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Infermieri. Un Codice inadeguato

25 APR - Gentile Direttore,
del nuovo Codice deontologico degli infermieri mi hanno colpito  i modi e la pochezza della forma (dei contenuti scriverò in altro spazio); vi è cosi poca bellezza in essi da non indurre  curiosità altra. I contenuti sono resi secondari dalla delusione per una forma tenuta nascosta, non divenuta atto,  non premurosa di essere ricevuta, priva di armonia ed equilibrio.
 
Aristotele diceva che “la forma è ciò che fa di una cosa proprio quella determinata cosa”. Se la forma non esprime la potenza che la dovrebbe originare non vi sarà mai un divenire. In questa forma di codice manca la potenza dell’infermiere e quindi il suo divenire.
 
Avranno pazienza e ci  scuseranno i membri della commissione se non riusciremo ad interpretare il testo cosi come le loro intenzioni lo hanno voluto, ma,  d’altra parte, non c’è una premessa ,o varianti di essa, non si offrono informazioni per comprendere meglio quanto pensato e scritto; inoltre,  il lettore porta con se anche quanto già conosce di quel sistema rappresentativo, e anche con quel conosciuto  interpreta. In ultimo, il lettore non conosce chi ha pensato il codice deontologico. Manca  anche  l’antefatto.

 
Fra le  tante audizioni la commissione  avrà avuto modo di ascoltare l’esperienza di Pisa, di osservare la forma di quel codice,  che al contrario era la massima espressione evolutiva attuale, naturale dell’infermiere: “l’infermiere era” ed il resto conseguiva. Era un atto formato che offriva generosamente tutte le informazioni necessarie per leggere quella “storia”; esso aveva una forma non statica, non puzzava di eterno ed era armonica, nasceva da una volontà in continuo sviluppo, a garanzia di riconoscimento; infatti, non si avvertiva in essa la differenza fra il rappresentato ed i rappresentanti.
 
Il pensiero  degli infermieri di Pisa, che il presidente Carlotti ha rappresentato in audizione, era chiaro e trasparente ed è stato inviato  due anni prima; mi chiedo come sia stato possibile ad una Commissione autonoma  non tenerne conto. Sembra che il presidente Carlotti non abbia aperto bocca in Consiglio;  ma  ai fini di una vera  decostruzione e ricostruzione di un testo, come la bozza del nuovo codice, sarebbe comunque irrilevante, perché Pisa una proposta scritta l’aveva fatta. Interessante, eventualmente, sarebbe chiedersi come mai se ne sarebbe andato, invece.
 
Cavicchi scrive che “la commissione, per nulla preoccupata della propria credibilità, obbedisce e si adegua esattamente come quando si lega l’asino laddove vuole il padrone”; capisco che possa fare dispiacere questa critica diretta, ma è da riconoscersi vera perché se cosi non fosse stato la commissione avrebbe dovuto includere, nel proprio apprendimento:
 
- la cura per gli auditi, non limitandosi ad ascoltarli come se tutto accadesse in un confessionale prendendo e scartando quanto serviva, non serviva  al presupposto non enunciato del non cambiamento;
- la cura per tutti gli infermieri di linea, che non avevano raccolto l’invito on line per le consultazioni, domandandosi perché e inventarsi altri modi per farli partecipare;
- la non cura di quei presidenti di ordine che non si sono preoccupati di far discutere gli infermieri sulla questione infermieristica e tantomeno sul codice; chi rappresentano questi presidenti?
- la cura per coloro che invece avevano inviato il loro contributo vedendosi  indicati in un report formale con dati e contenuti inviati, e rendersi poi conto di quanto fossero stati in pochi;
- la cura per chi in questi anni ha promosso cultura e nuove pratiche coraggiosamente, sfidando organizzazioni insensibili alle fragilità dell’uomo malato, e dicendo “No alla contenzione” (art. 35), ed ha dovuto invece subire il vostro sguardo più attento al giurista che all’etica, vanificando nell’indifferenza quell’operato ed il suo oggetto di cura; che tipo di infermieri vogliono i presidenti di questi  iscritti ,il pensiero dei quali non hanno saputo tutelare?
- la cura per il lettore, che avrebbe dovuto e potuto capire il ragionamento fatto per la stesura del codice e possibilmente riconoscersi in esso perché soggetto partecipante.
 
