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Per la sinistra è l’ultima occasione per riformare la sanità

di Ornella Mancin

23 MAR - Gentile Direttore,
è in corso in questi giorni su questo giornale un forum molto interessante su sinistra e sanità che nasce dall’ultimo libro del prof. Cavicchi “La sinistra e la sanità, da Bindi a Speranza con in mezzo una pandemia” che vuole stimolare una discussione a partire dalle considerazioni dell’autore sulla necessità di una “quarta riforma” e sulla incapacità della sinistra di “esprimere un pensiero riformatore degno della sfida”.
 
Nel dibattito sono già entrati nomi illustri, di grosso calibro che in qualche modo rendono irrisorio l’intervento di chi come me vive all’estrema periferia, ma oso inserirmi nella discussione pensando che chi opera ogni giorno in trincea possa portare il peso della propria esperienza e che questa possa aiutare a far calare le proposte nel reale.
 
Forse prima di chiederci perché “nell’amministrare al meglio la cosa pubblica, nonostante tutto, noi di sinistra, non siamo riusciti a riformare” bisognerebbe chiederci se esiste ancora oggi una sinistra in Italia e quali valori incarna.

 
Il teologo Vito Mancuso qualche mese fa in una intervista ha detto che la sinistra risorgerà solo andando a Messa essendo oramai papa Francesco l'unico parametro di riferimento oggi concretamente plausibile per misurare la propria esatta vocazione di sinistra o - specularmente - la propria distanza da essa.
 
Certo una provocazione ma non molto lontana dal vero. Una provocazione che sembra aver colto anche il nuovo segretario del Pd Letta che non per nulla ha chiarito che non serve un nuovo segretario ma un nuovo Pd, capace di essere “ progressista nei valori, riformista nel metodo e radicale nei comportamenti”.
 
E se è vero che come ha scritto il Presidente dell’Emila Romagna Bonaccini intervenendo al forum che “Il diritto alla salute non può rientrare all’interno di un dibattito di appartenenza politica” perché fa parte di “quella sfera di diritti non negoziabili che danno forza alle fondamenta di uno Stato democratico, solidale, inclusivo”, è altrettanto vero che la sinistra ha il dovere di coniugare questo diritto secondo i valori che le sono propri.
 
Ma davvero è stato così in questi anni o forse molti di questi sono andati perduti strada facendo?
 
Perché se è vero che “senza sanità pubblica, il nostro sistema non avrebbe retto, l’urto di questo tsunami” (Bonaccini), dobbiamo anche chiederci che ne è rimasto del SSN nato con la legge di riforma sanitaria del ‘78 e nostro fiore all’occhiello per anni? Come lo abbiamo ridotto?
 
Dal mio modesto osservatorio di medico di medicina generale che opera in provincia ho l’impressione che siano venuti meno proprio quei valori che dovrebbero caratterizzare la sinistra.
 
Gli ultimi anni sono stati una corsa a ridurre i finanziamenti alla sanità senza un’idea riformatrice ma solo attraverso tagli:
- riduzione di posti letto trasformando gli ospedali in posti solo per acuti,
- taglio degli ospedali periferici,
- taglio di personale e mancate assunzioni per anni al punto da essere arrivati ad avere la classe medica più vecchia d’Europa, senza il naturale ricambio e senza la possibilità di passare il testimone,
- mancato investimento nel territorio che si è trovato a gestire molte patologie croniche senza una adeguata assistenza domiciliare e senza quelle strutture intermedie( ospedali di comunità) che avrebbero potuto dare sollievo alle famiglie,
- cure palliative nel territorio sviluppate a macchia di leopardo,
- quasi completa assenza di investimenti per la prevenzione,
- riduzione al minimo delle attività distrettuali e dei dipartimenti di igiene( al punto che in piena pandemia si è chiesto ai medici di famiglia di accollarsi anche il compito di fare i tracciamenti e le certificazioni per i malati di covid e i loro contatti),
- grandi investimenti in tecnologie d’avanguardia a volte anche in assenza di personale qualificato in grado di utilizzarle,
- la nascita con il titolo V di 20 sanità diverse con una accentuazione delle diseguaglianze territoriali( un calabrese ha certo meno possibilità di curarsi di un Veneto),
- una spinta senza precedenti verso la sanità privata in parte finanziata con soldi pubblici, che favorisce le diseguaglianze sociali.
 
