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"La Chirurgia è maschia"? Non più, Professore 

29 LUG - Gentile Direttore,
le invio il mio contributo personale al dibattito in corso sul "fenomeno", ben raccontato dagli interventi del prof. Cavicchi e dai commenti e proposte della dott.ssa Rita Nonnis e della prof.ssa Titti Mazzei, della femminilizzazione della medicina. Le implicazioni e i punti di vista sono molteplici, in gran parte già egregiamente messi a fuoco su questa rivista.
Per il mio contributo scelgo la prospettiva autobiografica. Ho 50 anni, sono specialista in chirurgia generale e in chirurgia oncologica, rivesto un incarico di alta specializzazione in senologia chirurgica. Penso che la prospettiva femminile del mio percorso personale riveli indirettamente, con l'evidenziatore e la leggerezza della narrazione, realtà solitamente riferite in astratto.
 
Capitolo 1: percorso verso l'assunzione. 

Di modeste origini socioeconomiche, ho scoperto dai dati riferiti da Giovanni Floris nel libro "Mal di Merito" che sono "un eroe" per la rarità con cui si laurea in Italia il figlio di genitori con titolo di studio inferiore (10% per i figli di genitori con III media, chissà la percentuale del sottogruppo figlie): sono la prima laureata in famiglia, della qual cosa posso ringraziare solo la dura vita e determinazione di un'infermiera con licenza di V elementare: mia madre. 
Percorso scolastico splendido, meritocratico e privo di discriminazioni; ma appena entro nel mondo del lavoro cambia tutto, in modo tanto duro quanto inaspettato.
Scegliendo in quegli anni il mestiere di chirurgo vado a violare un universo ancora quasi completamente maschile, che con grande irritazione, esplicita o nascosta nelle infide pieghe della galanteria, vede arrivare le prime pioniere. Vengo ammessa come seconda classificata su 15 posti (circa 50 aspiranti) alla Scuola di Specializzazione in Chirurgia Generale. Alzo il sopracciglio quando constato che il primo classificato è il fidanzato della nipote e segretaria del Direttore, ma poi entro nel vortice dell'avventura. Noi 3 ragazze del primo anno siamo già un piccolo esercito: davanti quasi il deserto, eccetto qualche tostissima eccezione, nessuna in odor di assunzione. Del mio primo Direttore di Chirurgia ricordo una lezione in cui declama: "la chirurgia è maschia". E un tradimento: esclusa dal Dottorato di Ricerca. Quando chiedo le vere motivazioni di una graduatoria decisa prima dell'esame: ragion di stato. 
Abbandono sbattendo la porta l'Università madre e, dopo un anno di supplenza in un Ospedale decentrato, dove le chirurghe sono incredibilmente numerose e brave, vengo recuperata dal Ricercatore cui ero affidata (oggi mio Direttore di Dipartimento) che per compenso al torto subìto mi invia nella nuova sede universitaria gemmata altrove. Assunta di ruolo a 35 anni, fanno10 di precariato durante i quali non trovo la giusta stabilità per formare una famiglia, nè per investire in una casa.
Quando una donna è precaria è sotto ricatto, esposta a inaspettati abusi: dalle molestie sessuali (dalle quali imparo prima a salvare me stessa, poi ragazze sempre più giovani e talvolta disperate) a richieste di performances lavorative estreme, con una vita personale spinta ai margini difficilmente progettabile. In più, quella domanda: ma perchè una scelta così difficile per una donna? Un flashback: l'americano a un convegno che scuote la testa "it's a challange for you", una sfida, come se significasse capriccio, uno stupido capriccio di donna che toglie spazio a un uomo.
 