Interessante sarebbe conoscere le risposte alle domande che sicuramente vi sarete fatti.
 
La collega M.A. Fantetti (QS, 21 aprile) spiega bene il sentimento del mancato riconoscimento e la ringrazio per averlo espresso in maniera autentica e chiara. Sarà difficile ignorarlo.
 
Quando c’è la volontà di far partecipare davvero ed essere conseguenti a ciò che si ascolta il modo si trova. I medici con Trento ne sono un esempio: ricerca in letteratura di pensiero e analisi,100 tesi inviate ad ogni ordine e discusse, dibattito pubblico su QS e non solo, ed infine Stati generali.
 
Questo è un metodo serio per discutere davvero e cercare l’unità. Nel nostro caso ci siamoritrovati fra capo e collo nel 2016 una bozza di codice prodotta da Annalisa Silvestro, con la medesima commissione di oggi, i cui membri,  però, hanno prodotto altro, e ci sarebbe anche da chiedersi se sono  convinti oggi quanto ieri di quello che hanno prodotto. In questo lungo periodo si dice che gli ordini siano stati sollecitati dalla Federazione a produrre audit e quindi pareri sul codice.
 
Di questi audit però la maggior parte degli infermieri non ne sa nulla e pare che solo venti ordini su tutti abbiano inviato i loro contributi. Con questi pochi, o nulla, pareri infermieristici sono iniziate le audizioni. La discussione vera non c’è mai stata e in sordina i presidenti hanno approvato.
 
In Consiglio, a giudicare dai video circolanti, e dal parere di alcuni presidenti di ordine  sembrava più un autocelebrazione che una discussione interattiva, impossibile intervenire per discutere o dissentire. Lo strumento Codice, con una  forma e dei metodi che non si sono  mai trasformati in un vero processo formativo, non nasce dalla partecipazione reale degli infermieri. Il malato con quel codice non riceverà tutta la cura potenziale del vero infermiere. Ma il cittadino questo non può percepirlo, proprio perché è materia altra da se, e risponde sulla fiducia che, a prescindere da tutto, ha nell’infermiere. Voi  questo lo sapete, come sapete che l’infermiere non ha potere relazionale e pur sapendolo agite come se non lo sapeste.
 
Il conflitto di chi critica i modi, la forma ed i contenuti con i quali avete realizzato questo codice è un conflitto onesto, e non per creare il nemico, e per questo lo ignorate.
 
Il presupposto, la premessa non dichiarata, di cui sembra si sia fatto  uso nel corso del ragionamento,  è quello del non cambiare troppo,  riaggiornare quanto basta e autocelebrarsi il più possibile.
 
Presupposto, forma e metodo  commisurati, evidentemente,  alla concezione che dell’infermiere ha chi lo rappresenta: un infermiere non avvezzo ai concetti,  poco incline alla discussione, alla critica, non intelligente,  caratterizzato da “ragion pigra,” convinto  del fatto che quanto proposto da chi lo rappresenta  è quanto di meglio si potesse fare per lui.
 
Non lamentatevi con i giornalisti se non ci distinguono. L’art.53 lo avete  scritto per voi e non per gli infermieri ai quali non resta che vedersi scritto in un articolo di “farsi la doccia ogni mattina”.
 
Sembra che Vi siate impegnati solo sul presupposto non enunciato, utilizzandolo però surrettiziamente come inferenza quando è servito (in particolare art. 1, art. 35, art. 52, 53).
 
Marcella Gostinelli
Infermiera

25 aprile 2019
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