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Scientismo ed economicismo, due facce della stessa medaglia

Ma non è che sotto sotto qualcuno pensa, ma senza dirlo, passando disinvoltamente dallo scientismo all’economicismo, che curare gli anziani, sia uno spreco economico, perché comunque devono morire e che ciò che è immorale non è far morire dei vecchi ma sprecare dei soldi per curarli? Mi si permetta di mettere in guardia, tanto don Cozzoli che la Siaarti: scientismo e economicismo sono le due facce della stessa medaglia e il rischio che la “ragionevolezza bioetica” diventi la premessa di un cinico economicismo è molto forte

23 MAR - Le raccomandazioni di “etica clinica” Siaarti, sono state, su questo giornale, l’occasione di un bella e feconda discussione di cui spero la Siaarti faccia tesoro.
 
Fino ad ora, nei loro confronti, ho avanzato due obiezioni di fondo: la prima riguarda la loro opportunità e la seconda la necessità che la loro eventuale attuazione implichi, a tutela legale degli anestesisti, una decisione politica che ammetta l’estrema ratio e quindi una temporanea sospensione dell’art 32.
 
Ricordo al mio amico Ravera che si dichiara su questo punto in disaccordo con me (QS, 20 marzo 2020) che proprio nella sua regione un ginecologo è stato condannato nonostante si sia attenuto alle linee guida, perché per il giudice, prima di tutto viene il primario interesse del cittadino costituzionalmente sancito.
 
Resta da discutere, almeno da parte mia, quello che a dire il vero a me interessa di più, vale a dire il merito delle raccomandazioni Siaarti e quindi i rapporti complessi tra epistemologia e etica, tra scienza e morale tra criteri e valori.

 
La copertura morale
Tra gli scopi dichiarati nelle raccomandazioni Siaarti vi è quello di:
sollevare i clinici da una parte della responsabilità nelle scelte, che possono essere emotivamente gravose, compiute nei singoli casi.”
 
Il concetto di responsabilità sembra quindi correlarsi al carico emotivo che certe scelte comportano, quindi riferirsi, fra le tante possibili responsabilità del medico, in particolare a quella “morale”, cioè a quei crampi che potrebbero manifestarsi nella nostra coscienza davanti a scelte difficili e a dilemmi laceranti.
 
Che si parli di copertura morale più che legale, sembra dimostrato del resto dal titolo del documento dove si parla esplicitamente di “etica medica” e proprio per questo colpiscono le reazioni antifilosofiche scomposte degli anestesisti (mi riferisco a coloro di cui ho potuto leggere i commenti) che, di fronte a coloro che si occupano per mestiere di filosofia, di etica, di bioetica, di deontologia, si sono ribellati accusandoli soprattutto di incompetenza e invitandoli al silenzio.
 
A dire il vero gli “incompetenti” (nel senso sia chiaro del sapere prevalente) se si parla di etica, di morale, di deontologia dovrebbero essere gli anestesisti, al contrario se si parlasse di anestesiologia, gli “incompetenti” dovrebbero essere i filosofi. Va da sé che se gli anestesisti e i filosofi decidessero un giorno di fare due chiacchiere sarebbe tutto di guadagnato.
 
Scienza e etica
Penso che la reazione ostile degli anestesisti sia anche dovuta al fatto che loro non accettano che “non anestesisti” mettano il becco nei loro affari. Il loro risentimento, da quello che ho notato, non riguarda solo i filosofi ma anche i medici che non sono anestesisti, come dimostra il loro fastidio verso il presidente Fnomceo, alla fine nulla di più che un medico di medicina generale.
 
Questo ha a che fare, con una caratteristica comune a tutte le società scientifiche che è quella di considerare la propria società come il vero autoriferimento: il gioco è mio e ci gioco solo io. Non si tratta banalmente di autarchia ma di qualcosa che ha a che fare con la declinazione e la specificazione dell’idea di scienza e con quell’inclinazione tipicamente positivista che non io ma il vocabolario definisce “scientismo” cioè il modo di vedere al mondo, etica compresa, solo attraverso la scienza.
 
Le società scientifiche, in generale, derivano il loro pensiero interamente da una comune idea di scienza ma ciascuna di esse tende a specializzarla e a derivarne tutto quello di cui hanno bisogno, compreso l’etica come dimostra proprio il documento della Siaarti.
 
