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Sciopero medici. Ma contro chi?

Ogni manifestazione di protesta deve avere una sua piattaforma rivendicativa e propositiva e una controparte alla quale presentarla e dalla quale attendersi delle risposte. Ma in sanità qual è la controparte? Non certo il ministero della Salute o le Regioni. La vera controparte è il Mef e con lui bisogna ragionare in termini diversi da quelli cui siamo abituati

23 SET - (segue, vedi articolo precedente)...

Seconda questione: supponiamo di voler fare uno sciopero generale della sanità o se preferite solo dei medici, se tutelare interessi e diritti vuol dire difesa, oggi come si difendono gli uni e gli altri? Basta lo sciopero a difesa della sanità pubblica rivendicando allo stesso tempo contratti e convenzioni come tre anni fa? O al contrario oltre allo sciopero serve una piattaforma convincente che persuada il governo a fare una transazione conveniente per entrambi? Nel primo caso diritti e interessi andrebbero difesi come tre anni fa in quanto tali, nel secondo caso dovrebbero essere costruiti rispetto ai problemi dei malati, delle professioni, del governo definendo nella piattaforma le condizioni per la sua attuazione.
 
Quindi difesa senza condizionali o costruzione dei condizionali senza i quali né i diritti e né gli interessi sarebbero difesi? Personalmente credo che oggi gli interessi e i diritti si debbano costruire creando le condizioni per la loro difesa senza le quali qualsiasi rivendicazione sarebbe implausibile  esattamente come tre anni fa.

 
Terza questione: supponiamo di fare uno sciopero… a quale controparte presentare la piattaforma? Immagino che sia ovvio rispondere che la controparte naturale sia il governo, ma quale governo? I fatti ci hanno dimostrato che il ministero della Salute non conta niente, che la conferenza Stato Regioni è surclassabile, che le Regioni sono inaffidabili, ma soprattutto che le politiche sanitarie sono funzioni di quelle finanziarie per cui il governo che conta è quello che decide sull’economia del paese.
 
Ma se è così la nostra controparte naturale è chi decide e governa quella politica definita “spending review”. Per me è la piattaforma che decide la controparte. Una piattaforma prevalentemente apologetica e rivendicativa come quella di tre anni fa oggi come allora non ha controparti perché essa significherebbe solo maggiori costi, ma se la piattaforma è un accordo sulla spending review quindi uno  strumento  di riqualificazione della spesa pubblica la sua controparte è chi decide sulla politica economica del paese. Vi lascio indovinare chi potrebbe essere.
Quarta questione: se la controparte è la politica economica e se il terreno di confronto è la spending review, quale piattaforma? Per me essa non può che essere che un’altra spending review. Detto in altre parole la questione che sta a cuore al governo è la sostenibilità ovvero una particolare relazione tra spesa sanitaria e spesa pubblica, se è così allora la nostra piattaforma non può che proporre un’altra sostenibilità, cioè un altro modo di fare sostenibilità.
 
In quella del governo il lavoro non vale niente, in quella dei sindacati il lavoro è il principale mezzo per fare sostenibilità. In quella del governo il lavoro è un costo, in quella dei sindacati il lavoro è il capitale su cui investire. In quella del governo tutto deve essere compatibile cioè adattarsi ai limiti finanziari, in quella del sindacato tutto può essere compossibile cioè senza contraddizioni con la spesa pubblica in modo da liberare la spesa da antieconomie diseconomie e abusi.
 
Levatevi dalla testa che sia possibile aumentare i finanziamenti alla sanità e quindi rinnovare contratti e convenzioni a antieconomie, diseconomie e abusi invarianti. La variabile sprechi per noi è come una palla al piede. Quindi   non è la sostenibilità tout court che mette in discussione diritti e interessi ma è un certo modo di intenderla:
· siccome ci sono gli sprechi la sanità va definanziata in modo  proporzionale;
· siccome il lavoro per il governo ha  importanti  margini di antieconomicità (a certi costi non corrispondono certi benefici vedi medicina difensiva) esso va decapitalizzato  cioè il suo costo va ridotto in ogni modo.
 
Se la piattaforma e lo sciopero sono una proposta diversa di sostenibilità il governo non può dire di no. Se la spesa sanitaria è compossibile con la spesa pubblica come fa il governo a dire di no? Dire di no per lui sarebbe pericoloso perché dovrebbe spiegare al Paese perché vuole distruggere la sanità quando al contrario essa, se adeguatamente ripensata, può continuare ad essere di buona qualità e per di più solidale e universalista.
 
Quinta questione: servono delle relazioni sindacali con il governo. Quindi una sorta di concertazione. Ma quale concertazione in assenza di concertazione? E’ mia convinzione che essa sia stata accantonata dal governo semplicemente perché non gli conveniva nel senso che la sua funzione storica, che fino ad ora è stata quella di garantire sostanzialmente la moderazione salariale, è di fatto esaurita.
 
Ormai con il jobs act siamo ben oltre la moderazione. Ormai in sanità siamo alla decapitalizzazione. Ma se la concertazione tornasse ad essere conveniente per il governo non ci sarebbe ragione per non farla. La questione è cosa scambiare, cioè quale transazione?
 
Se prima il sindacato offriva moderazione salariale oggi di fronte alle politiche di decapitalizzazione del lavoro professionale deve offrire dei controvalori funzionali al governo della spesa pubblica, cioè il lavoro deve essere la base a partire dalla quale produrre un altro genere di spesa pubblica. In realtà in sanità la concertazione non è sparita è rimasta anche se al posto dei sindacati sono subentrate le regioni e il ministero della salute.
 
Il dramma della sanità è che a rappresentare i suoi problemi presso il governo vi sono solo istituzioni incapaci e inaffidabili perché tanto le regioni che il ministero fanno parte del problema da risolvere. Le prime perché sono istituzioni immorali incapaci di governare il secondo perché non ha nessun pensiero riformatore all’altezza delle sfide. Sono costoro che mettono in bocca al premier fesserie come la storia della siringa, dei costi standard, degli sprechi intesi solo come problemi amministrativi, o della riduzione delle aziende. E se provassimo noi a spiegare all’economia la nostra sanità con una piattaforma che rinnovi il sistema di spesa con una nuova idea di lavoro?
 
(La conclusione al prossimo articolo)
 
Ivan Cavicchi

23 settembre 2015
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