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Epatite C. Il grande dilemma: abbiamo i farmaci per stroncarla ma non i soldi per comprarli per tutti. Unica possibilità: prezzo e gare europei

Il pm di Torino Raffaele Guariniello ha aperto un fascicolo contro ignoti per omissione di cura e lesioni per la mancata sommistrazione di uno dei nuovi farmaci anti epatite C. Ma stavolta la magistratura potrà fare ben poco per risolvere il problema. L’unica possibilità è che l’Europa batta un colpo attrezzandosi per far fronte a costi sanitari che saranno inevitabilmente destinati a crescere. E non solo per l'epatite

16 MAG - Il fascicolo aperto a carico di ignoti dal pm Raffaele Guariniello a Torino per omissione di cure e lesioni per la mancata somministrazione ai malati di epatite C di uno dei nuovi farmaci, in questo caso il Sofosbuvir della Gilead (ma nel frattempo come è noto sono stati immessi in commercio anche altri farmaci di ultima generazione che promettono la guarigione in percentuali superiori al 90%), riapre prepotentemente la questione del costo di questi “super farmaci” salvavita.
 
E’ presto per dire se l’inchiesta del magistrato torinese avrà seguito e se gli “ignoti” diventeranno nomi e cognomi o soggetti istituzionali (il Governo, le Regioni, le Asl, le aziende, l’Aifa?) ma una cosa è certa: questi farmaci hanno un costo che nessun sistema sanitario, anche “ricco” come quelli dei grandi paesi europei, potrà mai sopportare se l’obiettivo, come dovrebbe, fosse quello di curare tutti gli affetti di epatite C che nella UE sono stimati in poco meno di 10 milioni (dai 130 ai 150 milioni nel mondo). E la magistratura, temo, potrà fare ben poco.
 

Per la prima volta il mondo si trova davanti al dilemma: abbiamo il farmaco che può estirpare una malattia potenzialmente mortale ma non abbiamo i soldi per comprare le medicine per tutti i malati. In Italia qualcosa è stato fatto con l’istituzione del fondo per i farmaci innovativi con l’ultima legge di stabilità che dovrebbe garantire quest'anno la cura a circa 50mila persone, come assicurato recentemente dal ministro Lorenzin. Il punto è che le stime indicano tra il milione e mezzo e i due milioni di italiani affetti da questa malattia. La sproporzione tra i due dati – 50mila che potranno accedere ai nuovi farmaci e tutti gli altri che chissà quando potranno – è talmente alta che qualsiasi commento è inutile.
 
I soldi per curarli tutti, indipendentemente dal livello di gravità dell’infezione, non ci saranno mai, almeno fino a quando i prezzi di questi farmaci crolleranno per la caduta del brevetto, ovvero 20 anni. E curarli tutti non è una bestemmia, perché come sappiamo, potenzialmente ogni sieropositivo al virus HCV potrebbe domani rientrare in quel 20/35% che andrà in cirrosi o in quel 3/5% che dalla cirrosi passerà al cancro al fegato. Senza contare che dal 30 al 40% dei trapianti di fegato sono conseguenza di un'epatite C.
 
Che fare allora? Una via l’abbiamo iniziata a sondare proprio in questi ultimi giorni, prima con il parlamentare Federico Gelli, responsabile sanità dei Democratici e poi con il direttore generale dell’Aifa Luca Pani, ambedue concordi sulla necessità di una presa in carico del problema da parte dell’UE.
 
Come? Le strade possono essere due. La prima quella della negoziazione del prezzo a livello europeo e quindi con margini di trattativa con le aziende molto più elevati di quelli in mano alle singole agenzie regolatorie nazionali se non altro per i numeri della potenziale domanda; la seconda quella di indire vere e proprie gare europee per l’acquisto centralizzato dei quantitativi necessari a curare tutti i malati dell’Unione.
 
Fantascienza? Se vediamo le attuali norme del farmaco, sì. L’Ema, plenipotenziaria per le autorizzazioni al commercio in Europa, sui prezzi non ha voce in capitolo. E poi sappiamo quanto ogni singolo stato membro europeo sia geloso delle sue prerogative in termini di assistenza sanitaria. Una  gelosia che ha infatti impedito, fino ad oggi, anche solo di pensare a un sistema di tutele sanitarie europeo e che ha limitato il diritto alla salute in quanto cittadini della UE a una direttiva che somiglia più a un accordo parassicurativo tra i diversi stati che a un inizio di percorso verso un grande sistema sanitario europeo.
 
Ma anche senza arrivare a questo cosa impedirebbe di centralizzare a livello di UE l’acquisto dei farmaci innovativi, oggi per l’epatite C, ma, come ci dicono, un domani molto vicino anche per i nuovi farmaci anti cancro già annunciati da Big Pharma? Il direttore di Aifa ci ha detto che l’esigenza di un coinvolgimento dell’Europa su questo terreno era già emersa, proprio su impulso dell’Italia, durante il Semestre Europeo di Presidenza italiana. Sottolineando però che esistono e andrebbero superate “certe resistenze che finora si sono registrate in tal senso da parte di alcuni Stati europei”.
 
Ebbene superiamole queste resistenze anche perché oltre che alla salute, un progetto del genere porterebbe benefici immediati non solo alla salute di milioni di europei, ma anche alle casse delle varie sanità nazionali con risparmi enormi per i bilanci disastrati di questa europa sempre più chiusa in se stessa e incapace di guardare oltre il muro di regole e parametri da ancien regime.
 
Cesare Fassari

16 maggio 2015
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