A proposito di scientismo la sua  massima espressione è la bioetica cioè l’idea che l’etica e quindi la morale sia definibile su basi scientifiche. Progetto che a me personalmente a partire da Potter non ha mai convinto per due ragioni fondamentali:
- la morale non può essere una dependance della scienza
- la scienza non è in grado di rispondere a tutti i problemi della morale.
 
Come si costruisce la copertura morale 
Io credo, che non solo gli anestesisti ma tutti i medici per quello che fanno, abbiano bisogno di una solida copertura morale, anche perché senza questa copertura è difficile evitare il contenzioso legale ed avere quella cosa importante che si chiama “approvazione sociale”. Non dimenticate mai che in medicina l’approvazione sociale vale come la ratifica di un patto sociale e quando questa non c’è vuol dire che il patto sociale è in crisi.
 
L’operazione di copertura morale nel documento Siaarti viene fatta sostanzialmente nello stesso modo “convenzionale” con il quale, in medicina, ogni società scientifica definisce le proprie evidenze scientifiche e le proprie regole operative:
- una società scientifica, quindi una comunità, si riunisce e decide sulla scorta delle conoscenze in suo possesso, dei criteri,
- l’anestesista ha l’obbligo di seguire i criteri della sua comunità scientifica  per cui la sua responsabilità morale  è come scaricata sui criteri e su un soggetto collettivo che finisce con il coincidere con l’intera comunità di anestesisti
- l’anestesista nel momento in cui fa scelte difficili è convinto di fare la cosa più giusta del mondo ma anche perché tutti gli anestesisti si comportano tutti allo stesso modo
 
Decidere un qualche criterio è un modo per garantire ai medici una certa copertura morale.
 
La questione del “criterio del criterio”
La settimana scorsa Don Andrea Manto, in una intervista per me davvero appetitosa, (QS, 16 marzo 2020) ci ha spiegato le sue riserve nei confronti dei criteri indicati dal documento Siaarte.
 
A mio parere da parte sua non si è trattato semplicemente di  difendere  il principio “first come first served” per rispettare l’indisponibilità del valore della vita, come sostiene un suo autorevole collega,  Don Cozzoli, che considera le affermazioni di don Manto l’espressione di una “giustizia pilatesca”, (QS, 19 marzo 2020) ma, di una acuta e per certi versi inaspettata analisi su come si costruisce un criterio e sul suo uso politico e sui rischi che a tale uso, si accompagnano  e che Don Cozzoli ma anche il mio caro amico Ravera mostrano  di non aver capito.
 
Don Manto non vuole seguire l’esempio di Pilato, tutt’altro, vuole definire una giustizia su solide basi morali e non come ci propone don Cozzoli semplicemente sulla base di semplici criteri utilitaristi.
 
La differenza che passa tra don Manto e don Cozzoli è esattamente quella che passa tra morale e bioetica.
 
Secondo don Manto dietro alla definizione del criterio dell’età per accedere alle cure proposto dalla Siaarti vi sarebbero tre passaggi:
1. “con la motivazione di affrontare il problema delle decisioni drammatiche nei casi-limite si cercano i criteri di scelta, o meglio di selezione, trovati adesso nell’analogia con il triage che si opera durante le guerre(!) o le catastrofi,
2. per semplificare la fatica della complessità di decidere e per razionalizzare l’incertezza di stare su confini scivolosi, si procede a cristallizzare i criteri in indicazioni normative e perciò valide per tutti,
3. tali indicazioni normative, (…), vengono progressivamente trasferite nella comune pratica clinica per ulteriore analogia o similitudine.
 
Il risultato finale dice don Manto è che “viene eroso il criterio fondante della democrazia e del contratto sociale, che è appunto l’indisponibilità della vita umana”. Qui il rispetto per la vita va oltre l’ambito teologico e diventa il presupposto sul quale si fonda la convivenza sociale.Aspetto che è sfuggito del tutto a don Cozzoli e che proprio quando, in una epidemia, le persone muoiono come mosche diventa cruciale.
 
Definire un criterio per imitazione
Don Manto ci spiega che il criterio, ad esempio dell’età, pensato come estrema ratio, quindi norma prescrittiva di comportamento, in realtà non è dedotto tanto dalle complessità reali di questa epidemia e dalle reali difficoltà di questo sistema sanitario, ma è definito, rispetto ad altre realtà assunte come esemplari, usando l’analogia e la similitudine, la supposizione che questa epidemia sia simile alla guerra e a una catastrofe è la premessa dichiarata chiaramente nel documento dalla Siaarte.
 
