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Clinica e cultura agli Stati generali della professione medica

Per affrontare clinica e cultura nei reciproci rapporti bisogna sciogliere alcune ambiguità. Va considerato che la clinica è cultura e che promuove cultura. Ma è anche vero che la clinica risente della cultura del suo tempo e che non esiste una clinica avulsa dal tempo, specie quello in cui viene esercitata.

02 AGO - Proseguono i lavori agli Stati generali della professione medica indetti dal presidente FNOMCeO Filippo Anelli e sviluppati sulla scorta di mandati tratti dalle “100 tesi per discutere il medico del futuro” di Ivan Cavicchi. In discussione, tra altri temi, c’era, affidato ad un gruppo condotto da Antonio Panti e Maurizio Grossi, un argomento di grande complessità dedicato a “clinica e cultura”.
 
Per affrontare clinica e cultura nei reciproci rapporti bisogna sciogliere alcune ambiguità. Va considerato che la clinica è cultura e che promuove cultura. Ma è anche vero che la clinica risente della cultura del suo tempo e che non esiste una clinica avulsa dal tempo, specie quello in cui viene esercitata.
 
Di fronte alle tante difficoltà nell’affrontare un tema siffatto, primo compito è di mettere ordine nel linguaggio per contribuire alla chiarezza dell’argomentare e per questo vanno innanzi tutto definiti i significati di clinica e cultura.
 
Clinica, per prima. La parola clinica, si sa, deriva dal verbo κλίνω[1] che significa “inclinare” col  riferimento al letto del malato. Da sempre i medici nell’esercitare la loro professione si sono inclinati verso il malato e si sono piegati al suo giaciglio; l’inclinarsi verso il sofferente è il preludio ad ogni attività sanitaria ma, benché concreta espressione di prossimità al malato, l’atto stesso di inclinarsi per curare non si trasforma automaticamente in clinica. La clinica è un’altra cosa; non definisce né la postura del medico né l’affaccendarsi curativo al letto del malato ma è un particolare modo intellettuale di operare intorno al malato. Questo modo intellettuale, se si preferisce definirlo altrimenti si può usare la parola “paradigma”,  non ha accompagnato il medico fin dalle origini della professione; la storia della cura medica precede, infatti, di molti secoli la nascita della clinica, che è, piuttosto, il capitale sociale della medicina moderna.

 
Come reazione ad un’epoca storica di grande crisi per la medicina[2] i medici hanno fatto una cosa: hanno fatto la clinica. Questa è un dono culturale che l’Europa ha fatto all’umanità e che merita di stare alla pari delle più grandiose costruzioni dell’ingegno umano Non esiste in medicina un innovatore isolato da una collettività perché, ricorda Ludwig Fleck medico ed  epistemologo, “il pensare è un'attività collettiva, proprio come il cantare in coro”[3]. Così la clinica non è nata dalla genialità irripetibile di un solo protagonista ma è stata il risultato storico e sociale, prima nella Francia rivoluzionaria e poi nell’Austria ottocentesca, di un concorso di occasioni e di intelligenze.

Ha precorso la nascita della clinica il mutato rapporto concettuale verso la natura e verso la malattia. I medici hanno abbandonato l’insegnamento di Johann Zimmermann (1728-1795) per il quale la malattia è il concorso di sintomi per seguire quello di Giovan Battista Morgagni (1682-1771) che cerca della malattia sede e natura. Seguendo i grandi sistemi classificativi anche le malattie hanno trovato una loro tassonomia naturale come fossero specie botaniche da riconoscere e catalogare in virtù del loro “quadro”. Ancorato alla tassonomia e al localismo morboso nasceva un diverso modo di ri-conoscere la malattia nel vivente col forcipe del metodo forgiatosi nella lotta tra analisi e sintesi cioè tra deduttivisti e induttivisti[4].

Questa clinica abbiamo ereditato, e non è cambiata. La rivalidiamo nei segni eponimici che ritroviamo costanti nei nostri malati ma soprattutto la riconfermiamo nelle astrazioni gnoseologiche e nelle costruzioni tassonomiche che riceviamo dai testi per quanto aggiornate – o, più modestamente, ammodernate - da tante innovazioni di dettaglio. Certo: oggi qualcosa è cambiato rispetto al recente passato, non considerando, per semplicità di discorso, le innovazioni della terapeutica; sono vestigie rituali la mano che percuote il  torace e lo stetoscopio che perfeziona l’auscultazione. La semeiotica fisica è venuta meno. Merito e successo della tecnica che vede più lontano e più in profondità di ogni occhio clinico. La tecnica, quindi, oggi fa nuova la clinica, ma non la fa, per ora, radicalmente diversa; le macchine fanno una clinica per i nostri tempi che non possono stare senza tecnica, quella tecnica da molti innovatori auspicata e da tanti “conservativi” criticata[5]. Ma anche una volta c’erano i “conservativi” e con questi bisogna fare i conti intanto che s’avvera la prima legge delle tecnologia, ovverosia che questa si espande da sé: ricorda, infatti, Vito Cagli, allora giovane medico alla scuola di Cesare Frugoni (1881-1978), che anziani colleghi consideravano lo stetoscopio poco confacente alla dignità dell’arte!
 
Cultura, poi. Cultura è parola dai tanti significati nella lingua italiana. Indica, infatti, più cose: il frutto dell’alfabetizzazione scolastica ma anche il deposito istituzionalizzato del sapere sempre più diviso in due culture separate: umanistica e scientifica. Cultura è, infine, “un termine metaforico per indicare lo sviluppo delle qualità umane nella società… a volte è sinonimo di civiltà altre volte è contrapposto a natura”[6].
 
