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“Basta convenzioni, medici di famiglia, pediatri e specialisti ambulatoriali devono diventare dipendenti del Ssn. Altrimenti il territorio non decollerà mai”. Intervista al segretario della Cgil Medici, Andrea Filippi

di Luciano Fassari

Una linea diametralmente opposta a quella rivendicata da queste pagine pochi giorni fa da Fimmg. Per il sindacato medico confederale la logica delle convenzioni ha fallito e serve “un modello basato sulla dipendenza che metta tutti gli operatori del territorio entro un’unica cornice affidando ai medici delle cure primarie il ruolo di dirigenti. Oggi, dice Filippi, abbiamo una moltitudine di convenzioni e di contratti a livello nazionale, regionale ed aziendale impossibili da organizzare”

08 MAG - “Dobbiamo rivoluzionare l’assistenza territoriale e la nostra guida devono essere prima di tutto gli interessi dei cittadini e la massima integrazione tra ospedale e territorio. Su questi punti il modello convenzionale ha fallito il suo obiettivo perché in questi anni si è sempre basato sui contratti di categoria piuttosto che sui bisogni reali della popolazione”, così Andrea Filippi, segretario della Cgil Medici che in quest’intervista rimarca l’esigenza di mutare la pelle del modello di cure primarie e indica una linea diametralmente oppposta a quella indicata pochi giorni, fa sempre su QS, dal segretario della Fimmg Silvestro Scotti.
 
E opposte sono anche le visioni per la formazione: per Scotti la specializzazione post laurea sul modello delle altre branche mediche per i mmg non serve, mentre per Filippi i medici delle cure primarie devono conseguire una vera e propria specializzazione, perché “la medicina del territorio deve avere pari dignità”.
 

Una visione quindi completamente diversa per il futuro di un settore di punta che, proprio durante l'epidemia Covid, ha mostrato la necessità, riconosciuta in ogni caso da tutti, di essere riformato o quanto meno "riattrezzato". In questo senso Filippi la sua idea ce l'ha: per attuare il nuovo modello di cure primarie “dobbiamo uscire dalla logica basata sulle strutture per passare ad un basata sui servizi. Al di là del luogo di cura con questo modello saremo in grado di potenziare l’assistenza domiciliare in una logica di prossimità andando nei luoghi dove la gente vive e lavora per una presa in carico delle persone”.
 
Dottor Filippi, l’emergenza Covid ha messo in evidenza i problemi della sanità territoriale. Secondo lei da cosa è dipeso?
Certamente la pandemia ha messo in luce le tante lacune delle politiche sanitarie degli ultimi anni caratterizzate dai tagli e dalla riduzione di organici e strutture. E in questo scenario il territorio composto dai servizi delle Asl, dalla Medicina generale, dalla Pediatria e dalla
Specialistica Ambulatoriale ha mostrato con forza tutte le sue lacune proprio perché serviva una presa in carico e un monitoraggio tempestivo la cui assenza è sotto gli occhi di tutti. È mancato quel vero coordinamento tra le varie aree del Ssn che denunciamo da anni.
 
E per questo si è tornati per esempio a parlare della dipendenza per i medici convenzionati.
Il tema non può essere ridotto solo alla tipologia di rapporto di lavoro. Il punto è che va cambiato proprio tutto il modello. Dobbiamo rivoluzionare l’assistenza territoriale e la nostra guida devono essere prima di tutto gli interessi dei cittadini e la massima integrazione tra ospedale e territorio. Su questi punti il modello convenzionale ha fallito il suo obiettivo perché in questi anni si è sempre basato sui contratti di categoria piuttosto che sui bisogni reali della popolazione. Ed è questa la ragione per cui credo sia opportuno un modello basato sulla dipendenza che metta tutti gli operatori del territorio entro un’unica cornice e affidi ai medici delle cure primarie il ruolo di dirigenti. Oggi abbiamo una moltitudine di convenzioni e di contratti a livello nazionale, regionale ed aziendale. Mi spiega come può essere organizzata una frammentazione di questa portata.
 
