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La “non” riforma di Draghi

di Ivan Cavicchi

La ricetta del nuovo presidente del Consiglio per riformare la nostra sanità è onestamente deludente. Davvero un po’ poco davanti ai tanti problemi strutturali funzionali economici sociali professionali della sanità accumulati in oltre 40 anni di Ssn e davanti ai grandi problemi sanitari e sociali imposti dalla pandemia

18 FEB - Ieri  ho ascoltato il discorso programmatico di Draghi e in me,  forte era la curiosità di capire  se il suo governo (straordinario in tutti i sensi)  ha per davvero voglia di riformare il mondo come dice  e in particolare di riformare la sanità.
 
Draghi a proposito di riforme è partito  dal presupposto che “Il Next generation EU prevede riforme”. Quindi ha indicato alcune riforme da fare (fisco, giustizia e pubblica amministrazione, ambientalismo, transizione tecnologica, ecc.) introducendo un principio importante che è quello del “co-beneficio” (cioè la capacità delle riforme di impattare simultaneamente più settori, in maniera coordinata).
 
Mentre a proposito di sanità ha detto testualmente “sulla base dell’esperienza dei mesi scorsi dobbiamo aprire un confronto a tutto campo sulla riforma della nostra sanità”.
 
Ma cosa si intende per  “riforma della sanità”? Ecco la risposta di Draghi: ridisegnare la sanità territoriale, realizzando una forte rete di servizi di base (case della comunità, ospedali di comunità, consultori, centri di salute mentale, centri di prossimità contro la povertà sanitaria) (…) e  assistenza domiciliare integrata.

 
Davvero un po’ poco davanti ai tanti problemi strutturali funzionali economici sociali professionali della sanità accumulati in oltre 40 anni di Ssn (titolo v, aziende, nord sud, diseguaglianze, crisi professionali, tecnologie obsolete, accorpamenti territoriali, ospedali mai riformati professioni in crisi, ecc.) e davanti ai grandi problemi sanitari e sociali imposti dalla pandemia (nuova prevenzione, profilassi e vaccinazione di massa, salute di comunità, accesso ai servizi, ospedali dedicati, patologie discriminate,  scuola e luoghi di lavoro, ecc).
 
Quella di Draghi non è in nessun modo una riforma ma è poco più di una riorganizzazione molto parziale dell’esistente, stile riforma ter, cioè  poco più di una razionalizzazione di quello che c’è  e per di più un deja vu peraltro inconcludente  se pensiamo alla medicina generale, ai distretti, ai dipartimenti di prevenzione, ecc.
 
E’ del tutto evidente che Draghi di sanità e di riforma della sanità non sa nulla(del resto come potrebbe?) e che le proposte nel suo programma sono quelle suggerite da Speranza, le stesse, identiche presentate il 10 settembre 2020  nella audizione fatta alla commissione affari sociali  a Montecitorio sul tema ““individuazione delle priorità nell'utilizzo del Recovery Fund”.
 
Il mio articolo  che seguì a quella audizione e che vi prego di rileggere (Qs, 10 settembre2020) parlava di “minestra riscaldata” e a Speranza contestava   la discutibile operazione di spacciare per riforme ciò che riforme non erano ma soprattutto di aggirare, per non pestare i calli soprattutto al PD e all’Emilia Romagna, le vere magagne del sistema sanitario, le sue vere criticità quelle che da anni aspettano una soluzione  riformatrice e che oggi la pandemia ha esasperato  aggiungendone altre.
 
Per cui ribadisco  che se Draghi  vuole davvero riformare la sanità  Speranza, indiscutibilmente  una bravissima persona,  è il politico meno qualificata per  farlo. Se invece vuole fare altro cioè mettere delle pezze colorate  qua e la Speranza va benissimo. Si decida: si riforma o no?
 
Oggi considerando il dramma in cui ci troviamo Speranza, rischia  con le sue inadeguatezze politiche e culturali, con le sue visioni “ambulatoriali”  della pandemia, con le sue semplificazioni,  di essere un problema nel problema e di accrescere i guai grossi che abbiamo. Se la situazione non fosse grave, credetemi, non mi permetterei di essere così tanto critico e così tanto perentorio  nelle mie valutazioni.
 
Ma la situazione è grave e il nostro ministro della salute per tante ragioni è oggettivamente inadeguato. Mi spaventa la sua mancanza di lungimiranza, l’assenza di una  “strategia salute” degna di questo nome e sulla pandemia , mi spaventa la riduzione e la semplificazione di una complessità sanitaria sociale e politica senza precedenti, le sue piatte visioni del territorio, dei servizi il suo non avere nessun coraggio riformatore, il suo tentativo di potenziare quello che c’è a contraddizioni invarianti.
 
La sua incapacità a immaginare altro  quindi il suo restare attaccato a uno scoglio senza rendersi conto del  mare che lo circonda. Voglio vedere come Speranza pensa di riorganizzare il territorio, a territorio praticamente assente e a separazioni storiche (territorio/ospedale) invarianti e a statuti giuridici contrattuali degli operatori pure invarianti.
 
Caro presidente  Draghi se  c’è, come lei ha ben detto nella sua relazione programmatica, una  tempesta, mi permetta di farle notare  che non è saggio mettere  il marinaio inesperto al comando della nave.
 
Glielo assicuro questo suo errore di valutazione politica  ora lo pagheremo tutti e lo pagheremo caro.
 
Ivan Cavicchi

18 febbraio 2021
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