É vero che la medicina e la clinica costituiscono un sapere e quindi sono cultura, tant’è che quella del medico è una professione intellettuale; è altrettanto vero che la cultura-civiltà non può stare senza medicina, che così meritoriamente ha contribuito al suo progresso e alla promozione sociale, così come la medicina non può stare senza civiltà. È con questa ultima dimensione della cultura che la medicina intrattiene i rapporti che qui interessa approfondire.
 
Se si vogliono rappresentare i contenuti di una cultura, intesa non come quel che viene detto e teorizzato ma come quel che viene fatto mediante un “processo di produzione” come specificano gli antropologi che si occupano di arti mediche[7], ossia attraverso minute pratiche di vita disseminate, è difficile non includervi la clinica. La clinica medica, nell’accezione precisa del suo dominio, infatti, per quanto venga insegnata dalle cattedre, non è un sapere dottrinario, ma è un fare; questo fare non è empiria ma è un sapere del fare e, in quanto tale, è prassi riflessiva. Ora, la forma della prassi, nelle molteplici declinazioni con cui può manifestarsi in una società complessa e fluida come l’attuale, dipende primariamente dal modo di essere di chi esercita, nella fattispecie dal modo di essere del medico e poi, sempre più oggi, dal modo di essere di chi la richiede e la pretende per sé secondo le sue esigenze. E il modo di essere per entrambi i protagonisti della cura è - e non può essere altrimenti - culturalmente mediato. Essere culturalmente mediato vuol dire essere in osmosi con lo spirito dei tempi in cui si vive e questo spirito dei tempi – la cultura-civiltà che non è statica ma dinamica come ogni materia vivente - plasma il vivere sociale attraverso le relazioni tra le persone ed arriva ad influenzare l’ethos naturale delle persone. Testimoni documentali della continua rincorsa all’adeguamento al cambiamento nella società sono il susseguirsi dei nostri codici deontologici e delle leggi che governano la professione.
 
In ogni caso la forma della prassi non intacca il contenuto scientifico e metodologico della clinica; si può infatti curare bene dal punto di vista medico, ossia si può perseguire l’obiettivo della giusta diagnosi e della giusta terapia, sia con una modalità paternalistica, come avvenuto nel passato ancora recente, che con una modalità “imprenditoriale” o “commerciale”, per usare queste qualificazioni o, nel futuro prossimo di cui si vede già l’attualità, con modalità on line che esulano dal reciproco diretto contatto medico/paziente[8]. Si può, però, raggiungere lo stesso obiettivo di curare altrettanto bene con una relazione di cura attenta alle esigenze soggettive di chi chiede assistenza e, in questo caso, nel prodotto finale erogato dal medico, vi è sicuramente un’eccedenza di successo – e, quindi, di soddisfazione - che va oltre la mera cura biologica dell’infermità e che scavalca il “mansionario”, cioè l’obbligazione professionale, del dottore secondo un ideale e un indirizzo cui il medico moderno non può rimanere disattento. E chissà se questa forma con cui si esercita la clinica non contribuisca a riunire nella prassi e per un oggetto - si passi questo termine improprio riferito ad una persona nella condizione di malata - le due culture, umanistica e scientifica,  artificiosamente separate ma qui felicemente riunite.
 
In conclusione, ci sono tanti modi per curare che la medicina ha già sperimentato nella sua storia millenaria e non è detto, dai prodromi che già si scorgono, che la clinica sopravvivrà ai tempi futuri; contestualmente è diffusamente cambiata nella società la percezione della cittadinanza cioè il modo di esercitare i diritti di cittadini sia in salute che in malattia.
 
Non fa nulla, i medici non sono spaventati e non sono in lutto né per il venire meno della clinica né di un certo loro ruolo sociale; l’importante è non allontanarsi dall’insegnamento che appartiene, ancora una volta un nome, a Cesare Frugoni: “tutto deve partire dal malato e tutto deve ritornare al malato”. Non c’è altro modo per assolvere al fondamentale che non cambia, al principio di beneficialità della medicina. 
 
 
Ringrazio l’amico Vito Cagli per avermi trasmesso il suo ricordo di Cesare Frugoni.
 
Giacomo Delvecchio
ATS Bergamo, consigliere della Società Italiana di Pedagogia Medica e membro della Fondazione Pietro Paci
 



[1]
                Marcovecchio E., Dizionario etimologico storico dei termini medici, Festina lente, Firenze, 1993

[2]
                Betri M.L., La crisi del ruolo medico, Federazione medica 1987;XL;685-688

[3]
                Fleck L., La scienza come collettivo di pensiero. Saggi sul fatto scientifico, Edizioni Melquiades, Milano 2009 p. 69

[4]
                Baldini M., La dimensione epistemologica della medicina, in Lippi D., Baldini M., La medicina: gli uomini e le teorie, CLUEB, Bologna 2000 pp. 379-384

[6]
                Livi A., Lessico di filosofia, Edizioni ARES, Milano 1995

[7]
                G. Pizza, Antropologia medica. Saperi, pratiche e politiche del corpo, Carocci, Roma 2010 p. 108

[8]
                Ambrosino F., Se il diritto all’aborto arriva per posta, https://sentichiparla.it/salute/diritto-aborto-usa-rebecca-gompert/  22 luglio 2019


02 agosto 2019
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