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Pillole. Storie di farmaci, medici, industrie

Intervista a Guido Giustetto che, con la giornalista Sara Strippoli, ha scritto un libro dedicato ai rapporti, non sempre trasparenti, che legano i medici all’industria farmaceutica

25 NOV - Guido Giustetto è medico di famiglia a Pino Torinese, presidente dell’Ordine dei medici di Torino e membro del Comitato Centrale della Fnomceo. Da molti anni studia, con occhio attento e spesso critico, il mondo dei farmaci, che sono il principale “strumento di lavoro” per il medico di famiglia. Nei mesi scorsi ha scritto,in collaborazione con la giornalista di Repubblica Sara Strippoli, un volume intitolato Pillole. Storie di farmaci, medici, industrie (add editore, 16 euro), che analizza come sia cambiata in questi anni la realtà che ruota intorno al farmaco.
 
Dottor Giustetto, il vostro libro parte da un presupposto, ovvero che si sia rotto il patto etico che legava l’industria farmaceutica e il mondo della medicina. Quando e come è avvenuta questa rottura?
L’industria deve produrre dei farmaci dai quali ricavare un guadagno,e questo è ovvio e giusto. Per l’industria farmaceutica, inoltre, si è sempre detto che il guadagno debba essere più alto di quello degli altri comparti, per due ragioni: i più alti costi di ricerca e la creazione di prodotti indiscutibilmente utili alla popolazione. Tra interessi dell’industria, obiettivi della medicina e società c’era un equilibrio.

Ma questo equilibrio si è rotto, con una sempre maggiore spinta commerciale da parte dell’industria. Come momento di rottura potremmo indicare la celebre intervista, pubblicata dalla rivista Fortune, a Henry Gasden, allora direttore di Merck, nella quale egli dichiara: “Il nostro sogno è produrre medicine per le persone sane. Questo ci permetterebbe di vendere a chiunque”. Insomma, l’industria vuole vendere a tutti i costi e per farlo usa dei trucchi.
 
Per esempio, voi proponete che si interrompa la presenza dell’industria nei corsi Ecm.
Da un dato che non è ufficiale, nel 2016 oltre il 60% degli eventi formativi si sono svolti con il supporto dell’industria. Verosimilmente c’è anche un’altra quota legata alle industrie, attraverso i provider. Ma anche solo tenendo conto della quota visibile, è evidente la difficoltà a distinguere la formazione dalla promozione. Faccio un esempio: parliamo di un farmaco che ha dato buoni risultati nella cura di una patologia su maschi di più di 70 anni; descrivendolo non è difficile lasciar intendere che potrebbe essere utile anche oltre che ai maschi anche alle donne, e magari a partire dai 60 anni. Non c’è un vero errore in quello che viene detto, ma viene detto in maniera promozionale, con l’intento di ampliare la platea dei consumatori.
Se i corsi di formazione sono in gran parte in mano all’industria è difficile essere tranquilli sulle informazioni che riceviamo. Noi oggi siamo sicuri che prescrivere una statina ad un paziente che abbia avuto un evento cardiovascolare sia utile e porti risultati positivi sulla sua salute. C’è però un grande dibattito riguardo a quanto possa essere utile lo stesso farmaco per pazienti a rischio, ma che non abbiano avuto eventi. Ma per capire se sia davvero così bisogna valutare molti fattori: l’età del paziente, gli altri farmaci che assume…

Dove si possono trovare informazioni indipendenti riguardo ai farmaci?
Ci sono molte pubblicazioni utili, in italiano, anche on line. Una è Infofarma, realizzata dall’Azienda sanitaria di Verona; un’altra è Informazioni sui farmaci, delle farmacie riunite di Reggio Emilia; e ancora la rivista dell’Istituto Mario Negri, Ricerca e pratica. Infine, e per fotuna, c’è il sistema Ebsco, che come Fnomceo abbiamo reso disponibile a tutti i medici, che rende disponibili tutte le fonti primari delle più importanti riviste scientifiche internazionali.

L’iniziativa di Farmindustria, che ha chiesto alle aziende di pubblicare liste di trasparenza che dichiarino i rapporti economici intercorsi con professionisti e associazioni, non è sufficiente a rendere più chiari i rapporti tra industria e mondo medico?
È un buon punto di partenza, ma potrebbe essere migliorata. Innanzi tutto,va detto che i medici non sono obbligati ad aderire a questa formula e ce n’è un 30% che non dà i proprio consenso. Solo la Glaxo, e bisogna riconoscere il merito, ha deciso di non intrattenere rapporti con i medici che non accolgono la richiesta di trasparenza. Il secondo problema è che non esiste un registro generale, ma ogni azienda pubblica sul proprio sito la lista delle collaborazioni remunerate, spesso sotto formule fantasiose. Questo vuol dire che se lei vuol sapere se il dottor Giustetto intrattiene rapporti economici con aziende farmaceutiche deve visitare circa 200 siti internet e scoprire dove è stata collocata la lista. Negli Stati Uniti, invece, esiste un registro governativo on line dove facilmente si può verificare se il professionista, l’associazione di pazienti o la società scientifica ha rapporti economici con le aziende farmaceutiche, con quali e in che misura. Forse Farmindustria potrebbe realizzare questo registro nazionale.

