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A Bologna c’è l’Ordine dei medici più conservatore d’Italia

09 MAR - Gentile Direttore,
il suo quotidiano online ha pubblicato una lettera al direttore del presidente dell'Ordine dei medici di Bologna che critica con dovizia di argomentazione un mio progetto di legge del 19 giugno 2013 in materia di professioni. Penso che l'attenzione sia una conseguenza delle mie critiche alle immotivate (in senso letterale mancano le motivazioni) decisioni disciplinari assunte dal medesimo ordine in questi giorni nel delicato settore dell'emergenza urgenza.

Per i suoi lettori vorrei fare però comunque alcune precisazioni rispetto a quanto affermato dal presidente di Bologna.

In gran parte la proposta dii legge ricalca altre di altri colleghi senatori o presentate nella precedente legislatura, salvo che in tre punti essenziali sui quali quindi mi concentrerò.

Nella mia proposta è detto chiaramente che gli ordini non sono sindacati. Sembra scontato, sono enti pubblici e gli enti pubblici non possono rappresentare una parte ma, come anche recentemente si è visto, permane una certa confusione, magari nelle convocazioni del ministro, di ruoli e funzioni.


Si stabilisce inoltre un limite di mandato. Qui il presidente Pizza coglie una discrasia vera: manca la norma generale del limite dei mandati mentre c'è quella transitoria. Correggeremo in futuro ma il tema è di facile comprensione, si mira a impedire il consolidamento di centri di potere personali, ed è trattato in modo omogeneo con quanto avvenuto in altri settori, cosi come si fa riferimento ad una normativa sulle incompatibilità coerentemente con quanto avviene ormai in tutti i settori e raccogliendo le osservazioni dell'Anac.

L'ultimo punto è anche quello di cui sono più convinta: alle elezioni devono andare a votare gli iscritti, se non si raggiunge almeno il 30 per cento vuol dire che la grandissima maggioranza degli iscritti (medici e non, perché la proposta riguarda tutti gli ordini delle professioni sanitarie) non hanno alcun interesse e non sentono utile l'ordine. Aggiungo che organismi con poteri e doveri, che vogliono essere la voce della professione quali gli ordini, avrebbero dovuto da soli riflettere sulla scarsa, scarsissima partecipazione al voto e ricercarne le ragioni. È ovvio che la scarsa partecipazione riduce l'autorevolezza.

Mi piacerebbe che su questo punto si aprisse una discussione.

Ultima considerazione, tornando alla vera questione di fondo, rimango convinta che un ordine professionale non possa adoperare le sospensioni disciplinari dei propri iscritti per aver firmato atti interni alla organizzazione aziendale come arma, impropria per ottenere un chiarimento sulle competenze professionali.

Per me la questione di merito non è affatto il confine tra competenze mediche e infermieristiche, o ostetriche, o dei tecnici di radiologia. Questi problemi si affrontano con il dialogo, il confronto scientifico, l'organizzazione.

La questione è se si vuole collaborare o meno con il servizio sanitario nazionale, comprenderne lo sviluppo innovativo, porre problemi e dare soluzioni, a fronte di una medicina per molte ragioni in continua evoluzione e cambiamento oppure si sceglie la strada di punire chi ha responsabilità, procedere per intimidazione e minacce, cavalcare i timori per il futuro incapaci evidentemente di motivare le proprie ragioni.

I prossimi vicinissimi anni porranno i decisori di fronte a grandi questioni etiche e obbligheranno a ulteriori cambiamenti organizzativi. Si può scegliere di partecipare o arroccarsi nella conservazione delle prerogative.

Mi spiace però veramente che nella mia città, Bologna, che tanto ha dato sul piano dell'innovazione e dell'efficenza, prevalga nell'ordine dei medici la posizione più conservatrice d'Italia.

Mi auguro non provochi un generale arretramento e ribadisco la solidarietà a chi dopo anni di lavoro in uno dei settori più difficili con molti rischi e senza libera professione si trova ora soggetto a immeritate punizioni.

On. Donata Lenzi
Capogruppo Pd in XII Commissione Camera Deputati


09 marzo 2016
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