E come dovrebbe essere allora questo nuovo modello?
Prima di tutto dev’essere basato sulle multiprofessionalità. Oggi è impensabile un medico di famiglia che fa tutto da solo. Occorre un rapporto stretto con i distretti, con i comuni e con i sindacati confederali che sono gli unici che hanno uno sguardo d’insieme e non esclusivamente settoriale. Deve finire l’epoca in cui lasciamo ai pochi sindacati di categoria la prerogativa delle trattative sui piani sanitari territoriali. Dobbiamo creare realmente un modello per cui è il Ssn che va incontro ai cittadini. In questo quadro il medico nel ruolo di Dirigente può coordinare i percorsi assistenziali di un’equipe multiprofessionale insieme ad infermieri, operatori socio sanitari ed assistenti sociali.
 
Una rivoluzione?
Guardi questo è il modello già esistente dei Dipartimenti di Salute mentale, dove c’è un coordinamento stretto tra i servizi ambulatoriale, residenziale e ospedaliero in una logica polifunzionale e multiprofessionale.
 
C’è chi dice però che con un sistema del genere si perderebbe la possibilità per il cittadino di scegliersi il proprio medico.
Assolutamente no il cittadino potrà liberamente scegliere il proprio professionista di riferimento. In più avrà a disposizione un’intera equipe.
 
Ma non costerebbe troppo un sistema totalmente gestito dallo Stato?
Questo ragionamento neo liberista per me proprio non sta in piedi. Stiamo dicendo ai medici di famiglia per esempio che lo Stato non è in grado di pagare le strutture che già loro pagano da se? È chiaro che serviranno investimenti e il modello dovrà essere sostenibile ma pensiamo solo a quanti sprechi, burocrazia e inappropriatezze ci sono oggi proprio a causa della frammentazione del sistema.
 
Altro dubbio. Ma non è che così facendo avremo meno studi e quindi aumenteranno le distanze per trovare un medico?
Dobbiamo uscire dalla logica basata sulle strutture per passare ad un basata sui servizi. Al di là del luogo di cura con questo modello saremo in grado di potenziare l’assistenza domiciliare in una logica di prossimità andando nei luoghi dove la gente vive e lavora per una presa in carico delle persone per guidarle nel contesto dei percorsi diagnostici, terapeutici ed assistenziali in quelle Strutture polispecialistiche che con gli Ospedali ne esprimono le funzioni.
 
Servirà anche molta tecnologia.
Guardi l’epidemia stessa ci costringe ad un ripensamento della telemedicina. È evidente che essa dovrà essere un caposaldo del Ssn del futuro.
 
Il Ministro Speranza ha però puntato sulla Medicina generale e nell’ultima manovra ha stanziato 235 mln per dare nuovi strumenti di diagnostica ai medici.
Penso che Speranza sia uno dei migliori ministri della Salute che abbiamo mai avuto ma credo che non bisogna insistere a ragionare per silos, serve una visione d’insieme.
 
In questo quadro come dovrebbe cambiare la formazione? Pensa all’introduzione della Specializzazione in medicina generale?
Anche qui va rivisto il sistema che oggi sostanzialmente vede il secondo ciclo di studi in medicina generale come una serie B mentre la medicina del territorio deve avere pari dignità. Quindi sì ad una specializzazione con la teoria affidata all’Università e la pratica negli ambulatori. Va poi rivisto il sistema delle equipollenze tra le specializzazioni. Le sembra possibile che un medico internista non possa oggi fare il medico di medicina generale? Oggi abbiamo medici che svolgono da 10-15 anni attività di Continuità Assistenziale e magari con più di una specializzazione a cui non viene riconosciuto il diritto alla stabilizzazione perché non hanno l’idoneità al corso regionale di formazione in Medicina generale. È un assurdo frutto di un’organizzazione strutturata per compartimenti stagni.
 
Luciano Fassari

08 maggio 2020
© Riproduzione riservata


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