Analizzando il costo altissimo di alcuni farmaci, voi esaminate il caso dell’epatite C e il ruolo di Aifa. È stato un caso innovativo?
Sul caso dei farmaci contro l’epatite C, il direttore dell’Aifa Mario Melazzini ha fatto una riflessione illuminante, domandandosi se Gilead fosse una industria farmaceutica o semplicemente una finanziaria. Gilead , in sostanza, più che sviluppare laboratori di ricerca, investe in agenti – farmacologi e economisti sanitari – che girano il mondo cercando piccole aziende che abbiano messo a punto molecole che possano essere interessanti per il mercato. In particolare, Gilead ha individuato Pharmasset, che aveva messo a punto il sofosbuvir utilizzando finanziamenti del governo americano e di una università,ovvero con soldi pubblici. La seconda decisiva mossa di Aifa, ripresa da un documento approvato dal Comitato Centrale della Fnomceo a fine 2016, partiva dalla considerazione che se il costo di un farmaco necessario è insostenibile per il Paese, il Paese stesso, sulla base del diritto internazionale, può produrre autonomamente il farmaco, senza aspettare che scada il brevetto.
Il risultato è stato quello di una trattativa che ha prodotto una decisa riduzione del costo.

Ma il costo dei farmaci non è legato al loro costo di produzione e ai costi di ricerca?
Il costo dei farmaci non ha più nessun legame con il costo di produzione. La produzione di un intero ciclo di sofosbuvir costa 110 dollari, ma in Italia le prime forniture sono state pagate 42mila euro. È evidente che, anche volendo tener conto dei costi della ricerca, non c’è nessun rapporto tra costo di produzione e costo di vendita, ma piuttosto da parte dell’azienda produttrice c’è una valutazione rispetto all’utilità del farmaco per il Paese e alla capienza economica del Paese. Tanto è vero che lo stesso sofosbuvir in Egitto, che ha un Pil inferiore ma moltissimi malati di epatite C, costa 800 euro, una cifra di molto inferiore ma comunque altissima rispetto all’economia egiziana.
Questo processo di finanziarizzazione delle politiche farmaceutiche è molto preoccupante, tanto che c’è una recente dichiarazione dell’Ocse che chiede una maggiore attenzione alla corrispondenza tra costo e valore terapeutico.

I giovani laureati in medicina sono formati su questi aspetti del mondo del farmaco?
Assolutamente no. Sono state fatte diverse ricerche in alcune università americane, che hanno messo in luce come gli studenti difficilmente sono in grado di capire quando si instaura un conflitto d’interesse riguardo ai rapporti con le aziende o anche di distinguere informazione e promozione. Anzi, lo studente in genere è ben contento di essere avvicinato da un informatore, perché sente questo come un riconoscimento di ruolo professionale.
L’Oms ha preparato un manuale sulla promozione farmaceutica, che dovrebbe essere un testo di studio per studenti del 5° o 6° anno di medicina. Ho proposto di tradurlo e inserirlo nelle università italiane, ma finora non se n’è fatto nulla.

Davvero i medici sono così sensibili alla pubblicità farmaceutica?
I medici sono, come tutti, esposti e vulnerabili alle strategie di comunicazione pubblicitaria. Sarebbe importante che fossimo tutti più consapevoli di questi aspetti, per poter poi decidere liberamente.

In altri Paesi le cose vanno diversamente?
Quello che noto è che nel mondo anglosassone, e soprattutto negli Stati Uniti, il dibattito su questi temi è portato all’attenzione di tutti. A esempio, riguardo alle nuove soglie diagnostiche per le terapie contro l’ipertensione, contenute nelle ultime linee guida appena pubblicate negli Usa,il New York Times la scorsa settimana ha pubblicato, in giorni diversi, due ampi articoli informativi e un terzo,che prendeva posizione criticando le nuove misure.

Perché ha deciso di scrivere il libro a quattro mani, in collaborazione con una giornalista?
Questo libro è rivolto non solo ai medici, ma anche ai cittadini e per questo ho cercato la collaborazione di una persona che professionalmente si rivolgesse ad un pubblico vasto. Avevo raccolto negli anni molto materiale sull’argomento,ma era necessario che qualcuno rendesse tutto questo fruibile anche per chi non fosse del settore. Sara Strippoli è stata una buona compagna d’avventura per la realizzazione di un testo che, senza tralasciare la documentazione scientifica, fosse leggibile per tutti.

Lei ha tenuto a far scrivere nella pagina iniziale del libro che “le opinioni espresse da Guido Giustetto sono personali”. Perché ha ritenuto necessaria questa sottolineatura?
So bene chele mie posizioni, che pure sono ampiamente documentate, non sono condivise da tutti. Visto il mio ruolo di presidente dell’Ordine di Torino e di componente del Comitato Centrale della Fnomceo, volevo sentirmi libero di esprimere il mio pensiero, senza che altri si sentissero coinvolti.
 
Eva Antoniotti

25 novembre 2017
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