Medici in pensione a 72 anni? Più ombre che luci

Medici in pensione a 72 anni? Più ombre che luci

Medici in pensione a 72 anni? Più ombre che luci

Gentile Direttore,
tra le notizie più dibattute delle ultime ore vi è certamente la possibilità per i medici di restare in servizio sino al compimento del settantaduesimo anno di età.

Riprendendo quanto già proposto durante l’esame della manovra di Bilancio 2023 – poi ritenuto inammissibile poiché non di carattere finanziario – diversi sono gli emendamenti presentati al Decreto Milleproroghe, nell’auspicato intento di far fronte alle esigenze del Servizio sanitario nazionale e di garantire i livelli essenziali di assistenza.

I provvedimenti in commento, che sono ancora all’esame del Senato, prevedono tutti che sino al 31 dicembre 2026 il personale medico, dipendente o convenzionato del Servizio sanitario nazionale, possa restare in servizio su base volontaria sino al settantaduesimo anno di età, in deroga ai limiti previsti dalle disposizioni vigenti per il collocamento in quiescenza.

Alcuni di questi emendamenti prevedono, inoltre, che quanto sopra si applichi “anche al personale medico in servizio presso strutture private convenzionate con il Servizio sanitario nazionale” (4.103, 4.0.9, 4.138) e finanche ai “docenti universitari di medicina e chirurgia” (4.138, 4.139, 4.136).

Dalle bozze in circolazione si tratterebbe di una facoltà rimessa ai medici, che dovrebbero formulare una specifica istanza scritta per la prosecuzione del rapporto di lavoro.

Di fronte a tale possibilità non si comprende quale sia il residuo spazio di manovra dei datori di lavoro ed in particolare se sia consentito agli stessi rigettare l’istanza.

Tale possibilità di rigetto, infatti, è allo stato prevista espressamente solo da uno degli emendamenti presentati (4.0.9), da cui peraltro discende un (non meglio definito) obbligo di motivazione per iscritto.

Alcuni dei citati emendamenti prevedono inoltre uno specifico fondo per la copertura degli oneri derivanti dalla disposizione, che dovrebbe essere incrementato di 10 milioni di euro l’anno.

Sorge spontaneo chiedersi se tale copertura dei costi sarà prevista anche per le strutture sanitarie private accreditate che dovrebbero rientrare nell’ambito di applicazione della disposizione, sempre che – chiaramente – uno degli emendamenti in commento trovi spazio nella legge di conversione del decreto in questione.

Quanto ai medici universitari, poi, sarebbe necessario comprendere come la nuova normativa possa coordinarsi con quella sui professori universitari, i quali – ai sensi della l. 230/2005 – sono attualmente collocati a riposo al termine dell’anno accademico nel quale si è compiuto il settantesimo anno di età.

Particolarmente aspre risultano le reazioni dei sindacati, secondo cui la proposta è inutile nel merito, in quanto inefficace rispetto all’intento di colmare la carenza di personale, nonché inopportuna, poiché inserita nel dibattito parlamentare relativo alla conversione di un decreto legge.

Sotto altro profilo, l’estensione tout court di tale disposizione anche alle strutture sanitarie private accreditate, oltre che del tutto inutile, potrebbe risultare finanche dannosa.

Ed infatti, mentre è astrattamente comprensibile la portata di tale misura nel settore pubblico, lo stesso non può dirsi di quello privato convenzionato con il SSN.

In quest’ultimo, infatti, già oggi le strutture possono consentire ai medici di esercitare senza limiti di età, naturalmente nel rispetto dei principi di sicurezza, con possibilità di interrompere il rapporto in ogni momento – senza necessità di un giustificato motivo – a partire dal compimento del 67° anno di età anagrafica (sempreché sussistano i requisiti per la pensione di vecchiaia).

La nuova norma, qualora approvata in via definitiva, non determinerà quindi un incremento degli anni di “utilizzo” del personale medico (quantomeno di quello operante in strutture accreditate), bensì solo un irrigidimento dei rapporti di lavoro privati.

Diversamente da quanto auspicato dalla maggioranza parlamentare, tale manovra potrebbe infatti comportare, per le strutture private accreditate, una “paralisi” nelle proprie scelte organizzative e decisionali.

L’auspicio, pertanto, è che gli emendamenti proposti non generino ulteriori criticità in un settore già particolarmente complesso.

Giovanni Costantino
Avvocato

26 Gennaio 2023

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