Quindi il criterio dell’età sarebbe un criterio dedotto per imitazione.
Seguendo il ragionamento di Don Manto, tale criterio, non è sbagliato in se, al contrario, in una valutazione più ampia esso è un elemento importante, ma assunto come criterio principale, è incongruo nei confronti della realtà, cioè il suo primo difetto non è epistemico ma ontologico, perché non è realistico, esso è il contrario dei valori di appropriatezza e di proporzionalità citati nelle raccomandazioni. E’ un criterio inappropriato e sproporzionato.
 
Per don Manto, e io concordo con lui, non si tratta di rinunciare a un qualche criterio ma di definire qualcosa che non sia solo un criterio e che sia più aderente alla realtà e alle sue complessità ma soprattutto alle sue specificità.
 
Per una volta i soldi vengono dopo i diritti
Se non siamo in guerra perché usare i criteri che si impiegano in guerra? Cioè perché dobbiamo imitare qualcosa che non c’è?
 
Fino ad oggi tutti i malati sono stati, per fortuna, curati allo stesso modo e il governo continua giustamente a tirare fuori soldi per continuare a farlo e l’Europa ha perfino sospeso per questo il patto di stabilità. I soldi per evitare l’estrema ratio ci sono allora perché parlare di estrema ratio come se non ci fossero?
 
Ma possibile mai che non si comprenda che la volontà di curare tutti oggi è il più gigantesco atto morale che si possa fare? Possibile mai che non si comprenda che se ricorriamo alla selezione dei malati non ha più senso trovare altri soldi per curari tutti?  Possibile mai che non si capisca che è quando questa volontà morale non c’è che abbiamo gli incidenti sul lavoro, le morti che da evitabili diventano inevitabili, la crescita delle malattie, la sanità ridotta male, gli ospedali ridotti al lumicino, le liste di attesa, ecc. Possibile mai che un dotto teologo morale come don Cozzoli, non comprenda che, il finanziamento della salute, è prevalentemente una primaria questione morale e per niente bioetica?
 
Libertà e morale
Il ragionamento di don Manto, alla fine, sull’uso di un falso criterio, si conclude con un avvertimento sul quale tutti dovremmo riflettere:
il pericolo maggiore per la libertà non sta nel quasi-coprifuoco che ci viene adesso imposto al fine di impedire la diffusione del virus, ma sta nella finta libertà di avere in futuro un criterio “giusto” per decidere chi far morire”.
 
Avere un criterio falso o inattendibile o insufficiente o parziale che regola la vita e la morte delle persone è una falsa libertà che all’anestesista da l’illusione di avere una copertura morale che però potrebbe rivelarsi fasulla.
 
A Don Cozzoli sfugge completamente il senso della relazione tra libertà e moralità e il significato dell’insufficienza epistemica del criterio finendo così per accettare il “criterio del criterio” in quanto tale come giusto e razionale, se non addirittura scientifico.
 
Ragionevolezza bioetica
Alla fine quello che don Cozzoli ci propone, passando da Sgreccia a Mill, è una specie di etica conseguenzialista che subordina, al valore dei risultati dell’agire, il valore della regola morale, insomma costi e benefici, e che il nostro illustre teologo morale chiama incautamente “ragionevolezza bioetica”.
 
Sono decenni che la sanità è governata con la ragionevolezza bioetica cioè sulla base di costi e benefici e guarda come siamo ridotti. Ma poi diciamoci la verità questa ragionevolezza è etica o economica? Non mi si venga a dire che se difronte al coronavirus ci siamo presentati con poche terapie intensive, lo abbiamo fatto perché era “bioeticamente ragionevole”.
 
Ma non è che sotto sotto qualcuno pensa, ma senza dirlo, passando disinvoltamente dallo scientismo all’economicismo, che curare gli anziani, sia uno spreco economico, perché comunque devono morire e che ciò che è immorale non è far morire dei vecchi ma sprecare dei soldi per curarli? Mi si permetta di mettere in guardia tanto don Cozzoli che la Siaarti: scientismo e economicismo sono le due facce della stessa medaglia e il rischio che la “ragionevolezza bioetica” diventi la premessa di un cinico economicismo è molto forte.
 
Su La Verità del 21 marzo nel cameo di Ruggeri (pag. 10) si riporta una domanda di Ferrara a Giavazzi: ”sarebbe migliore  un mondo scremato  da chi non ce la fa a resistere ad una pandemia?” risposta: “sì i costi  della vecchiaia sono altissimi”.
 
Che fare? Nella seconda parte, risposte e proposte.
 
Ivan Cavicchi
 
Fine prima parte

23 marzo 2020
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