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Numero chiuso a Medicina. Programmazione è essenziale

15 APR - Gentile Direttore,
in una recente intervista a un quotidiano nazionale, il Prof. Manfredi, Ministro dell’Università e della Ricerca, ha dichiarato “oggi il numero chiuso è dettato dall’offerta didattica. Metteremo mano a un piano di investimenti che, allargando l’offerta, consente di superare il numero chiuso senza perdere qualità”.
 
Raccogliamo in queste affermazioni scarsa programmazione, ma soprattutto insufficiente conoscenza dello stato attuale dello status quo.
Ogni modifica al tempo zero del numero di iscrizioni al corso di laurea di Medicina e Chirurgia, l’ultima proposta è di portarli a 15.000 in pochi anni, porta ad un risultato ad almeno 10-12 anni di distanza; è dunque necessario assecondare ogni intervento sul numero chiuso ad un attentissimo razionale programmatorio.
 
Esiste ad oggi un serbatoio di medici laureati, non iscritti a specializzazioni, di circa 9.000 unità – secondo l’ultima stima dell’Associazione Liberi Specializzandi Fattore 2a – la schiera dei cosiddetti “camici grigi”, ingabbiati nell’ormai tristemente conosciuto imbuto formativo post-laurea.
 
Allo stato la carenza maggiore non è di laureati in medicina, ma di specialisti. Entro il 2025 avremo necessità di inserire nel mondo del lavoro almeno 16.000 specialisti, come stimato dagli studi Anaao Assomed.

Alla luce dei dati, che abbiamo proposto in diverse sedi, in diversi format, e con diverse modalità, ci appare ancor più anacronistico e senza senso perseguire la strada dell’abolizione del numero chiuso al Corso di laurea in Medicina e Chirurgia, segno tangibile dell’assenza di capacità di programmazione di un sistema in crisi di organico da anni.
 
Cambiare l’accesso programmato sancirebbe la definitiva istituzionalizzazione dell’ “imbuto formativo” che ci vedrebbe, nostro malgrado, investire in medici che non troveranno alcuno sbocco nel SSN. Cosa ne sarà dunque di circa 6mila medici non specialisti non specializzandi che resteranno fuori annualmente da ogni sbocco formativo, considerando l’attuale offerta? Facile, dunque, ipotizzare che vadano ad alimentare la quota di medici che fuggono all’estero, oppure che vengano dirottati verso la sanità privata abbassandone la qualità, conseguente alla ridotta specializzazione.
 
Per di più, se l’iscrizione sregolata di studenti avverrà nell’anno accademico 2020/2021, dopo aver affrontato un lungo e duro percorso di studio e di incerto apprendistato di alta formazione, i nostri medici saranno pronti per entrare nel mondo del lavoro solo nel 2031/2032, proprio quando i fabbisogni caleranno drasticamente per il crollo dei pensionamenti che vedrà il picco, invece, nel 2025. Si rischia di associare all’ “imbuto formativo” un “imbuto lavorativo” che in pochi anni potrebbe interessare da 20mila a 30mila specialisti.
 
Ci sorprende come, a fine ottobre, lo stesso ministro Manfredi aveva dichiarato, in risposta ad una simile proposta dell’ex ministro Fioramonti, che l’accesso indiscriminato al Corso di laurea in Medicina e Chirurgia non garantisse qualità di formazione.
 
A completare un quadro già complesso si aggiunge l’ultimo parere del Consiglio di Stato che, in data 2 aprile, di fatto, autorizza la deroga rispetto al numero chiuso, introducendo un ulteriore elemento di pericolo, ovvero la formazione a distanza.
Si giustifica in tal modo, e si fornisce un assist al drastico mutamento delle regole formative, associando lo studio della medicina a quello di qualsiasi altra branca, non considerando la assoluta necessità di formazione sul campo per questo settore delle scienze umane.
Insomma mentre ci battiamo per migliorare ed aumentare la formazione sul campo del learning to do nel post-laurea, al contempo si investe in una formazione votata alla teoria già dal percorso di laurea.
 
Suggeriamo dunque di rivalutare, dati alla mano, ogni ipotesi di annullamento del numero chiuso, considerando di dirottare questo forte investimento su un più urgente incremento del numero di contratti di specializzazione e sulla riforma delle specializzazioni per i contratti formazione-lavoro e l’istituzione dei teaching hospitals.
 
È solo così, infatti, che potremo davvero cambiare il paradigma obsoleto e fallimentare di una formazione medica incentrata e gestita interamente dai Policlinici, in molti casi risultati inadeguati infrastrutturalmente a rispondere alle esigenze di un mondo, quello medico della sanità 3.0, che necessita di investimenti e di soluzioni che si adeguino ad una società in cui si richiede al medico di essere pronto all’azione in tempi e modi che non possono essere quelli delle lezioni frontali tipiche di un percorso universitario.
 
Non rischiamo di perderci in discussioni e dissertazioni teoriche su trattati di medicina, mentre i pazienti, nella realtà necessitano di avere medici formati, e soprattutto medici che non vadano via dal nostro paese perché impossibilitato a fornire adeguati stimoli professionali.
 
Pierino Di Silverio
Responsabile Nazionale Anaao Giovani

 
Marco Evangelista
Anaao Giovani Campania

 
Giammaria Liuzzi
Direttivo Als-Fattore 2a


15 aprile 2020
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