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Responsabilità professionale. Cavicchi risponde a Piazza: “Il rischio di contrapposizione tra medici e malati è consistente e alla lunga penalizzerà entrambi"

di Ivan Cavicchi

La soluzione Alpa è un primo importante passo in avanti ma da perfezionare, perché non priva di aporie che dovremo verificare nel tempo cominciando da subito con il liberarla da alcuni inconvenienti

27 NOV - Non credo che passare la vita con i guanti, sotto una scialitica, con la mascherina sulla bocca, aiuti a pensare e a comprendere la complessità del mondo. Anzi penso che ridurre il mondo ad una sala operatoria possa trarci in inganno. Il mondo, lo dico a Diego Piazza presidente Acoi che non ama le chiacchiere da caminetto, (QS 24 novembre 2015) è più complesso di una sala operatoria.

E’ possibile:
•    che il medico abbia dei problemi legali, perché è possibile che quello che fa abbia inspiegabilmente effetti avversi e inattesi tanto da indurre i familiari dei suoi pazienti a ricorrere al tribunale per essere risarciti;
•    che un medico sapendo di correre dei rischi professionali si cauteli in modo precauzionale accettando di adeguarsi alle linea guida che gli verranno imposte.

Diego Piazza al riparo dai caminetti, sotto la sua scialitica è tranquillo come un pupo felice sotto l’ombrellone, perché vi è una proposta di legge che lo rende impunibile ma stranamente senza sottrarlo all’onere del risarcimento obbligandolo comunque a rifondere il danno o con una parte del proprio stipendio o con una assicurazione.


Se fossi in lui non sarei così “chirurgico” nei giudizi dal momento che la differenza tra responsabilità contrattuale della struttura e responsabilità extracontrattuale, alla fine è più nominale che sostanziale perché il paziente o familiare ricorrente se avrà ragione avrà diritto da parte della struttura ad un risarcimento e la struttura per tutto quello che ci ha spiegato l’avvocato Giungato (Qs 25 novembre 2015) scaricherà tale risarcimento sul dottor Piazza.

Il dottor Piazza dovrebbe davvero sforzarsi per comprendere che oltre la scialitica il mondo dei medici è davvero più complesso di una sala operatoria:
•    dovendo comunque risarcire essi è come se fossero colpevoli e quindi punibili
•    per la struttura nella quale lavorano, il tempo di prescrizione resta di dieci anni e l’onere della prova comunque resta di tipo contrattuale
•    anche loro dovranno produrre delle prove tanto per mettere la struttura nella condizione di discolparsi quanto per discolparsi a loro volta nei confronti della struttura e se il malato riuscirà a dimostrare comunque una loro responsabilità extracontrattuale dovranno in ogni caso discolparsi dalle accuse del malato .

Quindi, caro Piazza, davanti al mio caminetto, non nego di essere preoccupato per le ricadute di questo pur importante provvedimento sulla tenuta della professione e sul suo futuro (la famosa “questione medica”) e non mi tranquillizzano i toni rassicuranti della conferenza stampa dell’onorevole Gelli e meno che mai questa trovata volgare di mettere alcuni articoli della proposta nella legge di stabilità, pensando di finanziare le assunzioni di medici con un calo dei costi del contenzioso legale (un po’ di serietà per favore) e comunque incuranti del rischio di privare tutto il provvedimento di una sua organicità (Qs 26 novembre 2015).

Non nego di essere moralmente vicino alle disgrazie dei malati che in nessun modo per quanto io voglia bene ai medici mi sento di raggirare. Ciò detto da tempi immemori, sono convinto che il contenzioso legale sia un cancro da togliere di mezzo, anche se resto dell’idea che delle buone relazioni e un altro genere di medico, potrebbero sgonfiare il fenomeno, e che la soluzione Alpa (onere della prova a carico del paziente, prescrizione a 5 anni e conciliazione obbligatoria), sia quello che ora passa il convento, ma nulla di più. La soluzione Alpa, hanno ragione tutti coloro che lo hanno detto, è un primo importante passo in avanti ma da perfezionare, perché non priva di aporie che dovremo verificare nel tempo cominciando da subito con il liberarla da alcuni inconvenienti.