La sinistra che ruolo ha avuto nel favorire questi cambiamenti che ci hanno fatto trovare in piena pandemia con regioni quasi prive di terapie intensive e ospedali per ricoverare i malati di Covid, o altre con una assistenza territoriale praticamente inesistente?
Senza contare come è stata ridotta la figura del medico in questi anni : da professionista della sanità a impiegato/burocrate della Regione, senza alcuna possibilità di intervenire nei processi decisionali, succube di una burocrazia che lo costringe entro limiti definiti di spesa, di budget, di protocolli ….
 
Cosa intende fare la sinistra per ridare dignità alla professione del medico? Per farla tornare una professione intellettuale in grado di dare il proprio contributo di idee al cambiamento ?
 
Ho molto apprezzato l’intervento di Enrico Rossi che riconosce che alcuni errori sono stati compiuti dalla classe politica negli ultimi anni , per esempio “avere puntato tutto sull’efficienza, sull’aziendalizzazione e quindi sul drg” che ha prodotto “distorsioni grandi nel sistema sanitario” e recupera l’idea “della sinistra per cui il cambiamento nella società può essere prodotto essenzialmente da forme di autogoverno dei produttori alle quali anche il sistema sanitario potrebbe ispirarsi in modo che il personale dipendente di un’azienda sanitaria diventi protagonista del suo funzionamento, partecipando alle scelte con le sue conoscenze e, al contempo, realizzandosi come lavoratore il cui scopo ultimo è la salute dei cittadini”.
Non so come questo sia fattibile ma certo uno degli errori cardine del sistema attuale è di aver dato la sanità in mano ai manager d’azienda e di aver dimenticato di ascoltare chi nella sanità ci lavora ogni giorno.
 
Come Cavicchi anche a me interessa :
- che la sanità diventi più pubblica e più universale di prima;
- che la sanità sia sempre più adeguata ai bisogni della società ricostruendo per questa strada un più forte grado di fiducia sociale.
 
Per fare questo credo sia davvero necessario arrivare ad una svolta avendo il coraggio di portare avanti un pensiero riformatore e non fermarsi a dare come al solito una “risistemata” all’esistente.
Credo che la proposta di “quarta Riforma” formulata da Cavicchi nel 2016 sia un punto di partenza straordinario per una sinistra che voglia davvero farsi promotrice di un cambiamento.
 
Contiene molte idee di fondo importanti:
- non si riforma la sanità senza riformare la medicina (“quale medicina e quale medico per una sanità all’altezza delle sfide della nostra epoca?”),
- la sostenibilità del sistema è un nodo cruciale ma non può essere governata dall’economicismo e non è solo una questione finanziaria,
- pone l’accento sulla necessità che il sistema cambi stando a passo con i tempi e non sotto la spinta del de-finanziamento come è stato fatto in questi anni,
- indica il lavoro professionale come risorsa e capitale su cui puntare per farne il protagonista di una nuova sostenibilità.
 
La pandemia ha mostrato le falle del nostro sistema, ha rivelato gli errori compiuti e messo in evidenza che il nostro SSN sta rischiando di non poter più “garantire a tutti i cittadini, in condizioni di uguaglianza, l'accesso universale all'erogazione equa delle prestazioni sanitarie”.
 
Oggi ci sono le condizioni, anche economiche, per attuare una vera quarta riforma. Saprà la sinistra cogliere l’occasione per dimostrare che ha davvero a cuore i valori dell’eguaglianza e dell’universalità delle cure o preferirà tenersi le aziende sanitarie, il titolo V con gli squilibri nord-sud, la privatizzazione e quant’altro?
Credo che su questi temi si giocherà molta della sua credibilità.
 
Ornella Mancin
Medico di medicina generale
 
Vedi gli altri interventi relativi a questo Forum: CavicchiBonacciniMaffeiRossiTestuzzaSpadaAgnoletto, Zuccatelli.

 

23 marzo 2021
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