Capitolo 2: vita da chirurga vera. 
La carriera universitaria mi viene proposta e poi preclusa suppongo per fare vuoto generazionale intorno al delfino figlio del mio nuovo Direttore, poichè tutte le generazioni intermedie finiscono ai margini o in disgrazia. Sapete come si diventa chirurghi in Italia? Ancora oggi, a dispetto dell'apparente adeguamento formale a normative europee, è ancora tutto nelle mani del Direttore e di correnti di potere secondarie: con totale arbitrio viene deciso negli anni di Specializzazione e soprattutto dopo, nel pieno esercizio della professione, se imparerai e a che livello la tecnica chirurgica, ovvero il lavoro sul quale hai investito ormai troppo per tornare indietro, e soprattutto se e quanto e per quali interventi potrai esercitare e raffinare la tecnica. Quanto ai contributi scientifici, le pubblicazioni e attività didattiche che fanno dire in un concorso universitario "il candidato è idoneo": per favore. Ho visto cordate per formare un curriculum scientifico ad hoc per la carriera dei predestinati, ostruzionismo brutale verso gli altri. Ha senso parlare di meritocrazia quando i curricula, se non si va all'estero, sono totalmente consegnati all'arbitrio del capo che dispone, e l'iniziativa personale scoraggiata se non punita o reindirizzata a vantaggio altrui? In Italia assisto personalmente a un paradosso che non sarebbe tollerabile in nessun altro Paese, ovvero un Direttore di Scuola di Specializzazione che insegna direttamente al figlio, gli fa gli esami, lo proclama chirurgo, lo assume e ne porta in pochi anni la carriera fino al punto da esserne sostituito in cattedra, giusto all'età della pensione. Questi meccanismi travalicano la questione femminile, che pure c'è, formando archi superiori e trasversali ostici per chiunque non parta già con i requisiti "giusti", quasi insuperabili per una donna. 
Le lobbies di potere in sanità non prevedono donne in posizioni apicali, quindi al di fuori di legami personali (figlia, moglie, amante di) o anche di rappresentanza politica ("donna in quota al tal partito"), non esiste scalata pensata per una progressione di carriera al femminile, magari basata su criterio  semplicemente meritocratico. Per dirla con le parole di Cavicchi, "oggi le donne medico non sono altro che manodopera femminile impiegata sempre più massicciamente ma dentro una concezione di potere di altro genere e che non a caso, come ha evidenziato l'Osservatorio" (e la mia testimonianza) "pone problemi sindacali". Infatti di regola nessuno è motivato nella formazione professionale di una donna (diffusissima la concezione "non investo su una che poi fa un figlio e mi molla per un anno", un oscurantismo che cela motivi più profondi, poichè sotto i nostri occhi miopi la maggior parte dei Paesi civilizzati ha in gran parte risolto l'apparente conflitto  maternità e lavoro). Certo, in un mondo professionale progettato secondo schemi maschili e nemico delle donne (l'area chirurgica lo è più di ogni altro settore della medicina) la vita privata delle donne è messa a dura prova. Eroicamente, la maggior parte delle chirurghe che conosco hanno avuto mariti, compagni e figli e solo loro sanno con quali acrobazie e a quale costo.  Nota ancor più privata ma doverosa: io ho un figlio "last minute" a 40 anni e lavoro fino al VII mese di gravidanza, inclusi sala operatoria e turni di notte: fuorilegge e con il tacito consenso di tutti. Quasi tutte le donne della mia generazione hanno un vissuto analogo, che oggi, a distanza di pochi anni, sarebbe inconcepibile (segno che qualcosa sta cambiando, ma parliamo di livelli di tutela veramente minimali). Quando mio figlio ha 5 mesi e mi accingo a rientrare al lavoro (parlo solo di 10 anni fa!) mi arriva l'invito esplicito a stare a casa il più a lungo possibile, spiegandomi senza pudore che la mia supplente ha più disponibilità lavorativa di una neomamma. E questa volta non accetto il ricatto, anche perchè ho finalmente capito che si basa su un patto falso: non saranno sacrificio e obbedienza a far decollare la mia carriera. 
 
Capitolo 3: Senologia. 
Le capacità delle chirurghe pioniere sono viste come offesa, irritazione e pericolo. Nel mio caso la risposta a questo "disagio" è stata di confinarmi nell'ambito della chirurgia senologica. Una "chirurgia di superficie" molto snobbata dai chirurghi generali, con la perfidia psicologica di riportare una donna in ambito "donnesco", ad occuparsi di seno; territorio peraltro in Italia già occupato da una lobby chiusissima, ovviamente quasi totalmente maschile. Inizialmente me ne risento, ma poi scopro un mondo che sarà la mia vera passione professionale: vedo che la chirurgia mammaria è in rapida evoluzione, a dispetto dell'usuale tecnica spesso irriguardosa anche quando conservativa, brutale, imposta dal chirurgo maschio/primadonna dall'alto. Nasce in quegli anni la chirurgia oncoplastica, sofisticato connubio di rigore oncologico e buon risultato cosmetico, che richiama subito il mio interesse; inizio inoltre ad assimilare concetti nuovi e rivoluzionari, come la necessità di lavorare in team multidisciplinare per far fronte in modo efficace a una patologia oncologica spesso insidiosa e dalle mille sfaccettature. L'idea e il position paper sui requisiti di una breast unit a impronta organizzativa multidisciplinare e dedicata parte proprio da noi italiani, virtuosi nella creatività ma incapaci poi di applicare. Così, le breast units diventano in pochi anni realtà in Europa e USA, mentre in Italia assisto a deprimenti lotte di potere maschile sulla contesa della leadership che paralizza, complice l'indifferenza delle politiche sanitarie, l'applicazione del modello breast unit per le patologie oncologiche del seno, arrivando in plateale ritardo alla deadline europea fissata per il 2016. Imparo la senologia dall'unico professore universitario donna cui sono affidata: persona illuminata, mi dà i fondamentali corretti dal punto di vista culturale e tecnico. Troppo brava: arriva tra mille ostacoli a un modello molto simile alla moderna breast unit con grande anticipo, ma il suo giocattolo viene smontato in 24 ore appena spinge troppo verso l'autonomia. Per almeno 20 anni esercito il mestiere meglio che posso assistendo impotente a guerre civili crudeli in cui la salute delle donne rimane ai margini dell'interesse; mentre il modello evoluto e multidisciplinare di breast unit, nell'ambito del quale verrà dimostrata una miglior qualità di vita della donna e anche una riduzione di mortalità del 18%, rimane al palo.
 