Quali gli inconvenienti:
•    rischia di causare la rottura storica con i malati e con questa società al contrario essa deve aiutare a rinnovare un patto fiduciario
•    rischia di danneggiare l’autonomia professionale del medico e quindi di danneggiare il malato contribuendo ad affermare una sorta di medicina protocollare
•    rischia di scaricare addosso al medico tutte le disfunzioni del sistema mentre sulle disfunzioni vi sono ben altre responsabilità
•    rischia di punire finanziariamente il medico per la fallibilità della medicina cioè per la condizione ineliminabile di questa scienza e questo semplicemente non è giusto
In sintesi: rischia di aggravare e non risolvere la “questione medica”

Detto ciò siccome la proposta di legge andrà comunque in aula alla camera dove si possono presentare emendamenti propongo:
•    che nel ddl vi sia un articolo per la prevenzione del contenzioso legale che impegni i medici a decidere insieme ai malati dentro delle ben definite relazioni di consensualità, garantendo costantemente processi soddisfacenti di informazioni, e corresponsabilizzando il malato e i suoi famigliari sui trattamenti da adottare

•    di ripensare il consenso informato nel senso di deburocratizzarlo di sana pianta per farne qualcosa di altro e di diverso cioè la base per una vera alleanza terapeutica

•    che le linee guida siano considerate sufficienti ad esonerare il medico da una eventuale responsabilità solo nel caso in cui esse siano giudicate dal medico adeguate al caso clinico mentre nel caso diffuso che non lo siano le linee guida non sono vincolative e il medico per discolparsi sarà tenuto a dimostrare le ragioni per le quali nell’interesse primario del malato ha deciso di non seguirle

•    le linee guida non possono essere un vincolo a priori dai casi clinici se lo fossero la clinica morirebbe e al suo posto rischieremmo di istituzionalizzare la medicina difensiva. Il medico non sa prima di agire se deve seguire la linea guida o no perché non sa quello che capiterà, quindi siccome è possibile che capiti il peggio è ragionevole credere che egli userà le linee guida in modo generalizzato come strumento precauzionale. Questo va evitato

•    in nessun caso si deve fare confusione tra disfunzione e rischio clinico, le segnalazioni eventuali debbono riguardare strettamente la circostanza nella quale si è verificato un problema avverso. Sulle disfunzioni del sistema resta sovrana la responsabilità dell’azienda

•    quanto alle denunce in nessun caso si può accettare l’anonimato in parte perché ciò darebbe la stura a tanti comportamenti opportunistici e a tante vendette anche interne al sistema, in parte perché la denuncia deve essere leale responsabile circostanziata e ben individuabile...e poi.. caro onorevole Gelli nel darle atto del grande lavoro da lei svolto per portare a casa la legge...mi faccia dire che i drammi delle persone neanche volendo possono essere anonimi.

•    la questione della rivalsa va studiata con più attenzione (personalmente non ho competenze assicurative per avanzare proposte) ma intuisco che soprattutto nel pubblico, si rischia di caricare il medico di oneri poco sostenibili e di favorire le opzioni verso il privato che a parità di situazioni da sicuramente molti più vantaggi (trovo illuminante l’articolo di Frittelli/Tita su questo giornale e quello di Presenti Qs 25 novembre 2015)

•    non siamo tutti chirurghi per cui cominciamo a differenziare i medici per classi di rischio professionale.

La ricerca dei compromessi non è facile ma su un punto dobbiamo essere tutti d’accordo: quando i ruoli sono tra loro così strettamente interconnessi, come quelli del medico e del malato, non si può pensare di definire l’uno senza definire l’altro. Per come è uscita la proposta dalla commissione Affari sociale della camera per me il rischio di contrapposizione è consistente e questo alla lunga penalizzerà tanto i malati che i medici. Se l’onere della prova a carico del malato per i medici è il nucleo irrinunciabile, ne prendo atto, ma chiedo ai medici che si rendano disponibili a mettere in piedi un vero “progetto trasparenza ” dove tutti i trattamenti da loro prescritti, siano accessibili.. e per favore... non mi si risponda come l’onorevole Gelli per il quale la trasparenza è la copia della cartella clinica da consegnare entro 30 giorni. La cartella clinica non dice tutto quello che accade ad un malato e tutto quello che avviene durante un trattamento. Essa annota solo i dati clinici ritenuti clinicamente rilevanti, per cui essa in realtà andrebbe ripensata anche prevedendo uno spazio direttamente gestito dal malato.

Per me il bravo medico più di qualsiasi linea guida ,è la prima garanzia di propriety. Gli atti di un medico non propriety non possono essere appropriati. Caro Piazza da parte mia, caminetto o no, ti dico che non accetterò mai che la propriety ,cioè l’autonomia responsabile della professione, sia scambiata, con un paio di mutande di bandone. Perché una medicina protocollare non è una buona medicina. Un bravo medico è un bene comune e come tale è un valore che va condiviso con tutta e da tutta la comunità. Se cadesse la propriety, tra un medico e un computer, non vi sarebbero significative differenze. E poi se il problema è applicare delle linee guida, caro il mio presidente Acoi, il computer sarebbe sicuramente più affidabile di un medico.

Ivan Cavicchi

27 novembre 2015
© Riproduzione riservata


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