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Liberalizzazione farmaci. Pochi vantaggi, molti problemi. E non solo per le farmacie

di Fabrizio Gianfrate

Nel sistema attuale le farmacie “protette” soffrono sempre più della ridotta remunerazione dei farmaci Ssn e della stasi del mercato complessivo, a fronte di costi di gestione sempre più inflativi. I vantaggi generali, prezzi e qualità, sviluppo e occupazione, così come l’efficienza economica del sistema sembrano dipendere molto poco dall’incremento del numero degli esercizi o dalla liberalizzazione dei C-op

28 GEN - L’aspra diatriba tra farmacisti titolari e non di farmacia sulle liberalizzazioni è ormai diventata degna di una saga shakespeariana tra consanguinei, “fratelli coltelli” da “fattaccio der Vicolo der Moro”. Si trascina da anni e riemerge ogni volta che del tema si riparla in Parlamento o nel Governo, come in questi giorni. Aumentare ancora il numero delle farmacie e liberalizzare i farmaci di fascia C con obbligo prescrizione (C-op) apporta benefici alla collettività? Prezzi più bassi, servizi migliori e più occupazione qualificata duratura?
Queste le domande che, al di là degli interessi legittimi delle parti in gioco, il legislatore deve porsi. Benefici alla collettività come una migliore accessibilità dei cittadini, cioè adeguati numero e distribuzione di punti vendita sul territorio, garanzia del livello di qualità del servizio complessivo offerto, ribasso concorrenziale dei prezzi, sviluppo e occupazione duraturi.

Va ricordato, quando si tratta di liberalizzazioni sulle farmacie, che circa la metà del mercato (OTC ed extrafarmaco), pari a 13 miliardi su 26 totali, è già ampiamente “liberalizzata”, cioè composta di beni già acquistabili in migliaia di altri punti vendita (GDO, parafarmacie, sanitarie, profumerie, ecc.) e dal prezzo libero. L’accessibilità per i farmaci, altresì, effettivamente non rappresenta un problema, con già oltre 22mila punti vendita tra farmacie, parafarmacie e corner GDO, 18mila le sole farmacie, destinate pure ad aumentare per gli effetti del dl 1/2012, un rapporto col numero di abitanti (3300 abitanti per farmacia) già inferiore alla media EU (3600) e una distribuzione sul territorio esaustiva.


Il livello qualitativo del servizio e il ribasso dei prezzi, come la dottrina economica insegna, dovrebbero beneficiare dall’aumento dei punti vendita per l’aumento della concorrenza. Ma, attenzione, nello specifico può non essere così. Per due motivi. La domanda di farmaco è generata da un bisogno non voluttuario, quindi non influenzata (anelastica) dal numero dei punti vendita esistenti, a maggior ragione se questi già saturano, come avviene, la domanda. Ne consegue che aumentando gli esercizi, il mercato si redistribuirebbe tra un maggior numero di punti vendita, con conseguente minore incasso unitario medio, già ridotto ulteriormente dall’andamento del mercato stesso, da diversi anni in sofferenza, deflativo nei ricavi ma inflativo nei costi (il valore commerciale medio di compravendita della farmacia si è ridotto nell’ultimo quinquennio del 30%).

Molte farmacie dovrebbero così rivedere al ribasso ancora maggiormente il proprio conto economico. Si avrebbe sì una virtuosa spinta reattiva all’efficienza, a premiare i più capaci, ma solo laddove ne esistessero i margini, comunque già ridottisi sensibilmente, appunto, negli ultimi anni di crisi. Si finirebbe invece col ridurre mediamente i costi, collaboratori in primis, rivedendo al ribasso spese e investimenti, le più deboli sarebbero costrette a chiudere, col rischio di penalizzare anche l’erogazione dei farmaci SSN, in antitesi al principio dell’istituto della pianta organica, a garanzia del profilo economico della farmacia affinché assicuri la propria funzione “sanitaria” nel modo adeguato. Da non dimenticare che il sistema così indebolito, riducendo il livello reddituale mediamente di tutte le farmacie abbasserà il gettito fiscale per l’erario abbassandosi gli scaglioni delle aliquote fiscali mediamente applicate.

Circa l’effetto sui prezzi, un aumentato livello di concorrenza comporterebbe un effetto ribassista come da sacri testi? Sì, ma limitatamente. È accaduto in una certa misura con gli OTC dal decreto Bersani del 2006, con una riduzione media dei listini del 12%-15%, tuttavia poi arrestatosi. Va infatti considerato come esista un limite verso il basso, raggiunto in queste condizioni di filiera, dettato dal livello dei prezzi ex factory dei produttori e dall’assenza di soggetti intermedi economicamente forti come i gruppi d’acquisto del largo consumo, capaci di negoziare grandi volumi e quindi prezzi fortemente ribassati. Una forza contrattuale che la farmacia neo costituita dal giovane laureato, fisiologicamente fragile dal punto di vista economico, finanziario (“credit crunch” bancario) e commerciale non può ovviamente avere.