Conclusioni e Sguardo al futuro. 
La concezione verticale e baronale del potere di matrice maschile, del tutto inadatta al modello breast unit e in generale alla nuova cultura della relazione di alleanza terapeutica medico-paziente, potrebbe realmente essere messa in discussione proprio dalla femminilizzazione della medicina anche nell'ambito della chirurgia senologica. La capacità di lavorare in team è una competenza manageriale che da sempre è molto ben valutata nel mondo aziendale in generale perché sono le persone che permettono che le cose accadano (make it happen!). Soprattutto nella gestione di progetti (inclusi i percorsi diagnostico-terapeutoco-assistenziali - PDTA) che coinvolgono funzioni diverse, e l'approccio multidisciplinare della senologia ne è un emblema classico in medicina, occorre che il team leader abbia capacità di coinvolgimento e motivazione di tutti i membri del team. Coraggio, capacità di ascolto, capacità di essere aperti e “inclusivi” di tutte le idee e proposte dei membri del team fanno di un manager un vero leader autorevole e non autoritario: certo questa non è un'esclusività femminile, ma nella cultura chirurgica sembra necessario proprio questo grimaldello, l'ingresso delle donne con la loro visione più aperta, collaborativa e meno preoccupata del potere verticale del singolo, per facilitare un cambiamento di cultura.
Da 7 anni, su richiesta del mio attuale Direttore di Chirurgia e di Dipartimento, mi sono ritrasferita all'Università madre dove iniziai il mio percorso. In questi ultimi anni ho lavorato con una donna "capo", responsabile di struttura semplice dipartimentale di senologia, traguardo cui siamo arrivate insieme unendo le forze con uno straordinario effetto non di somma ma di elevazione alla potenza. Lavoriamo con un gruppo di specializzande straordinariamente brave e motivate. Qualche uomo non manca ed è il benvenuto. In 2, con l'aiuto delle specializzande, stiamo producendo l'attività di una struttura complessa di chirurgia senologica (riconosciuta dalla regione ma ancora ferma per la spending review) ed è stato scritto e attuato un PDTA senologia sul modello breast unit, in corso di certificazione europea e pronto per il successivo accreditamento. Ripeto: tutto questo fatto da 2 donne dipendenti ospedaliere, con l’aiuto di specializzande in Chirurgia Generale. Anche nel mondo della chirurgia senologica prevalgono ormai le donne, nessuna peraltro Direttore di Struttura Complessa (ci è vicinissima la mia capa). Lavorano splendidamente con produttività strabiliante ma si arenano un soffio sotto l'apicalità, intesa come possibilità completa e riconosciuta di esercitare mansioni di team leader che di fatto rivestono. Mi riprometto di contarci e fare rete, noi chirurghe senologhe, nell'ambito della nostra associazione (ANISC: ass. nazionale italiana chirurghi senologi), in cui con l'appoggio illuminato dell’ex Presidente Fenaroli e dell'attuale Presidente Murgo stiamo cercando di fare un discorso di quote di genere nei ruoli dell’associazione, in modo che la società scientifica abbia più presente le specifiche problematiche delle chirurghe senologhe, donne.
Ma la vera svolta non può che arrivare dalle politiche sanitarie. Da un risveglio dal torpore che regge ancora il bandolo a obsolete e inefficienti logiche di potere.
Perché ormai, caro Direttore della Scuola in cui mi Specializzai, la chirurgia non è più maschia. E noi chirurghe siamo certe che reimpostare l'obiettivo sulla meritocrazia significhi spalancare le porte all'ingresso delle donne in tutte le posizioni, comprese quelle apicali, con la loro ventata di rinnovamento culturale in grado di salvare una sanità fortemente a rischio default.
 
Dott.ssa Alberta Ferrari
Chirurga Senologa, Struttura Semplice Dipartimentale di Senologia
Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo, Pavia

29 luglio 2013
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