chiaro: prima di buttare via il bambino e l’acqua sporca, cioè buttare alle ortiche, insieme al SSN, quell’arte lunga (“la vita è breve, l’arte è lunga, e il giudizio difficile”, diceva Ippocrate della Medicina) non arriviamo ad augurare a nessuno, come deterrente, di sperimentare come si risolverebbe, se capitasse a lui, l’ipotetico emoperitoneo, in uno qualunque di questi non-luoghi, senza più esperienza, e senza più futuro. Ma prima di andare avanti con l’illusione del risparmio sul sale, prego passare in una qualunque ora del giorno o della notte in un PS di una media città, di provincia o metropolitana, non importa. O comunque in un ospedale, nelle sue stanze di degenza o di ambulatorio. Guardare in faccia uno soltanto di quei medici responsabili ancora al lavoro che in questa fase sono nel mirino al pari degli hater di Balotelli. Provare per credere.
 
Sandra Morano
Ginecologa Ricercatrice Università degli studi di Genova

16 luglio 2014
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