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Da noi ottici optometristi nessuna invasione di campo ma solo il riconoscimento della nostra evoluzione professionale

11 MAG - Gentile Direttore,
ho avuto modo di leggere l’ennesimo attacco del presidente di S.O.I., dott. Piovella, nei confronti della categoria che rappresento in quanto presidente della maggiore Associazione di categoria del comparto. Ovviamente non imputo nulla a voi, che correttamente riportate quanto espresso, ma mi permetto di replicare ad alcuni passaggi che a mio avviso risultano non corretti.
 
Il dott. Piovella ritiene che non c’è alcuna possibilità che l’ottico diventi professione sanitaria perché la sua è una attività commerciale. Nello specifico, afferma che l’appartenenza a Confcommercio “rende gli ottici incompatibili con i requisiti e le caratteristiche indispensabili per poter esercitare una professione sanitaria”.
 
L’attività di ottico, normata nel lontano 1928 – e questo credo sia già sufficiente a far comprendere quanto urgente sia una nuova regolamentazione del settore - da sempre prevede un doppio binario: uno di natura imprenditoriale e uno di natura professionale.

 
Lo stesso inquadramento fiscale è in tal senso esaustivo e, a puro titolo di esempio, si può citare lo Studio di Settore della categoria (WM15B) che, nell’elencare i ricavi prodotti, al rigo D17 testualmente recita: “proventi derivanti da prestazioni professionali rese da ottici optometristi”.
 
Se poi il problema fosse quello dell’appartenenza a Confcommercio, allora potrei chiarire che siamo in buona compagnia, in quanto alla stessa sono iscritti i farmacisti di Ascomfarmae gli audioprotesisti di ANA-ANAP che recentemente hanno visto nella persona di Gianni Gruppioni il ruolo di Presidente di Federsalute, “contenitore” di Confcommercio del settore salute e rappresentante di oltre 13.000 aziende.
 
Devo prendere atto che farmacisti e audioprotesisti sono, per proprietà transitiva e a parere del presidente S.O.I., indegni di appartenere alle professioni sanitarie.
 
Relativamente alla pratica optometrica, quando una ventina d’anni or sono un giudice di Cassazione emise la prima sentenza favorevole in tal senso, lo stesso espresse la raccomandazione rivolta al Legislatore di prendere atto della nascita di questa figura, esistente ma non normata, e di approntarne un idoneo profilo.
 
Purtroppo, a distanza di due decenni, siamo ancora in attesa, nonostante l’interessamento dello stesso Ministero della Salute che ha a suo tempo avviato le procedure per l’inserimento dell’ottico, poi ottico optometrista, fra le professioni sanitarie. Le arti ausiliarie, le vecchie professioni sanitarie ausiliarie sono, o meglio, sarebbero consegnate alla storia se poche categorie fra le quali la mia avessero potuto concludere l’iter cominciato negli ultimi anni del secolo scorso.
 
Nessuno di noi è animato dal desiderio di essere confuso per altro e diverso professionista. Non sono un medico, tantomeno un oculista, e il temine di “mini oculista” lo trovo fra l’altro offensivo, in quanto la mia professione, che affonda le radici nell’ottica e nell’optometria, non è “mini” rispetto a nessun’altra. I nostri utenti, che non sono degli sprovveduti – trovo oltremodo fastidiosa questa bassa considerazione riservata ai cittadini italiani -, hanno ben chiaro chi siamo e quale attività svolgiamo.
 
Nessuno mi ha mai chiesto di curare una congiuntivite, né di operarlo di cataratta. Chi si rivolge a noi sa di poter contare su un tecnico capace di individuare i difetti refrattivi (quindi ottici) della visione e di poter correggere tali difetti attraverso strumenti di compensazione ottici quali lenti oftalmiche e a contatto, nella conoscenza tecnica dei quali non abbiamo rivali.
 
Mi permetta, infine, una ulteriore considerazione in chiusura. Credo sia evidente a tutti la necessità di rivedere ruolo, appartenenza e formazione di una professione normata per l’ultima volta ottantotto anni fa, una professione che ha saputo evolversi in autonomia, modellandosi sulle concrete esigenze dei propri utenti, senza il supporto dello Stato che, per l’appunto, ancora l’inquadra come ai tempi della monarchia.
 
L’ottico optometrista non chiede di “accaparrarsi” ciò che è di competenza di altre figure professionali; non vuole “invadere il campo” e allargare i margini del proprio ruolo. L’ottico optometrista chiede semplicemente che venga riconosciuta l’evoluzione della propria figura professionale, che non può e non deve operare come ottantotto anni fa, ma deve fare i conti con l’evoluzione tecnologica ed il progresso scientifico.
 
Andrea Afragoli
Presidente Federottica (Associazione Federativa Nazionale Ottici Optometristi)

11 maggio 2016
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