Al contrario, si potrebbe invece determinare un effetto antiredistributivo paradossale, all’opposto dei desiderata di chi vorrebbe queste aperture liberalizzatrici eppure non in opposizione alla filosofia ispiratrice del principio stesso, quello del 1700 di Smith o Ricardo, col “forte” che si rafforza ancora di più a spese del “debole”, fino all’estremo teorico del damping che lo esclude dal mercato. Nel nostro caso sarebbero evidenti i riflessi negativi anche sul fronte dell’occupazione, con tante nuove farmacie destinate a incontrare serie difficoltà o a chiudere precocemente (vedi l’esempio della Grecia quando anni fa fu annullata la pianta organica o di recente in Francia, con in entrambi i casi imbarazzanti retromarce da parte del legislatore).

Va poi fatta una riflessione sulla pertinenza e convenienza a battagliare sull’uscita dalla farmacia anche dei C-op. Se ripercorriamo quanto di analogo è avvenuto con gli OTC, a nove anni dal decreto Bersani (2006) siamo solo al 7,5% di Mkt share fuori canale, di cui 4,5% la sola GDO. Le cause di tale piccolo spostamento dalla farmacia vanno lette nella difficoltà dei competitor, GDO e parafarmacie, per i motivi sopra esposti, a ribassare i prezzi al pubblico in misura davvero concorrenziale tale da spostare tali mkt share in misura invece davvero sensibile e quindi attrattiva. Questo per gli OTC, e se consideriamo che la C-op è composta prevalentemente da benzodiazepine, pillole anticoncezionali e per la disfunzione erettile, farmaci psicologicamente meno inclini a essere acquistati dove capita, men che meno al supermercato, si rafforza ancora di più il meccanismo di fidelizzazione con la “vecchia” fidata farmacia, nella quale comunque si continua a entrare per il farmaco SSN.

Ma anche non considerando questo “caveat”, se per ipotesi fuoriuscissero i C-op nelle proporzioni già viste per gli OTC, 7,5% totali di cui 4% alla GDO e 3,5” alle parafarmacie, si tratterebbe di circa 225 milioni persi dalle 18mila farmacie, lo 0,8% del loro fatturato. Un po’ poco per giustificare una guerra di religione da parte dei titolari di farmacia. Quei 225 andrebbero, 125 alla GDO e 100 da distribuirsi tra 3300 parafarmacie, circa 30mila euro di fatturato medio ciascuna, 10mila di utile, prima delle tasse s’intende, meno della metà dopo. Anche qui, cifre troppo basse per i “fratelli” non titolari per fargli prendere elmetto e moschetto e scendere in trincea.

Insomma, i vantaggi generali, i benefici collettivi, prezzi e qualità, sviluppo e occupazione, così come l’efficienza economica del sistema sembrano, a queste condizioni di mercato e di filiera, dipendere molto poco dall’incremento nel numero degli esercizi o dalla liberalizzazione dei C-op.

Liberalizzazioni di pianta organica e C-op sarebbero foriere di quei benefici, a partire dal ribasso sostanziale dei prezzi, introducendo “potenti” centrali di acquisto, magari pubbliche (se il “pubblico” in Italia fosse più affidabile…), garantendo margini soddisfacenti anche alle neo farmacie o parafarmacie e conservando quelli delle vecchie magari con meccanismi di remunerazione diversi e innovativi e ridistribuendo il mercato equamente ma con guadagno di efficienza nel sistema e vantaggi per il cittadino su prezzi e servizi. Utopia o Arcadia, si dirà giustamente (o magari Norvegia o qualche altro Paese vero e civicamente evoluto).

Nel sistema attuale, invece, le farmacie “protette” soffrono sempre più della ridotta remunerazione dei farmaci SSN e della stasi del mercato complessivo, a fronte di costi di gestione sempre più inflativi, mentre tanti eccellenti farmacisti che, non avendo diritto ereditario o censo reddituale idoneo, una farmacia propria non ce l’hanno. Di qui la discussione inevitabilmente porta dritto all’iniquità di un sistema universitario che sforna professionisti, anche ottimi, in numero scandalosamente eccedente le capacità di assorbimento del mercato. Ma questa è un'altra storia (triste).

Uno scenario che, come visto, però non beneficerebbe. Insomma, oggi le asprezze tra “fratelli coltelli” farmacisti appaiono essere prive di senso, ai fini sia del beneficio collettivo sia dei rispettivi opposti interessi di parte, sia per l’aumento di punti vendita sia per la liberalizzazione dei C-op. “A storm in a cup of tea”, una tempesta in un bicchiere d’acqua (tea) direbbe Shakespeare con disppunto, restando lì senza mordente con la penna a mezz’aria senza sapere come andare avanti mancando vera forza a questo dramma tra “consanguinei”. Anzi, ne risolverebbe il “plot” narrativo ricorrendo a una delle sue opere più allegre, “Much ado about nothing”, tanto rumore per nulla.

Fabrizio Gianfrate 

28 gennaio 2015
© Riproduzione riservata


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